La profondità della crisi nel caos organizzato

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di Gennaro Malgieri

Pandemia, guerre, terrorismo politico, violenza urbana, devastazioni familiari, megalopoli, desertificazione del Globo, miseria elevata a sistema in due terzi del mondo… Può bastare? Non credo.

Il nostro tempo è segnato dall’inaridimento materiale che ci sconvolge, ma poco ci curiamo di quello spirituale relegato negli anfratti dove i fantasmi sono stati relegati dalla nostra ingordigia, dalla nostra incurabile acquisizione di beni inutili perlopiù, dalla cattività nella quale ci siamo trincerati scambiandola per libertà.

Ognuna delle piaghe citate ha cause umane e dunque politiche che traggono origine dalla rottura spirituale che scontiamo dentro di noi scansandola.

Nessuna di esse può annoverarsi tra le catastrofi inspiegabili, come piaghe piovute dal cielo.

Per tutte c’è una ragione.

Ma noi indossando una mascherina o inorridendo davanti al teleschermo per le blasfemie che lasciano strie di straordinarie paure dentro di noi, dal Donbass ai sanguinosi teatri mediorientali, dalla moda che ha fatto crescere il “pensiero unico” alla paradossale tendenza della cancel culture, privandoci di retaggi storici, spogliandoci così , con colpi di inusitata violenza, della linfa profonda che pur dovrebbe animarci e legittimarci come esseri appartenenti a culture senza tempo, rischiamo l’ecatombe. Ed infatti quel che vediamo e ci raccontiamo non è che il preludio della fine: non il tanto richiamato tramonto dell’Occidente, bensì il tramonto dell’umanità in un tormento senza fine.Come automi senz’anima, infatti, attraversiamo le angosce del nostro tempo segnato dallo spossessamento delle ragioni dell’essere e dal dominio della conservazione degli averi.

Ci aggiriamo smarriti nelle megalopoli confuse, contraddittorie, violente alla ricerca del nulla o, nella migliore delle ipotesi, di un senso al nostro vagabondare.

E soffermandoci davanti alle miserie che ci si parano davanti nelle forme più volgari o banali, non riusciamo a cogliere il significato della nostra presenza nel groviglio di indistinte suggestioni che da ogni angolo ci invitano a cedere.

Ma noi non possiamo più cedere, non tanto perché votati, come per miracolo, al ripudio della modernità, ma per il semplice fatto che è la modernità stessa che ci respinge con le sue gravosissime richieste per accedere ai suoi richiami.

Un controsenso, naturalmente, che tuttavia scandisce il tormento che accompagna il nostro peregrinare di occidentali soprattutto cresciuti nell’adorazione di un benessere ritenuto eterno.

Da qui la crisi che viene evocata con la leggerezza di un volo di farfalla che non è soltanto finanziaria, politica, civile, esistenziale. È essenzialmente manifestazione nichilistica della rottura tra l’essere e il dover essere, lo spezzarsi di un sogno su un sentiero improvvisamente interrottosi.

Noi che abbiamo fatto dell’“avere” un mito, anzi il mito, inspiegabilmente siamo stati svegliati dalla fragorosa caduta degli imbonitori che ci avevano raccomandato di non cedere alle lusinghe dello spirito, di tuffarci nell’avventuroso mare dell’avidità, di non ritrarci di fronte a profitti dei quali, con qualche timore, osservavamo le curve ascendenti e discendenti.

Oggi siamo più poveri. E lo saremo ancora di più con il passare del tempo.

E perfino del tempo saremo meno padroni. Per non dire di tutte le nostre azioni che non coincideranno con il piacere di sollievi innocenti e di passioni che con difficoltà potremo coltivare.

La crisi di cui si parla – umanitaria, economica, morale, religiosa perfino – ha soltanto in apparenza contorni materici; in realtà è una crisi che si sviluppa dentro noi stessi chiamati a gettare alle ortiche le consolanti protezioni che il benessere ci assicurava. Dovrebbe spaventarci l’austerità?

No: ci terrorizza. Perché dover rinunciare a tutto dopo averlo assaporato fino a restarne nauseati, è appunto terrorizzante. E scuote le certezze atrofizzate sapere che nulla sarà più come prima. Guadagni, consumi, dilapidazioni allegre, apparenza gioiosa che ha privato del piacere di riconoscere la sostanza di generazioni di donne e uomini occidentali i cui pensieri lunghi hanno finito per approdare sulle scogliere del disincanto.

Oggi ci scopriamo nudi. Questa è la crisi. O la sua estetica, se si preferisce. È la rottura; la cesura con le abitudini; l’allargarsi di un divario tra le necessità reali e i bisogni fittizi. La caduta, insomma, dell’ideale moderno nel quale il sogno si è costantemente confuso con la realtà.

E il tutto accade quasi nell’indifferenza, come se si dovesse compiere una fatalità. Senza neppure la consolazione di approdare alle estreme lande dell’eterno poiché non conosciamo la strada che a esse conduce dopo decenni di edonismo selvaggio accarezzato come il bene più prezioso.

E, nonostante tutto, che cosa dicono i nostri governanti, della cui opinione potremmo fare tranquillamente a meno se non fosse per il non trascurabile particolare che dalle loro scelte dipendono i nostri destini?

Ci saremmo aspettati un invito a rialzarci, a riprendere il cammino verso altri lidi, a mostrare la qualità umana di fronte alle intemperie. Abbiamo ascoltato soltanto incoraggiamenti a consumare di più, ancora di più. Tutto il consumabile anche se ben poco è rimasto.

E ci siamo visti sbattere in faccia la povertà, la miseria, l’indigenza con qualche elemosina di Stato per riempire al supermercato carrelli colmi di disperazione e di disprezzo.

La crisi. Sì, morale. Poiché se il parametro della vita è il consumo, noi, senza saperlo perché nessuno ha pensato di fare un sia pur fantasioso decreto per dircelo, siamo già morti.

Al sole dell’economia invadente, della finanza totalizzante, della politica immorale, della rassegnazione a non essere privi di averi. La crisi si compie nelle pieghe dell’homo consumans che non sa apprezzare la moralità regale del dono; dell’homo oeconomicus la cui unica fede è il mercato e quando questo crolla a lui non resta che cercare riposo tra le sue macerie; dello sperperatore d’intelligenza che affida la sua anima (convinto peraltro di non averla) ai broker senza scrupoli i quali sono gli unici sciamani che la modernità riconosce. E si dispiega, la crisi, nell’individualismo egoistico che compra il tempo perché esso è denaro e lo getta in imprese che non gli sopravviveranno, a differenza di ciò che accadeva una volta, in epoche ormai lontane e dimenticate.

Lo storico francese delle religioni, Charles Malamoud, ha sottolineato che «la preoccupazione di dover rimborsare l’usuraio o il proprietario risveglia inevitabilmente l’angoscia che fa nascere nell’uomo il pensiero dell’ultimo creditore, la morte. Tutto si svolge come se i debiti contingenti e parziali che l’uomo contrae nel corso della sua esistenza non fossero altro che i sintomi o l’illustrazione del debito essenziale che definisce il suo destino».

Di fronte alla precarietà della materialità del profitto, la maggior parte degli occidentali ha reagito come se si trovasse di fronte all’ultimo creditore. E da qui la sensazione di spaesamento e di disperazione. Chi ha cercato, e cerca, nella politica una qualche consolazione, si rassegni: non la troverà. Essa è stata piuttosto, non saprei quanto inconsapevolmente, mallevadrice della crisi.

Osservò anni fa, in un libretto poco amato dagli ottimisti di professione, Serge Latouche, teorico della decrescita, che «la scomparsa della politica come istanza autonoma e il suo assorbimento nell’economia fa ritornare lo stato di guerra di tutti contro tutti; la competizione e la concorrenza, leggi dell’economia, diventano ipso facto leggi della politica.

Il commercio era dolce (secondo l’espressione di Montesquieu) e la concorrenza pacifica solo quando l’economia era tenuta a distanza dalla politica».

Nel mondo ridotto a mercato, e a un mercato di rottami oltretutto, chi può dire che la politica non abbia avuto responsabilità, al pari della cultura, nel dispiegarsi di una crisi che non sarà frenata dalle misure dei governi, poiché la sua profondità raggiungerà le radici dell’animo umano?

La crisi è di civiltà, non di sistemi economico-monetari.

Prima ce ne rendiamo conto e meglio sarà. Per tutti. Anche per coloro che fingono un ottimismo di maniera sapendo bene che è stupido portarlo stampato sul volto.

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