Così la Chiesa è cambiata per sempre con la pandemia - Corrispondenza romana
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Così la Chiesa è cambiata per sempre con la pandemia

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(Francesco Boezi, Il Giornale – 26 giugno 2020) La pandemia come momento-prova in cui la Chiesa cattolica sarebbe stata quello che non avrebbe mai dovuto accettare di essere: il fatto di non aver garantito una presenza fisica tra i fedeli, assecondando lo stop delle celebrazioni – stop che è a sua volta stato imposto dalle autorità istituzionali, dunque dal governo – non è piaciuto ai tradizionalisti, che ora scavano al ritroso in cerca di motivazioni e perché.

Il Concilio Vaticano II, in certe disamine, è finito sul banco degli imputati. E in chiave ultra-tradizionalista non è un grande novità.

Anche se i toni di questi giorni possono sembrare pacati rispetto ad altre circostanza.

Un sommovimento, per quanto pacifico, c’è: quello che guarda a questo papato come alla piena realizzazione delle volontà derivanti dallo “spirito del Concilio”, dove per Concilio va appunto inteso il Vaticano II e per “spirito” qualcosa di più articolato. Papa Francesco – non è un mistero – non può contare sul sostegno del cosiddetto “fronte tradizionale”. E il fatto che un “cigno nero”, ossia la pandemia da Sars-Cov2, sia comparso sulla linea della storia ha in qualche modo alimentato le critiche di chi avrebbe voluto che l’Ecclesia lottasse affinché le urgenze spirituali venissero sempre garantite. Un esempio può essere utile: perché chiudere le piscine di Lourdes, una volta constatata e provata in via ufficiale per la Chiesa la natura miracolosa di quei luoghi? I tradizionalisti se lo sono chiesti anche in pubblico.


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Le considerazioni del “fronte tradizionale”, nel corso di questi mesi, sono state tutte associabili, o comunque sulla stessa linea, all’ultima esposta. Come può – dicono sempre dallo stesso fronte – un sacramento, in specie l’Eucaristia, costituire un pericolo di contagio? Eppure l’accesso al sacramento è stato di fatto sospeso. La questione è complessa. Se non altro perché, oltre a tangere con la materia teologico-dottrinale, interessa la coscienza delle persone, e le priorità di chi è solito vivere la propria fede, assegnandole priorità assoluta. I ragionamenti, insomma, non possono basarsi su semplificazioni eccessive. Ma un cambiamento, quantomento in termini narrativi, è avvenuto.

Certo tradizionalismo negli anni passati è arrivato ad attaccare persino Benedetto XVI, che da sempre è considerato un baluardo del del conservatorismo dottrinale: un sintomo d’insofferenza da non sottovalutare. Ma la prova che la Chiesa cattolica ha dovuto affrontare, e sta ancora affrontando, nel 2020, è unica nel suo genere. Una riflessione interessante in questo senso è di sicuro quella dell’antropologo Roberto Libera che, intervistato per InsideOver, ci aveva confidato il suo punto di vista: “La Chiesa nel passato era un punto centrale di azione e reazione a queste calamità. Vale pure per i santuari mariani, che alcune volte sono nati proprio come risposta culturale alle calamità. La Madonna in processione per le strade serviva a purificare. Ecco, c’è un cambiamento antropologico della presenza della Chiesa tra i fedeli: un cambiamento epocale. In questa circostanza, la presenza fisica della Chiesa è mancata”. Quella da Sars-Cov2 è la prima pandemia a cui la Chiesa cattolica ha reagito come sappiamo. Volendo semplificare: affidandosi alla scienza.

Dalle Messe in streaming alla presunta adesione ai dettami scientifici: la Chiesa è davvero interessata da un cambiamento in grado di modificarle il volto per sempre? Questa è la domanda attorno cui hanno ruotato, e stanno ruotando, le riflessioni di queste settimane. Quelle che provengono per lo più dalla “base”. Il culto, per esempio, si è dovuto adattare ai tempi ed alle restrizioni sanitarie. In qualche caso, a dire il vero, si è assistito ad una vera e propria rivoluzione. Per chi è intransigente non può che trattarsi di uno scandalo. Per l’altra parte, per il progressismo ecclesiastico, potrebbe essere un modo di avvicinarsi al mondo, senza perdere il ruolo-guida istituzionale e spirituale che ha comunque contraddistinto tanto il Papa quanto la Chiesa che Bergoglio ha guidato durante la pandemia (anche oggi) dall’inizio di marzo 2020 in poi.


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Papa Francesco, soprattutto nelle prime fasi della quarantena italiana e non solo, è stato un riferimento costante del mondo: la preghiera contro la pandemia in una piazza San Pietro del tutto isolata ha avuto un potere simbolico che non è descrivibile se non con la potenza spirituale che ha interessato quei momenti. Tanti sacerdoti sono morti a causa del virus. Altri sono riusciti a stare vicino ai malati e alle persone che hanno sofferto o che stanno soffrendo. Ma l’atteggiamento della Chiesa cattolica – lo abbiamo constatato “grazie” per esempio alla mancata organizzazione di momenti di partecipazione condivisa con gli astanti (il lockdown non lo consentiva) – non sarebbe stato in linea con quello che alcuni si sarebbero naturalmente aspettati, con le processioni anti-pandemiche, le invocazioni pubbliche (con la partecipazione dei fedeli) ed una battaglia ad oltranza combattuta contro la sospensione delle funzioni religiose. Le normative medico-sanitarie – lo sappiamo – hanno avuto ragione d’esistere eccome, ma questo non ha modificato certe convinzioni: le chiese, per i tradizionalisti ma non solo per loro, sarebbero dovute rimaere aperte.

A titolo d’esempio, vale la pena citare quanto ha dichiarato ad inizio pandemia a IlGiornale.it Roberto De Mattei, vertice della Fondazione Lepanto. Abbiamo intervistato De Mattei poco dopo la notizia relativa alla chiusura dei luoghi di culto: “Il problema è che la chiusura delle chiese è espressione di una certa impermeabilità spirituale, che oggi dimostrano di avere le autorità ecclesiastiche italiane e non. Chiudendo le chiese, riducendo le messe, togliendo l’acqua benedetta dalle acquasantiere, sconsigliando assembramenti di fedeli, si rinuncia alla missione delle autorità ecclesiastiche stesse”. La domanda centrale che può essere posta, arrivati a questo punto, è la seguente: da chi è dipesa questa nuova modalità di affontare un quadro pandemico? Dal Papa? Dal Vaticano II? O più semplicemente dal buon senso? Ma il discorso è più complesso di così e non riguarda solo le decisioni prese per via del nuovo coronavirus.

Lo “spirito del Concilio” e le sue emanazioni

Del Concilio Vaticano II non si parla solo per via della reazione della Chiesa alla pandemia. Dal dialogo interreligioso all’utilizzo del latino nelle Messe: le partite aperte sono tante. E spesso i punti di vista dei cattolici non coincidono. Un esempio può essere chiarificante: quando Papa Francesco ha firmato con l’imam di Al-Azhar il Documento sulla Fratellanza universale, i tradizionalisti si sono ribellati al fatto che il testo contenesse una presunta equiparazione gerarchica tra cristianesimo ed islam. L’arcivescovo Athanasius Schneider, che è poi stato incontrato da Bergoglio stesso, ha avanzato una critica: Dio per l’alto ecclesiastico non può aver voluto la diversità delle religioni. Pure questa estensione dottrinale deriverebbe non tanto dal Concilio quanto dal suo “spirito”, cioè da un’interpretazione continuativa in chiave ultra-progressista dei dettami del Vaticano II. Il dottor Claudio Anselmo, che ha scritto molto sul Concilio e sulle sue sfumature, ha chiarito a IlGiornale.it cosa si debba intendere con questa storia dello “spirito” conciliare: “…esso è una specie di superdogma con il quale si possono anche negare i dogmi, è uno slancio che va al di là del testo e lo trascende, per cui sono avvenute le cose più incredibili”. Anselmo ha continuato: “Rimaniamo in ambito liturgico. Il concilio, nella costituzione sulla liturgia Sacrosantum Concilium , ha espressamente detto che “L’uso della lingua latina sia conservato nei riti latini” e che “La Chiesa riconosce il canto gregoriano come canto proprio della liturgia romana ; perciò nelle azioni liturgiche, a parità di condizioni, gli si riservi il posto principale”. Per la gran maggioranza dei liturgisti, l’uso del latino o del gregoriano nelle celebrazioni sarebbe contrario allo “spirito del concilio che avrebbe – secondo loro – rivoluzionato la liturgia con l’abbandono della lingua della Chiesa, quando invece il concilio afferma esattamente il contrario”. Aspetti che finiscono per essere rilevanti non solo sul piano del culto, ma anche su quello dell’humus culturale di una civiltà, quella occidentale, che sembra aver abdicato a molte delle sue caratteristiche essenziali. Ma perché la Chiesa cattolica, ad un certo punto del suo cammino, ha optato per la direzione progressista? Il dottor Claudio Anselmo la pensa così: “La direzione che ha assunto la Chiesa in questi ultimi anni in senso marcatamente progressista, non dipende dal concilio ma da una sua interpretazione che non ha al centro il rinnovamento dell’unico soggetto Chiesa che cresce nel tempo, rimanendo sempre lo stesso soggetto del Popolo di Dio in cammino, ma che ha sposato in pieno la rottura, per cui i documenti conciliari sarebbero il risultato di compromessi nei quali, per raggiungere l’unanimità, si è dovuto ancora trascinarsi dietro e riconfermare molte cose vecchie ormai inutili, come il celibato dei preti, il divieto del sacerdozio alle donne, la Messa intesa come sacrificio…”. Il Concilio sarebbe dunque esente da colpe. Il problema, se esiste, risiede nelle “strumentalizzazioni” operate attorno ai documenti ufficializzati in funzione di quell’appuntamento.


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La visione sul tema di Benedetto XVI

Il papa emerito Benedetto XVI, da giovanissimo teologo, ha avuto un ruolo anche nel Vaticano II. Joseph Ratzinger ha forse cercato di rappresentare, soprattutto nel corso del suo regno da Papa, una sorta di sintesi tra il pensiero progressista e quello conservatore, difendendo però in misura maggiore la tradizione. Non è raro imbattersi in critiche a Joseph Ratzinger provenienti da ambienti tradizionalisti. Si tratta degli stessi emisferi da cui partono le imbeccate sulle presunte conseguenze nefaste del Concilio indetto da San Giovanni XXIII nel 1962. Alcune delle valutazioni più aspre sul Vaticano II hanno dimora tra i sedevacantisti, coloro che pensano che il soglio di Pietro sia senza titolare. Eppure Benedetto XVI, stando sempre al pensiero del dottor Anselmo, è stato tra i pochi, se non l’unico, ad essere riuscito ad immortalare in modo preciso quello che è stato determinato dal percorso conciliare: “Il punto di riferimento imprescindibile e necessario per comprendere e chiarire lo “status quaestionis”, rimangono invece due fondamentali discorsi di Benedetto XVI, il primo alla curia romana del 22.12.2005 e il secondo nel congedo al clero romano del 14.2.2013. Nel primo, si afferma con forza che il problema del Vaticano II e della situazione in cui versa la Chiesa – polarizzata e lacerata – dipende dalla giusta interpretazione dell’evento conciliare, dalla giusta chiave di interpretazione e di applicazione. Tutto nasce dal fatto che due ermeneutiche contrarie si sono affrontate e dilaniate si da subito, ancora ad assise in corso e poi per 50 anni, senza comporsi, nemmeno con gli interventi ripetuti del magistero dei Papi. La prima è l’ermeneutica della rottura e della discontinuità che è dominante nei media e nella teologia, per essa esiste non un unico soggetto Chiesa ma una Chiesa preconciliare e una Chiesa postconciliare. Per essa, i testi sono caduchi, regressivi, frutto di compromessi, conta invece lo “spirito”, lo slancio sotteso ai testi per andare ancora più avanti. Quindi, innovazione e sperimentazione. In questo modo, il concilio viene considerata come una specie di Assemblea Costituente ma si dimentica che i Padri non avevano questo mandato perché nessuno glielo aveva dato, la costituzione della Chiesa è infatti divina e non umana. A tale ermeneutica della rottura si oppone quella, non della semplice continuità (non sarebbe stato necessario indire un concilio), ma della riforma in cui fedeltà e dinamica non si contrappongono”. La questione delle “due ermeneutiche” è essenziale. Se non altro perché è uno spaccato che ci consente di comprendere meglio quello che è avvenuto in questi anni in termini di scelte, per quanto sia abbastanza comune poter raccontare analisi che certificano come Benedetto XVI e Papa Francesco siano dottrinalmente in continuità. Comunque sia, Joseph Ratzinger al Concilio c’era. La summa di quella esperienza è ancora rintracciabile nel racconto che abbiamo ottenuto parlandone con il nostro esperto di riferimento: “Il giovane teologo Joseph Ratzinger perito del cardinale Frings, arcivescovo di Colonia, partecipò a tutte le sessioni del concilio e lasciò una significativa impronta nelle costituzioni sulla Chiesa e sulla Rivelazione. Lavorò anche alla redazione di quella che diventerà la costituzione sulla Chiesa nel mondo moderno Gaudium et spes. Il suo apporto fu assai apprezzato da teologi importanti del calibro di Yves Congar ed Henri de Lubac che ne misero in luce le sue doti di competenza, modestia ed equilibrio”. Un prodigio della teologia, quindi, cui di lì a poco avrebbe guardato anche il pontefice polacco.

I limiti del tradizionalismo

Il cosiddetto “fronte tradizionale” attacca dunque a spron battuto tanto il Papa quanto il Vaticano II, ma perché? Qual è la radice di questa volontà oppositiva, che certo non è limitata al solo Concilio ma che viaggia attraverso una serie di direttrici che risulta difficile riassumere per vastità e dissomiglianza tematica. Conviene sgomberare il campo da ogni equivoco e spiegare perché, secondo il pensiero del dottor Anselmo, Jorge Mario Bergoglio venga chiamato in causa così spesso dai tradizionalisti: “Quello che oggi sconcerta è che nel magistero di papa Francesco, pochissimi sono i riferimenti al concilio. Si dà quasi per scontato che tutto quello che è avvenuto dal 1965 in poi nella Chiesa, con le sue distorsioni e convulsioni, sia la sua giusta e inevitabile applicazione”. Il focus sarebbe dunque ponibile su una specie di accettazione passiva, che avrebbe alimentato una delle due ermeneutiche. Quella – presumiamo – di natura progressista. Ma i tradizionalisti, con questi attacchi, potrebbero sbagliare tanto la misura quanto l’obiettivo. Esisterebbero insomma dei limiti che andrebbero tenuti in considerazione. Anche perché “sono spesso i gruppi che si pongono esplicitamente al di fuori della comunione ecclesiale o in termini oppositivi rispetto al deposito dottrinale, ad attaccare più duramente il Vaticano II. I primi – i tradizionalisti più estremi – imputano ad esso tutti mali, tutte le deviazioni, tutte le derive. I secondi – i progressisti di tutte le declinazioni e che sono egemoni nei media e soprattutto nelle facoltà teologiche e nei seminari – ritengono il Vaticano II superato, non più adeguato a rispondere alle sfide del mondo”. E un errore interpretativo, se c’è, è quello di “ritenere che l’evento concilio non abbia avuto luogo. Così invece non è stato perché esso è stato legittimamente convocato, legittimamente svolto e ha legittimamente deliberato le sue costituzioni e i suoi decreti. Nella drammatica lettera ai vescovi di tutto il mondo riguardo alla remissione della scomunica dei 4 vescovi consacrati dall’arcivescovo Lefebvre, Benedetto XVI scrisse che “Il Vaticano II porta in sé l’intera storia dottrinale della Chiesa”. Con tale evento ecclesiale occorre fare i conti con una giusta ermeneutica”. Il Vaticano II è dunque un fatto storico, e negarlo è inutile. Diverso è invece riflettere attorno alle presunte ripercussioni che un’interpretazione estensiva avrrebbe contribuito a sviluppare sul piano pratico.