Cosa ci insegnano san Paolo, Eleazaro e i Fratelli Maccabei nella situazione attuale - Corrispondenza romana
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Cosa ci insegnano san Paolo, Eleazaro e i Fratelli Maccabei nella situazione attuale

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(Roberto de Mattei, Radioromalibera.org – 22 marzo 2021) Nel dibattito sulla liceità morale dei vaccini, vengono citati due episodi, tratti dalle Sacre Scritture, che sembrano contraddirsi. Ma la contraddizione è solo apparente. Il primo caso, narrato nel Secondo Libro dei Maccabei è quello di Eleazaro, che preferì morire piuttosto che mangiare carne suina (cap. 6, 18-31); analoga scelta fecero i sette fratelli Maccabei, (cap. 7, 1-42)

Il secondo caso è quello di San Paolo, che nella sua Prima lettera ai cristiani di Corinto afferma che è lecito nutrirsi della carne che viene offerta sugli altari in sacrificio ai falsi dei pagani (1 Cor. 8, 1-13).

Un esame dei due casi ci aiuta a definire la giusta posizione dei cattolici nel dibattito morale contemporaneo.

Eleazaro era un celebre Dottore della Legge, vecchio di 90 anni, che subì il martirio nel 167 a.C., durante la persecuzione del re Antioco IV Epifano. Fu chiesto ad Eleazaro di dimostrare la sua apostasia dalla religione nazionale, mangiando carne di maiale proibita dalla legge ebraica, e di farlo pubblicamente, per rendere evidente a tutti la sua apostasia dal culto di Jaweh. Al vegliardo venne perfino aperta la bocca, perché mangiasse la carne vietata dalla legge. Ma egli rifiutò costantemente e rifiutò pure di far finta di mangiarla, come gli suggerirono i suoi discepoli; perché anche se non l’avesse mangiata realmente, avrebbe fatto comunque credere di rinnegare la Legge di Dio e la fede in lui. Lo stesso fu chiesto ai Maccabei e anch’essi preferirono il martirio rispondendo ai persecutori: “Siamo pronti a morire piuttosto che trasgredire le patrie leggi”(cap. 7, 2).


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La proibizione della legge mosaica di mangiare carne suina cadde però con la venuta di Gesù Cristo, che morì “per annullare tutto il sistema delle leggi ebraiche” (Rom. 14, 2). Un Angelo apparve a san Pietro che non voleva mangiare cibi impuri e gli disse che nessun cibo doveva essere considerato contaminato, ripetendogli per tre volte: “Le cose che Dio ha purificate, non farle tu impure” (Atti 11, 7-12).

Il quesito che venne posto a san Paolo da alcuni cristiani di Corinto riguardava non la carne di maiale, ma quella offerta agli Dei nel corso dei sacrifici agli idoli. Nei sacrifici infatti le carni immolate venivano solo in parte bruciate; il resto era distribuito a sacerdoti o venduto nei mercati pubblici. Poiché tutte le macellerie di Corinto usavano carne immolata agli idoli, ci si chiedeva se il cristiano che mangiava di questa carne commetteva un’apostasia. Ad alcuni cristiani convertiti dall’ebraismo ripugnava infatti, come a san Pietro, il pensiero di mangiare qualcosa che nella loro religione precedente era considerato impuro.

San Paolo però, spiegò che era lecito nutrirsi della carne offerta sugli altari in sacrificio ai falsi dei pagani, perché “noi sappiamo che l’idolo è un nulla nel mondo, e che non v’è altro Dio se non uno solo” (1 Cor 8, 4). Ciò che è contaminato non è il cibo, dice Gesù stesso, ma il cuore degli uomini (Mc 7, 1-23; Mt 15, 10-20), da cui deriva ogni male morale. Dunque, nutrirsi della carne sacrificata agli idoli è moralmente lecito e non comporta alcun peccato. Era questa la dottrina della Chiesa e un cristiano istruito nella sua fede doveva conoscerla. Però, spiega san Paolo, non tutti i cristiani di Corinto erano in grado di comprenderlo, “poiché alcuni, abituati ancora all’idea degli idoli, mangiano di queste carni come idolatriche, e così la loro coscienza, debole com’è, rimane contaminata” (ivi 8, 7).


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Ciò che è contaminata non è la carne, ma la coscienza debole di alcuni cristiani, i quali vedendo gli altri cristiani mangiare la carne sacrificata agli idoli se ne scandalizzavano, o credendo di fare del male, ne mangiavano per rispetto umano e peccavano pur non commettendo cosa di per sé illecita. Perciò san Paolo raccomanda di fare attenzione a non scandalizzarli (1 Cor 8, 10-11).

I due episodi ci fanno comprendere un importante principio di teologia morale. Non è mai lecito compiere un atto che è in sé stesso ordinato al male. Era questo il caso del banchetto sacrificale in cui veniva chiesto a Eleazaro e ai Maccabei di commettere un atto di apostasia mangiando la carne proibita.

Se non possiamo mai compiere un atto ordinato al male, non siamo però corresponsabili di un atto ordinato al male commesso da altri e a cui noi non abbiamo partecipato. La carne offerta agli idoli, in sé è buona, come ogni bene creato. Cattivo è l’atto di sacrificarla ai falsi dei. Ma mangiando quella carne impura, io non sono responsabile di quell’atto, spiega san Paolo.


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Utilizzare la vaccinazione contro il Covid non significa in alcun modo partecipare del peccato di aborto. Se però un persecutore imponesse a un cattolico di mangiar carne il Venerdì Santo, egli dovrebbe rifiutarsi fino al martirio.

Dunque bene fecero Eleazaro e i Fratelli Maccabei ad assicurarsi il martirio, ma non commettevano alcun peccato i cristiani che mangiavano la carne sacrificata agli idoli ai tempi di san Paolo. In entrambi i casi la legge veniva osservata.

Nel 1876, venne alla luce – sotto l’altare maggiore della chiesa di San Pietro in Vincoli, a Roma, – un sarcofago paleocristiano dove riposano le ossa e le ceneri dei sette Santi Maccabei.

Chiediamo a Eleazaro e ai Fratelli Maccabei di comportarci con il loro eroismo quando ci fosse richiesto di trasgredire una legge ingiusta e chiediamo a san Paolo di seguire le sue sante raccomandazioni, cercando sempre e solo, nelle nostre azioni, la gloria di Dio e il bene del nostro prossimo.