Un colloquio rivelatore, l’ultimo di Francesco con i gesuiti. Anche nelle sue contraddizioni - Corrispondenza romana
Stampa la Notizia

Un colloquio rivelatore, l’ultimo di Francesco con i gesuiti. Anche nelle sue contraddizioni

(Sandro Magister, L’Espresso – 17 giugno 2019) Quando papa Francesco è in viaggio fuori d’Italia, non ci sono soltanto le conferenze stampa in aereo, per interrogarlo e ascoltare dal vivo le sue risposte. Ci sono anche i suoi incontri con i gesuiti del luogo, che si svolgono a porte chiuse, ma di cui puntualmente, pochi giorni dopo, padre Antonio Spadaro pubblica su “La Civiltà Cattolica” la trascrizione integrale.

Il resoconto del colloquio tra Francesco e i gesuiti di Romania, avvenuto la sera del 31 maggio nella nunziatura di Bucarest, contiene tre passaggi su tre argomenti particolarmente rivelatori del pensiero del papa.

Il primo ha a che fare con le accuse pubbliche a Francesco di aver protetto e promosso personaggi di cui pur conosceva le malefatte sessuali, in particolare l’ex cardinale statunitense Theodore McCarrick e il vescovo argentino Gustavo Óscar Zanchetta.

Ai gesuiti di Romania il papa non è tornato a ripetere di non aver mai saputo nulla dei misfatti dell’uno e dell’altro. Ha confermato però di non voler rispondere a tali accuse, invocando a sostegno del proprio silenzio due esempi tratti dalla storia della Compagnia di Gesù.

Il primo esempio è la mitezza del gesuita san Pietro Favre (1506-1547), contrapposta da Francesco alla tempra battagliera dell’altro gesuita suo contemporaneo san Pier Canisio (1521-1597):

“Occorre portare sulle proprie spalle il peso della vita e delle sue tensioni. […] Bisogna avere pazienza e dolcezza. Così faceva Pietro Favre, l’uomo del dialogo, dell’ascolto, della vicinanza, del cammino. Oggi è tempo più di Favre che di Canisio, che invece era l’uomo della disputa. In un tempo di critiche e tensioni bisogna fare come Favre, il quale lavorava con l’aiuto degli angeli: pregava il suo angelo di parlare agli angeli degli altri perché facessero con loro quello che noi non possiamo fare. […] Questo non è il momento di convincere, di fare discussioni. Se uno ha un dubbio sincero, sì, si può dialogare, chiarire. Ma non rispondere agli attacchi”.

Il secondo esempio è dato dalle lettere – raccolte in un volume curato dai gesuiti de “La Civiltà Cattolica” – dei prepositi generali della Compagnia di Gesù nel periodo della soppressione dell’ordine, nella seconda metà del Settecento:

“Se leggete quel libro, vedrete che lì si dice che cosa si deve fare nei momenti di tribolazione alla luce della tradizione della Compagnia. Che cosa ha fatto Gesù nel momento della tribolazione e dell’accanimento? Non si metteva a litigare con i farisei e i sadducei, come aveva fatto prima quando loro tentavano di tendere tranelli. Gesù è rimasto in silenzio. Nel momento di accanimento non si può parlare. Quando è in atto la persecuzione, […] si abbraccia la croce”.

Il secondo passaggio rivelatore riguarda l’idea cara a Francesco della sapienza e dell’innocenza innate del “popolo”. Un’idea che sostanzia sia la sua visione teologica della Chiesa come “santo pueblo fiel de Dios”, sia la sua visione politica tipicamente “populista”:

“Dove io trovo le più grandi consolazioni? […] Le trovo con il popolo di Dio. […] Il popolo di Dio capisce meglio di noi le cose. Il popolo di Dio ha un senso, il ‘sensus fidei’, che ti corregge la linea e ti mette sulla strada giusta”. A sostegno di questa sua visione Francesco ha portato due aneddoti.

Nel primo ha raccontato di aver incontrato un giorno una vecchia “dagli occhi preziosi, brillanti”, che dopo un paio di battute gli aveva detto di pregare tutti i giorni per lui. E lui di rimando: “Mi dica la verità: prega per me o contro di me?”. E la vecchia: “Ma si capisce! Io prego per lei! Ben altri dentro la Chiesa pregano contro di lei!”. Morale della favola: “La vera resistenza [contro il papa] non è nel popolo di Dio che si sente davvero popolo”.

L’altro aneddoto rimanda invece a quando Jorge Mario Bergoglio era semplice sacerdote e si recava ogni anno nel santuario di Nuestra Señora del Milagro nel nord dell’Argentina:

C’è sempre tanta gente lì. Un giorno, dopo la messa, mentre uscivo con un altro sacerdote, si avvicina una signora semplice, del popolo, non ‘ilustrada’. Aveva con sé santini e crocifissi. E lei chiede all’altro sacerdote: ‘Padre, mi benedice?’. E lui – era un bravo teologo – risponde: ‘Ma lei è stata alla messa?’. E lei risponde: ‘Sì, padrecito’. E poi il padre chiede: ‘Lei sa che la benedizione finale benedice tutto?’. E la signora: ‘Sì, padrecito’. […] In quel momento usciva un altro prete e il ‘padrecito’ si è girato per salutarlo. A quel punto  la signora di scatto si rivolse a me e mi disse: ‘Padre, mi benedice?’. Ecco, vedete? La signora aveva accettato tutta la teologia, certo, ma lei voleva quella benedizione! La saggezza del popolo di Dio! Il concreto! Voi direte: ma potrebbe essere superstizione. Sì, qualche volta qualcuno può essere superstizioso. Ma quel che importa è che il popolo di Dio è concreto. Nel popolo di Dio noi troviamo la concretezza della vita, delle vere questioni, dell’apostolato, delle cose che dobbiamo fare. Il popolo ama e odia come si deve amare e odiare”.

Il terzo passaggio rivelatore, nel colloquio con i gesuiti di Romania, riguarda la questione della comunione ai divorziati risposati, questione tuttora irrisolta finché i “dubia” esposti da quattro cardinali rimarranno senza risposta:

“Il pericolo in cui rischiamo sempre di cadere è la casistica. Quando è incominciato il sinodo sulla famiglia, alcuni hanno detto: ecco, il papa convoca un sinodo per dare la comunione ai divorziati. E continuano ancora oggi! In realtà, il sinodo ha fatto un cammino nella morale matrimoniale, passando dalla casistica della scolastica decadente alla vera morale di san Tommaso. Quel punto in cui nell’’Amoris laetitia’ si parla di integrazione dei divorziati, aprendo eventualmente alla possibilità dei sacramenti, è stato elaborato secondo la morale più classica di san Tommaso, quella più ortodossa, non secondo la casistica decadente del ‘si può o non si può’”.

L’argomento qui portato da Francesco a giustificazione di “Amoris laetitia” è lo stesso che lui aveva già esposto, quasi con le stesse parole, ai gesuiti di Cile e Perù, incontrati il 16 gennaio 2018 a Santiago del Cile durante il suo viaggio in quei paesi.

Così come il rimando a san Pietro Favre contrapposto a san Pier Canisio, con tanto di invocazione agli angeli, si ritrova identico nel colloquio tra Francesco e i gesuiti di Lituania e Lettonia, incontrati a Vilnius il 23 settembre 2018.

Avviene molto spesso che Francesco si ripeta, specie quando parla a braccio. Ma talvolta capita che porti allo scoperto aspetti anche intimi della sua personalità. Ad esempio, ai gesuiti di Cile e Perù arrivò a dire che è “per igiene mentale” che rifiuta di leggere gli scritti dei suoi oppositori:

“Per salute mentale io non leggo i siti internet di questa cosiddetta ‘resistenza’. So chi sono, conosco i gruppi, ma non li leggo, semplicemente per mia salute mentale. […] Alcune resistenze vengono da persone che credono di possedere la vera dottrina e ti accusano di essere eretico. Quando in queste persone, per quel che dicono o scrivono, non trovo bontà spirituale, io semplicemente prego per loro. Provo dispiacere, ma non mi soffermo su questo sentimento per igiene mentale”.

In altre occasioni Bergoglio ha aperto altri squarci sulle sue inquietudini interiori e sui momenti “di desolazione” della sua vita. Ma qui basti segnalare una sua recentissima caduta in contraddizione col dichiarato rifiuto di leggere “i siti internet” dei suoi oppositori.

Giovedì 13 giugno, nel discorso rivolto ai nunzi apostolici convocati a Roma, Francesco a un certo punto ha ingiunto anche a loro di troncare qualsiasi contatto con i siti internet e i blog dei “gruppi ostili al papa, alla curia e alla Chiesa di Roma”.

Ebbene, come ha concluso Francesco questo suo discorso? Con le “Litanie dell’umiltà” del servo di Dio cardinale Rafael Merry del Val (1865-1930), segretario di Stato di san Pio X. Una nota a piè di pagina, nel testo ufficiale del discorso, rimanda alla fonte da cui è stata ricavata questa preghiera.

E tale fonte è un post del sito internet “Corrispondenza Romana”, a firma del suo fondatore e direttore Roberto de Mattei, storico della Chiesa, uno dei critici più radicali dell’attuale pontificato. Segno che Francesco non solo legge ma anche si abbevera, quando serve, a questi siti internet che per “igiene mentale” dichiara di mettere al bando?