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Nella partita col Vaticano chi comanda è la Cina

(Sandro Magister, L’Espresso – 30/09/18) Al gesto di papa Francesco che lo stesso giorno della firma dell’accordo con la Cina ha esonerato dalla scomunica i sette vescovi insediati a forza negli anni scorsi dal partito comunista senza l’approvazione della Santa Sede, le autorità cinesi hanno risposto designando loro i due vescovi che si recheranno a Roma per partecipare all’imminente sinodo mondiale:

È la prima volta che ciò avviene e la decisione sembra un assaggio di cosa accadrà con le future nomine episcopali, sulla base dell’accordo stipulato tra le due parti. Un accordo di cui non sono stati resi noti i contenuti ma che evidentemente non è alla pari.

Mentre in passato, prima nel 1998 e poi nel 2005, i vescovi cinesi invitati ai sinodi di quegli anni rispettivamente da Giovanni Paolo II e da Benedetto XVI non ebbero mai l’autorizzazione a recarsi a Roma, oggi invece è accaduto il contrario. Sono state le autorità di Pechino a designare i vescovi da inviare al sinodo e Roma non ha sollevato obiezioni. È stato l’alto funzionario cinese Wang Zuo’an, direttore dell’amministrazione statale per gli affari religiosi, a rendere pubblica la loro designazione.

I due eletti sono Giovanni Battista Yang Xiaoting, vescovo di Yan’an-Yulin, e Giuseppe Guo Jincai, vescovo di Chengde. Entrambi sono da tempo docilissimi esecutori delle volontà delle autorità cinesi e il secondo – uno dei sette assolti dalla scomunica – è anche segretario generale della pseudo conferenza episcopale dei vescovi cinesi, della quale continuano a non poter far parte i vescovi cosiddetti “clandestini”, cioè in comunione con Roma ma non riconosciuti dal regime.

Oggi i vescovi “clandestini” noti risultano essere 17, di cui 7 al di là dei 75 anni. E due di loro si trovano adesso affiancati, nelle rispettive diocesi, da due dei vescovi di nomina governativa amnistiati nei giorni scorsi dal papa. Nella diocesi di Shantou il vescovo “clandestino” ha 87 anni e potrà essere facilmente sostituito. Ma in quella di Xiapu-Mindong il vescovo “clandestino” Vincenzo Guo Xijin, 56 anni, dovrà cedere il passo al concorrente Vincenzo Zhan Silu, obbedendo al “sacrificio” chiestogli dal Vaticano già dallo scorso inverno. Anche qui a conferma di come il regime cinese si trovi avvantaggiato sulla controparte.

Di tutti i vescovi attualmente presenti in Cina – di cui l’Annuario pontificio tace i nomi, salvo che per Hong Kong e Macao – Settimo Cielo ha fornito lo scorso febbraio un organigramma ragionato, sulla base dell’informatissimo libro del vaticanista Gianni Cardinale uscito all’inizio di quest’anno per i tipi della Libreria Editrice Vaticana:

Va però aggiunto che nella diocesi di Ningbo, dove l’ultimo vescovo conosciuto, di nome Hu Xiande, “clandestino”, è morto il 25 settembre 2017, la Santa Sede si è limitata a comunicare che “il successore ha preso possesso della diocesi”: segno che lì dev’esserci ora un nuovo vescovo anch’esso non riconosciuto dal governo cinese, di cui però non è stata rivelata l’identità.

Un’ultima notazione riguarda lo strano caso dell’ottavo vescovo al quale lo scorso 22 settembre papa Francesco ha tolto la scomunica non da vivo ma da morto.

Nell’atto papale della revoca della scomunica c’è infatti scritto che questo vescovo, Antonio Tu Shihua, francescano, deceduto il 4 gennaio 2017, “prima di morire aveva espresso il desiderio di essere riconciliato con la sede apostolica”.

Di questo vescovo “L’Osservatore Romano” non pubblicò il necrologio, come non veniva fatto per ogni vescovo illegittimo deceduto senza essersi riconciliato con la Chiesa, né pubblicamente, né in foro interno.

Sono quindi possibili due spiegazioni della sua assoluzione “post mortem”, accordata da papa Francesco nei giorni scorsi.

O la Santa Sede ha saputo solo parecchio tempo dopo la sua morte del suo desiderio di riconciliazione. O il governo cinese ha preteso assolutamente da Roma la sua riabilitazione postuma. E l’ha ottenuta.