Mons. Gherardini, il sacerdote, il maestro, l’amico - CR - Agenzia di informazione settimanale
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Mons. Gherardini, il sacerdote, il maestro, l’amico

Pregate per me perché l’ora è vicina”. Ormai da quasi un anno erano queste le sue parole di congedo sull’uscio, quando immancabilmente accompagnava alla porta dopo un visita. E un bel sorriso, di chi era in pace, tranquillo e disteso, sapeva pur tra mille limiti umani che la sua battaglia l’aveva combattuta, “bonum certamen certavi”.

Ormai era il tempo della vita di preghiera e riposo, nel suo “eremo” all’interno del palazzo dei Canonici di San Pietro in Vaticano. Non sempre era stato così, anzi la situazione di crisi della fede nella Chiesa e la preoccupazione – oserei dire l’angoscia – di sapere cosa veramente gli chiedesse il Signore, lo avevano in certi momenti affaticato, quasi fiaccato. Lui che sulla pericolosità dei disegni intorno al Nuovo Offertorio della Messa si era già espresso nel lontano 1967, come amava ricordare, confessava che in certi momenti non aveva la forza di scrivere e di parlare, al punto che era lecito chiedersi se non ci fosse qualche intervento preternaturale che voleva ottenerne il silenzio o l’inattività. Cito a memoria “se devo dire tutto quel che c’è da dire sul Concilio e quel che è seguito, devo essere duro”, diceva al telefono ancora nel 2008.

Monsignor Gherardini si interrogò a lungo sull’opportunità di un suo intervento scritto in materia. E la scelta fu travagliata. Parlando del suo passato all’università Lateranense diceva “avevo il terrore di dare scandalo sulla Chiesa soprattutto ai seminaristi, tenuto conto del mio ruolo di professore” e chi l’ha conosciuto sa che questa sua ritrosia ad esprimersi pubblicamente su tutti i mali che affliggevano la Chiesa non era l’alibi del carrierista, ma vera preoccupazione, derivante in parte dal suo spirito romano ed in parte dalla formazione ricevuta dai sacerdoti della sua generazione. Poi candidamente ammetteva “per anni mi sono arrampicato sugli specchi per poter leggere Lumen Gentium 22 in coerenza con la Tradizione e il Magistero”, e – con quell’onestà intellettuale che sempre accompagnò i suoi passi – dichiarava che alla fine aveva dovuto arrendersi e confessare apertamente che nemmeno la Nota Praevia era soddisfacente sulla questione del Primato del Papa e della collegialità episcopale. E lo scrisse e firmò i suoi scritti con nome e cognome anche su tanti altri punti controversi, con umiltà, con forza, con amore alla Chiesa.

 

Era venuto il momento della decisione: “sapevo di avere le capacità e giunsi alla conclusione che Dio me lo chiedeva, non volevo presentarmi davanti a Lui e che mi dicesse: potevi fare e non hai fatto”. Così, quasi di getto, come faceva lui quando aveva l’ispirazione, e con la facilità di chi padroneggia pienamente la materia, scrisse “Concilio Vaticano II, un discorso da fare” e sempre nel 2009 per Disputationes Theologicae“Qualevalore magisteriale per il Vaticano II?”. Un articolo che era in cantiere da un anno, ma era come se non si sentisse pronto, poi mi telefonò felice e mi disse con voce squillante “ecco – a tamburo battente – quel che mi chiedeva”. Sì, perché Mons. Gherardini era anche l’uomo delle espressioni linguistiche efficaci e ricercate anche se talvolta inusitate. Maneggiava la lingua italiana in maniera incantevole e disinvolta anche se talvolta bisognava rileggere due o tre volte quel suo periodare “asiano”. A chi timidamente accennasse a questo suo stile non sempre agilissimo, rispondeva seccamente “io scrivo così”, ma poi bonariamente ammetteva che quelle tante subordinate potevano richiedere un certo sforzo da parte del lettore, per non parlare delle traduzioni…Ma la complessità di ciò di cui scriveva e la delicatezza di quegli argomenti in cui era in gioco la dottrina e l’autorità della Chiesa richiedevano un’espressione linguistica adeguata, lontana dal razionalismo dei moderni e dalla  paratassi del sic et non

 

Certo era uomo di carattere, di se stesso diceva “non ho mai avuto paura di nessuno, sono stato anche imprudente talvolta, ma se i principi erano in gioco…” e raccontava di quando aveva dovuto rispondere a quel famoso Cardinale che non si azzardasse ad intromettersi sulla linea editoriale di  Divinitas, perché “è mia, la rivista è mia!”, quindi – assumendosene interamente la responsabilità – articoli di “compiacenza teologica” non sarebbero stati pubblicati. Nell’ottobre 2014, quando si intravedevano le dense nubi all’orizzonte e sostenendoci in alcune scelte di campo, ci disse di non scordare che “viviamo tempi tremendi, difficilissimi” e poi aggiunse quasi meditabondo : “tenere sui principi, ed è già enorme”. Quasi a dirci di non chiedere altro se non la fedeltà. E continuò “ci vuole disposizione alla sofferenza, non si può non soffrire” e concludeva amaramente “oggi non ci sono testimonila preghiera è importante, ma non basta, ci vogliono imartyroi, fino all’effusione del sangue” e poi aggiunse “vero sangue”.

 

Parlando poi dei ricatti e delle minacce che erano già nell’aria per tutti e di cui in passato anche lui era stato oggetto, alzò la voce e disse soltanto “con la Massoneria non si cede mai”. E di massoneria non s’era parlato, ma – direbbero i tomisti – sapeva speditamente risalire alle cause…

 

Rientrando a casa annotai quelle frasi, parevano quasi un testamento spirituale e vi soffiava un tono profetico. Alla fine dell’incontro, ormai presago dei pochi anni che gli rimanevano, ci disse quasi a rassicurarci “appena arrivo lassù il primo pensiero è per voi”. Quasi a dire “guardate piuttosto alla Chiesa di lassù che non alle piccolezze degli uomini di Chiesa di quaggiù, quando ci sarò vi aiuterò”. E Mons. Gherardini era un uomo di parola sulla terra, lo sarà anche dal Cielo.

 

Negli ultimi incontri ricordava ogni tanto anche la sofferenza di tutti quelli che lo avevano abbandonato; già nel 2009 le sue prese di posizione gli valsero la defezione di “amici” di vecchia data, poi verso il 2014 con il nuovo vento che spirava, tanti camaleontici estimatori del grande teologo cominciarono a disertarne la casa, eclissandosi. Se ne dispiaceva, ma senza grande ambascia. Ormai quella sua situazione di “ritiro eremitico” gli permetteva di pensare di più a Dio e gli dava tanto tempo per pregare. E questa serenità, ormai quasi d’asceta, gli si leggeva in quegli occhi azzurri e profondi.

 

Sul teologo molto è stato detto di lui, ed altre cose si diranno. Ciò che più riluceva al nostro sguardo era quello spirito di sintesi profonda nel parlare della scientia Dei e quella visione, quasi d’aquila in volo, che scorge tutte le cose dall’alto e nel loro insieme. “Ho avuto grandi maestri”, si scherniva quasi a giustificarsi di un talento che non voleva attribuire a se stesso, ed il pensiero riconoscente andava subito a Pietro Parente (al Parente teologo, specialmente quello dei primi anni di studentato e d’insegnamento) e poi all’indimenticato mons. Piolanti, che gli aveva insegnato – un po’ come San Tommaso – a prendere il buono ovunque esso fosse, purificandolo dai contorni inquinati, soprattutto senza perdersi in ideologismi. Anche questo è la Scuola Romana. Quando c’erano delle questioni teologiche disputate, a chi troppo giovanilmente chiedeva quasi una sentenza perentoria, dopo aver escluso categoricamente le eresie che potevano nascere dalla discussione, dava una risposta che era la sommità fra due eccessi, avvalendosi di quel suo ricorrente “si vis theologus esse distingue frequenter”, detto senza albagia alcuna.

 

E quando un grande teologo – ormai premiato con i più alti incarichi ecclesiastici e nel “fervore post-conciliare” forse più impegnato a mantenere il prestigio del rango che non a difendere pienamente la dottrina della Chiesa – aveva rimproverato il troppo rigore di una risposta di Mons. Gherardini, dicendogli “ma che hai scritto!”, lui semplicemente rispose: “Ho scritto quel che Lei mi ha insegnato quando era mio professore sulla cattedra dell’Università”.     

 

Ma si sbaglierebbe chi vedesse in Mons. Gherardini solo il teologo. Lui stesso ricordava spesso che “il sacerdote è padre, maestro e amico” ed era anche confessore delicato e puntuale; lo testimoniano le tante suore presenti al suo funerale, cui aveva offerto da anni la sua guida spirituale, forse non tutte avevano letto i suoi scritti teologici, ma tutte avevano sperimentato la sua profondità e – con più gratitudine forse di tanti teologi – erano tutte presenti per piangerlo nel giorno dell’ultimo saluto.    

 

E poi l’ “amico”, perché Mons. Gherardini dell’amicizia aveva un concetto altissimo, e per questo – ove l’amor di verità lo imponeva e poiché rifuggiva ogni doppiezza – ad alcuni sapeva ritirare il saluto, come esige il Vangelo davanti all’eresia o più semplicemente l’ipocrisia. Ma se si era leali nell’amicizia e se questa si fondava davvero sull’ unità d’intenti – “idem velle, idem nolle” – allora si vedeva che oltre quello schermo di distinto, alto, magrissimo ecclesiastico toscano, si celava un cuore che compativa con l’amico senza l’ombra d’affettazione, ripugnandogli ogni finzione specie quella curialesca. All’amicizia ci teneva e talvolta aveva sofferto, ammettendo che uno dei suoi difetti era quello di stentare molto a vedere il male nel prossimo, salvo poi doversi ricredere, omnia munda mundis. Ma poi sollevava lo sguardo in Alto e forse anche per questo uno degli ultimi suoi sforzi teologici fu dedicato a Maria, alla Madre di Dio dedicò ampie pagine, e ripercorse le glorie della Regina celeste con tanta sapienza e amore di figlio che vien da pensare – per riprendere le parole dell’omelia funebre del Cardinal Comastri – che quando la Madonna lo incontrerà in Paradiso potrà ben dirgli: “bene scripsisti de me”.   

 

Don Stefano Carusi

disputationes-theologicae.blogspot.it