L'omosessualità non è sede di diritto - Corrispondenza romana
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L’omosessualità non è sede di diritto

(Enrico Maria Radaelli, Chiesa e post concilio – 20 febbraio 2019) Il I° settembre scorso è uscito sul Wall Street Journal(sezione editoriali e opinioni), un articolo del cardinale Robert Sarah, Prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, in cui il principe della Chiesa respinge le aberranti tesi sull’omosessualità di padre J. Martin s.j., nota firma della rivista dei gesuiti di New York, America, consulente in Vaticano della Segreteria per la comunicazione, esposte recentemente nel suo Building a bridge, libro che, come illustra Sandro Magister nel suo Settimo Cielo (http:// magister.blogautore.espresso.repubblica.it), « rovescia l’insegnamento della Chiesa in materia di omosessualità, legittimando i rapporti tra persone dello stesso sesso. Un libro – precisa il vaticanista il cui sito in quattro lingue è letto in tutto il mondo – prontamente confutato, negli Stati Uniti, dall’arcivescovo di Filadelfia, Charles Chaput, ma anche pubblicamente apprezzato da altri esponenti di spicco della Chiesa americana, i cardinali – molto cari a papa Bergoglio – Kevin Farrell e Joseph Tobin ».

 

Anche su questo tema la Chiesa è divisa in cattolica e in neo-cattolica, ma non dovrebbe esserlo, perché Sacre Scritture e Padri e Dottori non sono stati mai così univoci e chiari come su questo tema. E cosa la divide, allora? La divide lisciare o non lisciare il pelo delle pecore dal verso giusto, o, come molto pittorescamente ma poco cattolicamente suggerisce Papa Bergoglio, la divide la preoccupazione che hanno molti Pastori, ma non tutti, di odorare dello stesso odore delle pecore, che, a parte ogni sgradevole afflato, è tutto il contrario di quanto prescrive Ez 3,17-21.

E la domanda a Papa Bergoglio è: i Pastori devono odorare dello stesso odore delle pecore o devono insegnare secondo la logica di Sacre Scritture e Tradizione? 

 

Sotto questa luce, non si può che applaudire al coraggioso porporato della Curia vaticana per la sua presa di posizione pubblica, e qui si offrono ulteriori rigorose e solide argomentazioni per altri suoi aggetti sul tema, certi che si moltiplicheranno, affinché la presa che essi non mancheranno di avere siano immuni da critiche, come invece qualcuno ha riscontrato nell’attuale suo intervento, come ora si vedrà.

Leggiamo infatti: « Nel suo insegnamento sull’omosessualità – dice il Prefetto –, la Chiesa guida coloro che la vivono distinguendo le loro identità dalle loro attrazioni e azioni ». Ma questa distinzione non corrisponde al vero, perché, come si potrà vedere al § 2, l’omosessualità, sia nella sua identità, sia nell’attrazione che esercita, sia poi nell’atto che la definisce, nel Nuovo Catechismo della Chiesa Cattolica (d’ora in poi CCC) è detta senza mezzi termini « oggettivamente disordinata». 

« In primo luogo – continua il cardinale – ci sono le persone stesse, che sono di per sé buone perché sono figli di Dio », e qui qualcuno vede tre errori: 1), le persone non possono essere definite « di per sé buone » in primo luogo perché “di per sé” buono è solo Dio, e l’uomo è buono solo per sua grazia, dunque non « di per sé »; 2), le persone, poi, non possono essere definite « di per sé buone » perché il peccato originale ha intaccato la bontà originaria con cui Dio aveva creato Adamo, e il carattere impresso nelle eventuali persone battezzate (appunto: per grazia), che in queste e solo in queste ha ripristinato l’ordine primordiale, può essere stato poi dagli stessi soggetti macchiato da successivi loro peccati attuali, sicché non è affatto sicuro che si possa dire, genericamente, che si è davanti a « persone di per sé buone »; 3), « figli di Dio », infine, sono solo i battezzati, v. Lumen gentium 9 e 32 (Denz 4123 e 4158) e I Gv, 1,12: « A quanti però lo hanno ricevuto diede il potere di diventare figli di Dio »; le persone non battezzate sono “creature di Dio”, ma non “figli di Dio”.

 

Continua il cardinale: « Poi ci sono le attrazioni dello stesso sesso, che non sono peccaminose se non volute e seguite, ma sono comunque in contrasto con la natura umana », e ciò è giusto, pur essendo l’unico punto in cui il Prefetto accenna a un’opposizione tra ‘attrazioni dello stesso sesso’ e natura umana. Al § 4B si forniranno valide argomentazioni a suo supporto. 

« E infine ci sono i rapporti tra persone dello stesso sesso, che sono gravemente peccaminosi e dannosi per il benessere di chi li pratica », e anche questo è giusto, ma anche qui sarebbe stato bene fornire le ragioni di tale giudizio, che procura razionalità al giudizio morale della Chiesa, lo qualifica e lo esalta come l’unico anche capace di procurare alle persone e al-l’intera società gli elementi valoriali più preziosi per progredire e aprire finestre di santità e di anche gioiosa vitalità.

« La mia preghiera – conclude il porporato – è che il mondo finalmente ascolti le voci di quei cristiani che sperimentano le attrazioni dello stesso sesso e hanno scoperto pace e gioia vivendo la verità del Vangelo. … Le loro inclinazioni per lo stesso sesso non sono state vinte. Ma hanno scoperto la bellezza della castità e delle amicizie caste ». Concordiamo pienamente col cardinale, e a maggior ragione stendiamo qui quattro potenti argomenti che permettano in futuro di confutare alla radice le del tutto inammissibili tesi di padre Martin e di chiunque altro pretenda sostenere che le « tendenze omosessuali » siano innate. 

Anche per contribuire a un vuoto di dottrina, a un buco creatosi nell’ermeneutica magisteriale, nato nell’insegnamen-to più recente della Chiesa malgrado sull’argomento le Sacre Scritture e l’apporto di Padri e Dottori siano netti, solidi e univoci da sempre, come si avrà cura di illustrare.

2. LA TENDENZA OMOSESSUALE:
“INNATA” O “PROFONDAMENTE RADICATA”? COME NON
APRIRE LA CHIESA A UNA DOTTRINA NEO-CATTOLICA.

Anche sulle pagine della Instrumentum laboris – il documento pontificio che nel 2015 preparò i sinodi vescovili su La vocazione e la missione della famiglia nella Chiesa e nel mondo contemporaneo –, pagine che riguardano coloro che anche in tale documento vengono eufemisticamente chiamati « persone a tendenza omosessuale » sarebbe necessario manifestare una riserva di carattere generale: come si sa, l’edizione tipica in italiano del CCC è del 1997, ma cinque anni prima i vescovi italiani pubblicarono una prima edizione alquanto diversa su alcuni punti di teologia morale, tra cui il n. 2358, riguardante il tema qui affrontato, che testualmente affermava: « Un numero non trascurabile di uomini e donne presenta una tendenza omosessuale innata », seguendo, con quell’ “innata”, una teologia tracciata nel 1975 dalla sacra Congregazione per la dottrina della fede (condotta allora dal cardinale Franjo Seper) con la Dichiarazione Persona humana

Il pericoloso e fuorviante aggettivo veniva poi finalmente espunto, nell’editio tipica, così da avere una formulazione più ortodossa: « Un numero non trascurabile di uomini e donne presenta una tendenza omosessuale profondamente radicata. Questa inclinazione, oggettivamente disordinata… », stante però che, con la formula “una tendenza omosessuale profondamente radicata” l’estensore intendeva “una tendenza omosessuale strutturata”, cioè, ancora una volta, innata: se non è zuppa è pan bagnato. 

Ma in realtà c’è una bella differenza tra dire “innato” e dire “radicato”, per quanto “profondamente”, perché lì si dice ‘qualcosa di congenito’, qui invece ‘qualcosa che ha messo radice’, che è subentrato a uno stato precedente in cui quel tal qualcosa non si trovava e che poi invece per qualche motivo ha attecchito; dunque non affatto innato. 

 

Quanti fedeli si sono abbeverati alla prima edizione del CCC, senza sapere della correzione del grave errore (di cui anche chi scrive ha saputo del tutto fortuitamente)? E nelle altre lingue del CCC che cosa sarà mai avvenuto? 

La Chiesa, per aggiornare un catechismo evidentemente bisognoso da tempo di rinnovarsi, sia concettualmente che linguisticamente – il Tridentino, o “di san Pio V”, è del 1566! –, parrebbe oggi propensa a riconoscere, quasi fosse una realtà naturale, ciò che fino a ieri, cioè da sempre, era considerato anche dai suoi più grandi Dottori, tendenza o atto che fosse, un orientamento contrario alla legge divina. È sufficiente, per sollecitare chi lo segue a correggersi, dire che è “disordinato”? È sufficiente suggerire di vivere castamente una realtà sessuale senza spiegare che i sacrifici che ciò richiede sono dovuti a qualcosa di intrinsecamente cattivo? 

Forse, dato che oggi il magistero della Chiesa propone documenti come la Instrumentum laboris, che accetta acriticamente la presenza di « persone a tendenza omosessuale » come se ciò non fosse qualcosa che problematizza la dottrina e vanifica sia le precise indicazioni delle Sacre Scritture che le chiarissime posizioni teologiche in merito di Padri e Dottori della Chiesa, sarebbe da fare un ulteriore discernimento, ed è ciò che, con tutto il rispetto, e però anche avendo ben presente Ez 3,17-21, ci si propone di fare in queste righe. 

3. È GIUNTO IL MOMENTO DELLE GRANDI DECISIONI.

Per la verità, prima della pubblicazione del CCC, di tale gruppo di persone, “a tendenza omosessuale”, la Chiesa, nei lunghi secoli del suo prudente magistero, parla solo di sfuggita, casualmente, ma sempre in conformità a quanto indicato dalle Sacre Scritture, p. es. in una delle 45 Proposizioni condannate nei decreti del S. Uffizio del 24-09-1665 [contro i lassisti], per cui è anatemizzata l’affermazione: « La pederastia, la sodomia e le congiunzioni con animali, sono peccati della stessa specie più infima: perciò nella confessione è sufficiente dire che ci si è procurati una polluzione » (Proposizione 28, Denz 2044), il che, tradotto in linguaggio comune, significa che pederastia e sodomia, oggi “inclinazione omosessuale” e “atto sessuale con persone dello stesso sesso”, non possono essere trattate in confessione con leggerezza, derubricandoli a ridicole pulluzioni, ma col massimo rigore.

Inoltre ne parla ancora, come si sa, nel Catechismo Tridentino (p. 469 ediz. Cantagalli), dedicandovi però poche parole: « Disonesti e adulteri, effeminati e pederasti non erediteranno il Regno di Dio » (I Cor 6,9). Come si vede, in ogni caso la sodomia, oggi “omosessualità”, è sempre trattata, seppur sommariamente, come peccato, ossia come condotta dettata da una scelta dovuta al libero arbitrio, alla volontà, non alla natura. 

 

Ora invece, nel testo del CCC, si deve rilevare una correzione di prospettiva di 180°: non solo morale, ma direi anche antropologica, e, specialmente, dottrinale. Vi si dà infatti per scontata e reale una tendenza la cui consistenza, o – come lì si dice – radicamento, è invece tutta da dimostrare, e di cui dovrebbe essere respinta con forza l’esistenza “strutturale”, ontologica, ossia comunque connaturata in qualche modo alla sessualità umana, e ciò è proprio quello che qui si farà con quattro riflessioni (indicate con i punti A, B, C e D del paragrafo 4, accettando unicamente il fatto, ahimè storicamente riscontrabile, ma dannoso in primo luogo agli stessi protagonisti, poi alle loro famiglie e alla società, che esistono solo persone che peccano (e anche gravemente) contro la castità e dunque che esistono persone che, come tutti i peccatori, vanno familiarmente e socialmente accettate, amate, seguite e ascoltate come persone, ma rigettando ogni pretesa ontologista o naturale del loro status, che è solo quello di una situazione peccaminosa, transeunte, accidentale e storica, da correggere in tutti i modi, deviata dall’innata e sana tendenza dell’uomo al bene, qui quello del casto adeguamento al proprio genere, maschile o femminile, nella purezza di cuore elargita da Dio a ogni uomo che gliela richieda.

Le quattro riflessioni portano tutte a un unico esito, con una logica che non si piega né a destra né a sinistra, come esige la logica veritativa, o aletica, che Dio ha consegnato al-l’uomo perché sappia leggere in ogni tempo la sua Parola.  

Ed ecco le quattro riflessioni:

4. A) “Tendenza omosessuale” e Sacre Scritture.

Come visto, al n. 2358 dell’edizione del CCC del 1992 si segnala che « un numero non trascurabile di uomini e di donne presenta una tendenza omosessuale innata ». L’edizione tipica però si corregge, utilizzando, invece dell’inaccettabile aggettivo (“innata”), un suo eufemismo: « profondamente radicata », ma, anche se nel testo il periodo che segue ne dà un giudizio blandamente negativo (« Questa inclinazione, oggettivamente disordinata… »), in realtà si vuole dire la stessa cosa. A questa visione edulcorata, ossia falsa, della realtà, si oppongono però le Sacre Scritture, tra loro in sostanziale continuità, sia nel Vecchio che nel Nuovo Testamento, che non la ammettono: non l’ammettono né come “tendenza”, perché la tendenza all’atto, o inclinazione, od orientamento, o disposizione, è già l’atto, se pur in potenza; né tantomeno nel suo compimento, che esaurisce la tensione nell’attuazione. 

Per il Vecchio Testamento si segnalano i seguenti passi:

1) L’episodio di Sodoma (Gn 19,1-11);
2) « Non avrai con maschio relazioni come si hanno con donna: è abominio » (Lv 18,22);
3) « Se uno userà d’un maschio come d’una femmina, hanno fatto ambedue cosa abominevole; siano messi a morte, e il loro sangue ricada su di loro » (Lv 20,13);

Per il Nuovo Testamento si propongono i seguenti passi:

1) « Per questo Dio li ha abbandonati a passioni infami; le loro donne hanno cambiato i rapporti naturali in rapporti contro natura. Egualmente gli uomini, lasciando il rapporto naturale con la donna, si sono accesi di passione gli uni per gli altri, commettendo atti ignominiosi uomini con uomini, ricevendo così in sé stessi la punizione che si addiceva al loro traviamento » (Rm 1,26-7).

2) « Non illudetevi: …né effeminati, né sodomiti, … erediteranno il regno di Dio » (I Cor 6,9-10); 

3) « Non prendete parte alle opere infeconde delle tenebre, ma anzi biasimatele, perché quel che si fa in segreto, è turpe anche solo dirlo » (Ef 5,11-2); 

4) « La legge … è fatta per … i fornicatori, i pervertiti … » (I Tim 1,8; 10);

5) « Se [Dio] condannò alla distruzione le città di Sodoma e Gomorra, riducendole in cenere, facendole esempio a coloro che vogliono vivere empiamente, se liberò il giusto Lot vessato dalle ingiurie e dall’impuro vivere di popoli infami, poiché Lot era giusto di vista e di udito, mentre dimorava con gente che ogni giorno metteva alla tortura quell’anima giusta con opere inique, vuol dire che il Signore sa liberare i giusti dalla tentazione, e riservare gli empi per il giudizio, specialmente quelli che vanno dietro alla carne nel-l’immonda concupiscenza e disprezzano l’autorità » (II Pt 2,6-9);

6) « Così pure Sodoma e Gomorra e le città attorno, ree dello stesso modo di fornicazione e di vizi contro natura, ci restano a esempio, soffrendo la pena di un fuoco eterno » (Gd 7); 

 

Si noti la forte continuità tra i due Testamenti (con un san Pietro che p. es. cita dei passi del Vecchio Testamento per confermare il mantenimento della stessa direttiva), a riprova del fatto che Dio – sì: “Dio”, non altri, al contrario di quanto ritenuto oggi anche da molti esegeti e Pastori cattolici, seguendo i fuorviati protestanti – su questo punto specifico della sodomia, oggi detta “omosessualità”, vuole che si mantenga lo stesso rigore, senza alcuna flessione: la legge naturale è tesa a che la sessualità umana, come insegna nostro Signore (v. Mt 22,24ss), procuri nei secoli uomini che lo adorino, che lo amino, che lo lodino, così da farsene figli, e ne godano infine per sempre nel Regno dei cieli.

Ora, noi sappiamo che le Sacre Scritture sono inerranti, come esse stesse autorevolmente di sé affermano, p. es. quando il Salmista canta: « La verità è principio della tua parola » (Sal 118,159), così come altrettanto autorevolmente afferma il magistero della Chiesa, v. Denz 3292s e 3652-4, e poi ancora Dottori della Chiesa della statura di san Tommaso: « Bisogna ritenere incrollabilmente la verità della Sacra Scrittura » (S. Th., I, 68, 1), ed esse vanno riconosciute inerranti almeno in fide et moribus (e dico “almeno” solo perché, se non altro sul tema qui trattato, la loro inerranza è riconosciuta pacificamente da tutti, anche dai chierici più razionalisti), sicché l’inerranza delle Sacre Scritture è fuori discussione. 

 

Ma se reiteratamente, inequivocabilmente e sempre con la medesima assolutezza le Sacre Scritture si alzano a condannare il compimento di quegli atti, esse si alzano a condannare anche la disposizione, o tendenza, o inclinazione a compierli, per il fatto che giudicano la cosa dipendente dal libero arbitrio, dalla volontà (come fa anche il cardinale Sarah), e non dalla natura dell’uomo in se stessa, in qualsiasi modo essa si presenti, perché Dio non punisce l’uomo per ciò che egli è, né per qualche male di cui egli potrebbe essere portatore, p. es. per una cecità, ma lo punisce per ciò che egli fa, e che fa adempiendo ai tre noti parametri di piena avvertenza, deliberato consenso e materia grave.

Si è parlato qui di cecità, e così come si danno casi di cecità dalla nascita, cioè di patologie innate dell’organo della vista, così pure si possono dare casi di patologie innate della sessualità, che possono essere sia organiche che psichiche, di solito anzi reciprocamente correlate. Questi casi vanno trattati come la cecità, nella consapevolezza che, come si vedrà fra poco, l’uomo tende naturalmente al bene, dunque alla sanità, e si vedrà come egli possa distinguere tale giusta tensione dalle pulsioni irrazionali che pur lo eccitano.   

Ma, in generale, se la « tendenza omosessuale » non è un bene, va detto che essa è un male, e gli uomini che, patologia o non patologia, comunque dicono di tendervi “naturalmente”, tendono verso il male: tendono verso una direzione anomala, perversa, contro natura, e ciò fanno per pulsione irrazionale, non dominata, cioè per concupiscenza; i-noltre, non essendo tale tendenza una tendenza innata, perché il suo innatismo, come visto, metterebbe in errore le Sacre Scritture, e ciò è impossibile per definizione, tali uomini vanno instradati con i più opportuni consigli spirituali, forse anche uniti, questi, se il caso, a terapie collaterali, così da correggersi presto e compiutamente, tirandosi fuori dallo stato di peccato, considerando però che la via maestra è e rimane quella della conversione dello spirito: è e rimane (come d’altronde suggerisce anche il CCC al n. 2359) la via della castità dell’intelletto: l’evangelica “purezza di cuore”. 

4. B) “Tendenza omosessuale” e natura dell’uomo.

L’uomo – tutti gli uomini –, come ogni ente, tende naturalmente al bene, v., p. es., Tommaso d’Aquino, S. Th., I, 5, 1: « Ogni ente appetisce il bene », e, ancor più strettamente, II-II, 34, 5: « Nell’uomo la cosa radicalmente e massimamente più naturale è l’amore per il bene ». Si noti, per prima cosa, che il termine ‘appetire’ sta per ‘provare desiderio, fisico o morale, per qualcosa’, ‘essere portati per qualcosa’, che è la stessa cosa che ‘tendere a qualcosa’, così da poter dire “ogni ente tende al bene”, e l’amore è questa tensione quando essa è mossa dalla ragione, forma (o natura) dell’uomo (v., in Ibidem, « La natura dell’uomo è di essere ragionevole »).

Ma se ogni ente tende al bene, parrebbe che chi si dice che tenda all’omosessualità, essendo considerata essa, per alcuni, un bene di natura (“innata”), almeno per costoro chi tende all’omosessualità tenderebbe a un bene, ma ciò non è vero, perché, oltre a cozzare con le Sacre Scritture, essa cozza anche con la natura razionale dell’uomo.

Infatti, cos’è il bene dell’uomo, per san Tommaso? Ce lo spiega lui stesso in un articolo anteriore: « Prima di tutto troviamo nell’uomo l’inclinazione a quel bene di natura che egli ha in comune con tutte le sostanze, in quanto ogni sostanza tende per natura alla conservazione del proprio essere » (S. Th., I-II, 94, 2). 

 

Dunque anche per l’uomo il bene di natura è la conservazione del proprio essere, nel senso di sua custodia, salvaguardia, protezione e difesa, conservazione cui è portato spontaneamente, e non si intende solo la conservazione del singolo individuo, ma, prima ancora, quella della specie, in ossequio al principio che l’intero (la specie) è sempre maggiore della parte (l’individuo), v. in Ibidem, I-II, 65, 1, ad 4: la conservazione della specie è il bene cui è preposta la sessualità dell’uomo, sia dal lato della sua fisicità che dal lato della sua psiche. E siccome ciò è stato costituito nell’ambito della natura (o forma) dell’uomo, e la natura (o la forma) dell’uomo è la ragione, dunque è stato costituito nell’ambito della ragione, la sessualità va utilizzata secondo ragione, ossia secondo il fine ultimo cui è chiamato l’uomo, che è dare a Dio la figliolanza più atta alla sua gloria in numero e in bontà di qualità (spirituale).

Sicché avviene che quella che la prima edizione del CCC, corretta solo dopo che in cinque anni era stata distribuita a migliaia di fedeli, e senza neanche pubblicizzare adeguatamente la necessità teologica delle mende doverosamente apportate, al n. 2358, definisce prima una « tendenza omosessuale innata », poi, correggendosi, ma dando alla cosa sempre un valore “strutturale”, scrive « profondamente radicata », l’Aquinate invece, in salda coerenza con le Sacre Scritture, e, da qui, con le osservazioni sulla natura dell’uomo, la inserisce, per logica, nelle « disposizioni contrarie a quanto conviene alla sua natura [alla natura dell’uomo] » (Tommaso d’Aquino, S. Th., I-II, 71, 2). 

Se vi fossero persone con « tendenze omosessuali innate », ciò significherebbe che tale tendenza sarebbe un bene. Ma non può essere un bene cui tendere ciò che dalla Chiesa, negli atti di un uomo conseguenti a quella sua tendenza, viene indicato, con termini simili a quelli usati da san Tommaso, come atti « intrinsecamente disordinati, contrari alla legge naturale », come afferma ancora il CCC, n. 2357, nell’articolo che, pur precedendo di un solo numero quello presente nell’edizione del 1992, lo contraddiceva, senza che tale contraddizione venisse comunque rilevata da alcuno: ma se un atto è “intrinsecamente disordinato”, sarà anche “intrinsecamente disordinata” la cosiddetta “tendenza” allo status che porta a compiere quell’atto, anzi: lo è di più, come la causa (la tendenza) è certo da più dell’effetto (l’azione).

4. C) “Tendenza omosessuale” e fine ultimo dell’uomo.

Tali persone, che pretendono di essere riconosciute intrinsecamente “omosessuali”, quasi che la loro condotta disordinata, ripugnante e contro natura sia ontologica (non accettano neanche una prospettiva clinico-psico-terapeutica, sostenendo di essere tali geneticamente), asseriscono che le Sacre Scritture, quando parlano di sodomiti, sodomia,  o simili, non si riferiscono a loro, ma a chi che compie “atti omogenitali”, ma qui va chiarito invece che, agli occhi di Dio (sia nel V. T che nel N. T.), ogni scelta, atteggiamento o atto sessuale che non sia teso alla vita, che non sia teso cioè a “dare figli a Dio”, è male, è atto intrinsecamente e gravemente peccaminoso, e l’Aquinate lo considera, quale che sia, « vizio contro natura » (S. Th., II-II, 154, 11): « Esiste – spiega il santo – una specie distinta di lussuria là dove si riscontra uno speciale disordine, che rende ripugnante l’atto venereo. E ciò può avvenire in due modi. Primo, perché ripugna alla retta ragione, il che si riscontra in tutti i peccati di lussuria. Secondo, perché, oltre a ciò, ripugna allo stesso ordine naturale e fisiologico dell’atto venereo proprio della specie umana, e questo si chiama peccato o vizio contro natura. Ciò può avvenire in più modi. Primo, quando, senza nessun commercio carnale, ci si procura la polluzione per piacere venereo: e questo è il peccato di immondezza, che alcuni chiamano mollezza (o masturbazione). Secondo, praticando la copula con esseri di altra specie: e questo si chiama bestialità. Terzo – e qui siamo allo specifico peccato della sodomia, universalmente noto come “peccato contro natura” –, accoppiandosi con sesso indebito, cioè maschi con maschi e femmine con femmine, come accenna S. Paolo scrivendo ai Romani [v. sopra]e questo è il vizio della sodomia. Quarto, non osservando il modo naturale della copula; o non usando i debiti organi; o adoperando nell’atto altri modi mostruosi e bestiali » (Ibidem). 

 

Si noti che il Doctor communis, come dicevo, molto correttamente ritiene e chiama “contro natura” tutti gli atti venerei non finalizzati alla procreazione, perché essa procreazione, come si è detto sopra, è l’unico fine che giustifica la copula in un animale razionale quale è l’uomo, chiamato alla vita per glorificare Dio e dargli, nella carità formata dalla verità, altri uomini che a Lui diano gloria.

Posto che l’inclinazione al proprio genere sessuale (meglio: il desiderio, anzi l’impuro desiderio, anche per il CCC, il quale, p. es. al n. 377, lo chiama “concupiscenza”) è cosa che non porta ad atti fecondi per la vita, cioè non porta a dare, come dovuto, “figli a Dio”, essa è intrinsecamente cattiva, in odio o quantomeno in disprezzo a Dio e ai suoi disegni, posto che « la natura tende al fine, in quanto è mossa da Dio al proprio fine » (Tommaso d’Aquino, S. Th., I-II, 12, 5): ancora l’Aquinate, infatti, proprio nell’articolo che precede quello in cui enumera i peccati contro natura (S. Th., II-II, 154, 10) riguarda il vizio della lussuria come sacrilegio, giacché, « non osservando la castità, che è cosa ordinata al culto di Dio, […] viola qualche cosa che riguarda il culto di Dio ». 

4. D) “Tendenza omosessuale” e senso comune.

Ora, in onore al principio che è bene che l’uomo pervenga sempre a una certezza irrefragabile e catafratta delle verità che appura, specie se, come quelle ora viste, sono in ordine alla fede o alla morale, Dio stesso gli dà gli strumenti più validi per farlo, fornendolo non di una, ma di ben due verità a priori, fondamento a ogni altra conoscenza: non solo fornendolo cioè della verità della Rivelazione, cosa che sarebbe già sufficiente ad abundantiam, ma, nella sua nota e locupletata munificenza, provvedendolo anche di quella verità universale, e, appunto, anch’essa a priori, raccolta dal senso comune, il sistema articolato in cinque solide, pre-filosofiche e pre-scientifiche certezze (appunto) osservato e valorizzato nella sua più viva e potente realtà e nelle sue più larghe valenze filosofiche e metafisiche da Antonio Livi in Filosofia del senso comune, Leonardo da Vinci Editore, Roma 2012.

Se dunque noi constatiamo che effettivamente esiste la certezza per tutti gli uomini di trovarsi sotto una legge morale universale, abbiamo raggiunto il nostro fine, che è quello di essere pervenuti alla certezza irrefragabile che si diceva, ossia che le verità segnalate da Sacre Scritture e da Dottori della Chiesa come san Tommaso, poggiando su un insieme di consapevolezze universali, sono indubitabili. 

Ecco dunque l’esposizione delle cinque certezze secondo Livi, con particolare riguardo alla quarta, sull’ordine morale:

Le cose esistono, ossia c’è un universo che non è una cosa unica, ma un insieme di cose; tra le cose ci sono io; come me ci sono gli altri esseri personali; le cose e gli esseri che come me sono persone hanno tutti in comune di essere limitati e contingenti: nascono e muoiono, sono soggetti a continui mutamenti nel tempo della loro esistenza, dipendono da un ordine cosmico, dalla legge della natura, senza potersene sottrarre, le persone sono “chiamate” a inserirsi volontariamente in quest’ordine, accogliendolo in sé come un valore. … [Ecco] la logica del passaggio dalla coscienza dell’io-nel-mondo alla formulazione dei principi della morale; si tratta infatti della percezione di un dinamismo proprio che scaturisce dalla natura razionale dell’uomo (cioè dell’io e degli altri), dinamismo che consiste nell’agire secundum rationem, cioè nel conoscere l’ordine della natura cosmica come valore cui adeguarsi volontariamente. La legge morale nasce dunque con caratteri di oggettività (ordine cosmico) e allo stesso tempo di intersoggettività (la natura razionale, comune a tutti i soggetti … ). … Il senso comune, dunque, è anche la consapevolezza che l’ordine cosmico implica un dinamismo finalistico (Antonio Livi, Filosofia del senso comunecit., pp. 111-2).

Non solo, ma, Livi dice (e dimostra), « caratteristica di queste certezze è che la loro non-verità è di fatto assolutamente impensabile » (p. 101), ossia: da ciascuno di tutti gli uomini della terra, quali che siano la sua cultura e il suo tempo, è assolutamente impensabile che anche una sola delle cinque certezze sopra elencate del senso comune possa venir ritenuta falsa, e, per quel che ci riguarda, « non è pensabile – dice ancora Livi – (= io non posso pensare e certamente nessun altro può pensare) che non esistano delle leggi, diverse da quelle meramente fisiche, per le quali i rapporti intersoggettivi sono ordinati o disordinati (evidenza innegabile della legge naturale) » (p. 102).

Anche gli uomini che parteggiano per i concetti sopraesposti sull’innatismo dell’omosessualità “non possono non pensare e certamente non pensano che non esistano delle leggi morali per le quali i rapporti intersoggettivi sono ordinati o disordinati”, e anch’essi dunque pensano che le tendenze e gli atti di cui si parla vanno soggetti a tali leggi, solo che – e questo è il punto – ritengono che vogliono considerare ciò un bene, solo per il motivo che esistono, mentre san Tommaso (e con lui la Chiesa tutta) chiarisce che la loro condizione di bene non è raggiunta dal fatto semplicemente che esistono, ma che esistono in ordine a qualcosa, e, nel caso dell’uomo, in ordine alla ragione, sua forma, e se in ordine alla ragione la loro esistenza è irragionevole – e la loro esistenza è irragionevole perché con essi non si danno figli a Dio –, la loro esistenza va respinta. Questo è l’errore di chi li difende, e il senso comune, con l’ausilio della quarta certezza, lo mette esemplarmente in evidenza.

5. SACRE SCRITTURE, RAGIONE, SENSUS FIDEI E SENSO COMUNE
IMPONGONO CHE LA CHIESA CONDANNI L’OMOSESSUALITÀ:
O LA CHIESA SEGUE LA LOGICA ALETICA, O SEGUE LE PECORE.

Queste quattro considerazioni rigettano ab ovo ogni pensiero sul tema fondato su pretese ontologiste, cioè sulle premesse attualmente universalmente in voga e che oggi allignano, o in qualche modo comunque occhieggiano, come visto, persino nella stessa Chiesa, e su ciò essa dunque dovrebbe ulteriormente precisare il proprio insegnamento facendolo aderire più compiutamente ai principi e alle indicazioni presenti in Sacre Scritture e in san Tommaso, giacché un sano, solido e santo sviluppo della società non può aversi se non a partire da un insegnamento moralmente forte, ovvero che mostri in tutta chiarezza la sua più stretta continuità con le amorevoli e lungimiranti direttive di Dio. 

Da come stanno le cose, potrebbe sembrare quasi che le lobbies sessiste e i loro fiancheggiatori siano riusciti a spostare la linea di demarcazione che la Chiesa dovrebbe riconoscere tra bene e male inducendola, con impropri, inaccettabili e tendenziosi argomenti cosiddetti “scientifici”, a farle includere nel bene anche le « tendenze omosessuali » ad atti che la Chiesa, v. san Tommaso, ha sempre considerato « ripugnanti », ma la vera e originale linea di demarcazione è quella tra purezza e impurità, tra carnale e spirituale, tra castità e incontinenza (v. cardinale Sarah), come insegnano le Scritture: « Chi semina nella carne raccoglierà corruzione; chi semina nello Spirito, dallo Spirito raccoglierà vita eterna » (Gal 6,8), che si potrebbe parafrasare così: “Chi semina nelle pecore, dalle pecore raccoglierà corruzione; chi semina nella logica aletica, dalla logica aletica raccoglierà vita eterna”.

 

Le lobbies omosessuali e i loro fiancheggiatori sono riusciti anche a spostare l’attenzione di tutta la società su un suo aspetto marginale e circoscritto, qual è in realtà la sessualità, corrompendola moralmente come materialmente la corruppe la peste nera nel 1347, sicché ora la società è ipersessua-lizzata, ipercarnale, potremmo dire anche insatanassata, dove cioè il sesso è presente come fosse il sale della terra, con grave perdita della sua spiritualità, della sua santità, e anche solo della sua razionalità. 

Al contempo di questa invadente e abietta ipertrofia sessista, tutta involuta nel proprio piacere, inaspettatamente, ma logicamente, avviene che, in gravissima simmetria eguale e contraria, tutta la civiltà occidentale oggi si mostra irragionevolmente ma volutamente infeconda, destinata perciò alla propria più insana atrofia, al proprio autoannientamento, in Italia in primis, e i due problemi sono strettamente correlati. 

Ho detto “logicamente”, perché né il singolo uomo, né la società, possono pensare di vivere etsi Deus non daretur, “come se Dio non ci fosse”, che è il principio che si sono voluti dare i singoli uomini e la società occidentale e liberaloide di oggi, a partire dalle sue stesse Costituzioni civili. 

Sicché questa tendenza autodistruttiva è destinata a essere prima o poi corretta da Dio, attraverso la sua Sposa che è la Chiesa, di sicuro venendo corretta anch’essa, visti i quattro motivi di sdegno che a mio avviso ha suscitato in Dio Padre dal Vaticano II a oggi, di cui quello dato dal suo atteggiamento verso il sesto e il nono comandamento è solo l’ultimo e nemmeno il più decisivo, come chi scrive illustra abbondantemente in Street Theology. La scristianizzazione o Grande Fuga dalla realtà della Chiesa post moderna dal Vaticano II a Papa Francesco, Fede e Cultura, Verona 2016. È una paterna, ma severa correzione, quella che Dio stesso sta già infliggendo alla sua Chiesa e al mondo, e che più ancora infliggerà (paganizzazione generale e crisi demografico-eco-nomica ne sono solo alcuni esempi), che, nella sua bontà, garantisce col suo forte giuramento: « Portæ Inferi non prævalebunt » (Mt 16,18). 

La Chiesa è l’unica Società che può salvare i popoli e le nazioni, ma si ha l’impressione che forse qualche suo Pastore – come d’altronde è avvenuto in altri secoli nei duri confronti che essa fu costretta ad avere con altri potentati – si sia lasciato prendere da un eccessivo timore delle lobbiessessiste dominanti, così da produrre senza volere delle convinzioni come quelle viste al punto 4A, e il combattimento dunque per la necessaria correzione degli insegnamenti da dare sul tema potrebbe essere portato anche intra mœnia e potrebbe non essere privo di grandi scosse.

L’appuntamento della Chiesa, nella persona del Papa felicemente regnante, con l’Ordalia, è sempre più vicino, anche se non si è vista persona più lontanamente disposta a considerarla, ossia a considerare la necessità di riconoscere alla giustizia il primum per avere una vera, larga e genuina misericordia. E più l’augusto Soggetto se ne discosterà, più la Norman normans, il sacro appuntamento ordalico lo presserà fino a che anche su questo frangente della morale, oggi sfuggita di mano alla Mater et Magistra del mondo, la Chiesa non avrà dato con indefettibile precisione le indicazioni più gradite al Signore Dio. 

6. LA CASTITÀ: SCELTA OPZIONALE O LOGICA CONSEGUENZA
DELLA NATURA UMANA E RAZIONALE?

A proposito, infine, della castità, cui si è ogni tanto accennato e su cui fa tanto affidamento il Cardinale Sarah, andrebbe ricordato – e questo vale anche per i cosiddetti divorziati risposati, cioè, posto che il matrimonio è indissolubile, per i concubini e peccatori in atto – che la castità e la purezza di cuore sono dovuti a una condotta di vita richiesta dal Signore come status naturale da tenere sia nella condizione di celibi, sia in quella di sposati, sia infine in quella di consacrati, come indicato dal Signore: « Se non vi farete piccoli come questo bambino non entrerete nel Regno dei cieli » (Mt 18,4): l’impudicizia, la concupiscenza, è una tentazione; la purezza non è uno dei tanti possibili modi di vivere il matrimonio e in generale la vita, ma è lo status naturale e ontologico dell’uomo, fuori e dentro il matrimonio che sia. 

Certo, per mantenersi puri è necessaria la grazia, ma lo status dell’uomo, animale ragionevole, anche nel matrimonio, è, come ricorda anche san Tommaso con quel suo preciso riferimento alla ragione come qualità specifica che differenzia essenzialmente l’uomo dalle altre specie animali, la purezza, la castità, non l’impurità, non la lussuria. È vivere secondo lo Spirito, non vivere secondo la carne: « Chi semina nella carne, dalla carne raccoglierà corruzione, chi semina nello Spirito, dallo Spirito raccoglierà vita eterna » (Loc. cit.). 

 

La grazia è decisiva per il combattimento, ma l’uomo, di suo, non è che dopo il battesimo sia costretto quasi a guadagnare un territorio di ragionevolezza, di santità e di purezza in cui non si troverebbe originariamente, ma, dopo il battesimo, e ancor più dopo la cresima, e ancora più poi dopo ogni comunione eucaristica, dovrebbe ricordare che il suo status naturale è la purezza, dunque lontano da ogni tendenza malsana, da ogni tentazione/inclinazione impura: per grazia, si manterrà puro come puri sono i bambini, ossia come puro era egli stesso da bambino.

 

La purezza del cuore è l’unica via a essere atta, oltre che per la santità, anche per tornare a rendere feconda la società, viva la civiltà, promettente il futuro. La castità e la legge morale garantiscono e donano un benessere sociale anche materiale, perché il Signore, Cristo Gesù, premia con grazie anche materiali, se pur secondarie rispetto alle spirituali, la condotta morale di una società che segue i suoi comandamenti, il suo Vangelo, come suggeriscono anche alcune dottrine economico-finanziarie cattoliche che sollecitano intraprendere politiche che sappiano legare con rigore ambiti solo apparentemente lontani tra loro, come parrebbero essere il morale e l’economico-finanziario, ma le divine Scritture sono piene di vivi suggerimenti in tal senso: « Il Signore annulla i disegni delle nazioni, rende vani i progetti dei popoli » (Sal 32,10), « Il Signore ha dato, il Signore ha tolto» (Gb 1,21), e, nel N. T., Lc 12,6: « Cinque passeri non si vendono forse per due soldi? Eppure nemmeno uno di essi è dimenticato davanti a Dio », o anche I Cor 3,7: « Né chi pianta, né chi irriga è qualche cosa, ma è Dio che fa crescere ». Il Signore, padrone anche della materia, premia chi segue con purezza d’animo e con apertura alla vita (anche il rifiuto di metodi contraccettivi fa parte della castità) i misericordiosi e santi insegnamenti della Chiesa, dando alla società fecondità e benessere: spirituali sempre, e a volte, per i Suoi fini superiori e dunque sempre squisitamente spirituali, anche materiali.