L’attentato terroristico in Nuova Zelanda e le responsabilità - Corrispondenza romana
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L’attentato terroristico in Nuova Zelanda e le responsabilità

(Carlo Manetti, Europa Cristiana – 17 marzo 2019) Venerdì 15 marzo u.s. Brenton Tarrant, un australiano di 28 anni, armato di fucili automatici, assalta due moschee a Christchurch in Nuova Zelanda, uccidendo 50 persone e ferendone più di 30. L’attentatore ha filmato la strage, mentre la compiva, e l’ha trasmessa in diretta su Facebook; invia in Internet anche una specie di manifesto politico, con cui cerca di spiegare il suo gesto, manifesto inviato al Primo Ministro neozelandese, Jacinda Ardern. La notizia, ovviamente, fa il giro del mondo, suscitando unanime condanna.

Da quello che si sa del manifesto “politico” del terrorista e delle scritte sulle armi utilizzate per l’attentato, risulterebbe una serie di riferimenti storici e politici a dir poco incerti, che vanno da Carlo Martello (686-781), il condottiero franco che sconfisse gli arabi a Poitiers (732), affermandone l’avanzata verso la Francia; al Doge veneziano Sebastiano Venier (1496-1578), che fu uno dei grandi protagonisti della battaglia di Lepanto (7 ottobre 1571), che sottrasse il Mediterraneo centrale ed occidentale all’egemonia turca; ad Alexandre Bissonnette, l’autore dell’attentato alla moschea di Quebec City, nel quale morirono 6 persone; a Luca Traini, che il 3 febbraio 2018 ha sparato, a Macerata, su tutte le persone di colore incrociate, ferendone 6… ma, soprattutto, pare avere grande ammirazione per Anders Behring Breivik, che il 22 luglio 2011 compì due attentati, uno nel centro di Oslo, con un’autobomba piazzata davanti al palazzo dell’allora Primo Ministro norvegese, il laburista Jens Stoltenberg, causando 8 morti e 209 feriti, e l’altro sull’isola di Utøya, sparando sui membri del campus allestito dalla sezione giovanile del Partito laburista norvegese, facendo 69 morti e 110 feriti.

L’ideologia politica dell’attentatore appare confusa: da un lato apparirebbe, sempre a quanto trapela, come simpatizzante del cosiddetto «suprematismo bianco», una galassia di ideologie, di origine statunitense, che hanno in comune una base razzista e l’idea di difendere la razza bianca, ritenute in pericolo, e, dall’altro, pare dichiararsi grande ammiratore della Repubblica popolare cinese.

Sono corsi fiumi di inchiostro e di parole, con riferimento ad una fantomatica internazionale del suprematismo bianco; ci si è stracciati le vesti per le «parole d’odio» pronunciate da chi vuole porre un freno all’immigrazione selvaggia; si è giunti ad affermare che chiunque associ il concetto di immigrazione al concetto di criminalità è, in qualche modo, corresponsabile della strage, perché fomenta il clima di odio verso i migranti che alla base di quest’atto terroristico…

Al di là dell’emozione del momento, umanamente anche comprensibile, rimangono, però, alcuni dati di fatto oggettivi: gli attentati terroristici, a livello mondiale, compiuti da cristiani e/o occidentali ai danni di musulmani sono incommensurabilmente minori sia per numero che per entità rispetto a quelli compiuti da islamici contro cristiani e/o occidentali; coloro che apertamente pubblicamente sostengono la necessità o, anche solo, la auspicabilità di atti di violenza nei confronti di civili musulmani disarmati raggiungono, in tutto il pianeta, forse il numero di alcune decine, mentre le organizzazioni islamiche che esaltano, quando non promuovono direttamente, il terrorismo verso civili disarmati occidentali e/o cristiani annoverano nelle loro fila, secondo le stime più prudenti, decine di migliaia di affiliati; l’Islam esalta l’utilizzo della violenza contro gli infedeli a fini di proselitismo, jihād minore, mentre il Cristianesimo deve fare sue le parole di Nostro Signore Gesù Cristo: «amate i vostri nemici»[1].

Questo non significa negare che, anche in Occidente, esistano criminali che compiono attentati terroristici. Giova qui ricordare che il terrorismo è quello strumento politico che pretende di raggiungere i suoi obiettivi attraverso atti di violenza, normalmente rivolti contro persone inermi, unicamente tesi a creare un clima generalizzato appunto di terrore. Questo nasce dal periodo robespierriano della Rivoluzione francese, detto proprio Terrore, perché aveva elevato questo metodo a sistema di governo dello Stato.

Se proprio si desidera domandarsi da dove nasca, nella cultura occidentale, la giustificazione teorica del terrorismo, conviene esaminare quale approccio filosofico abbia preteso di staccare, in maniera assoluta, la politica dalla morale. Risulterebbe allora del tutto evidente che, più delle parole di assoluto buon senso di Matteo Salvini sulla necessità di limitare l’immigrazione clandestina, la «responsabilità morale», come si usa dire oggi, o, più correttamente, l’antecedente filosofico e logico di questa prassi brutale si ritrova nell’Illuminismo e, prima ancora, nei suoi precursori dell’Umanesimo, a cominciare da Niccolò Machiavelli (1469-1527), con la sua «autonomia delle scienze», tesa a giustificare la mancata sottomissione del detentore del potere politico all’etica; basti citare «Il principe» (1513), suo capolavoro al riguardo.

Il vero teorico, però, della giustificazione politica di ogni crimine e, in particolare, dell’omicidio è Vladimir Il’ič Ul’janov (1870-1924), in arte Nikolaj Lenin, con la sua «morale rivoluzionaria» o «doppia morale», secondo la quale (l’esempio è suo), se un borghese uccide un rivoluzionario, è un assassino, mentre, se un rivoluzionario uccide un borghese, compie un meritorio atto politico. È di ogni evidenza che, seguendo questo criterio, ciascuno lo può applicare all’ideologia di cui è seguace, secondo il principio kantiano per il quale non esiste nessuna verità oggettiva[2] e, conseguentemente, morale è l’uomo che segue l’«imperativo categorico», vale a dire ciò che “sente”, senza nessun vaglio razionale, di dover fare[3], sentendosi giustificato a compiere qualunque atto terroristico ritenga opportuno.

A dire il vero, però, l’Islam non ha dovuto attendere l’Illuminismo, poiché Maometto (570-632), la cui vita è norma etica per ogni buon musulmano, aveva già “compreso” e fatto suoi questi princìpi, quando ha preteso di uccidere di sua mano i prigionieri ebrei della tribù Banū Qurayza, che si erano precedentemente arresi[4].