Il Cardinale Pell è innocente, i suoi accusatori no - Corrispondenza romana
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Il Cardinale Pell è innocente, i suoi accusatori no

(Marco Tosatti, Stilum Curiae – 26 agosto 2019) La rana bollita non segnala mai quel primo millesimo di secondo in cui l’acqua nella sua pentola si scalda solo di mezzo grado [1]. Analogamente, i cattolici che vivono in America nel 2019 non potranno probabilmente apprezzare l’entità di ciò che è accaduto questa settimana in Australia. Eppure, non ho dubbi che lo faranno i miei nipoti.

Ecco i fatti: nel dicembre del 2018, il cardinale George Pell, ex arcivescovo di Melbourne e prefetto alla Segreteria per l’Economia del Vaticano, è stato dichiarato colpevole di aver abusato sessualmente di due ragazzi del coro negli anni ’90. Il prelato è ricorso in appello; il 21 agosto, una corte ha confermato a maggioranza (2-1) la sentenza di primo grado.

Al di là di ogni ombra di dubbio, Sua Eminenza è innocente. Voglio dire, è letteralmente impossibile che il cardinale Pell sia colpevole del crimine che gli è stato imputato. Gli atti di abuso descritti dall’accusa non sono solo ridicoli, ma sono  fisicamente impossibili  da compiere da parte di qualunque uomo. Non c’erano testimoni presenti al momento dei fatti, e neppure un briciolo di prove forensi per dimostrare la sua colpa. Ogni sacerdote, chierichetto e corista della Cattedrale di San Patrizio a Melbourne ha testimoniato che Pell stava celebrando la Messa al momento della presunta violenza.

Ma se la mia parola non basta, si leggano i documenti del tribunale, i resoconti diffusi ultimamente. Che diavolo! Si legga uno qualsiasi dei libelli anti-Pell – ce ne sono a dozzine – pubblicati negli ultimi anni. Cominciando dalla faziosissima e lunga ricostruzione di Louise Milligan. Provate a sperimentare quanto presto ci si accorge che le cose che si stanno leggendo non quadrano. Vi ritroverete a rileggere gli stessi paragrafi due, tre volte. Il vostro cervello inizierà a rimuginare. «Mi manca qualcosa», direte. «Questo non ha alcun senso».

Non è che vi sfugga qualcosa: è la ricostruzione che non ha senso. E questo perché il cardinale Pell è innocente. Le accuse sono false. Eppure, il sistema giudiziario australiano, la stampa australiana e la maggior parte dell’opinione pubblica australiana si rifiuta di ammetterlo. Un uomo innocente – un uomo santo, gentile, onesto e compassionevole – trascorrerà i prossimi sei anni in prigione. A seguire, passerà il resto dei suoi giorni sulla terra con la fama di violento pedofilo.

Ogni americano intellettualmente onesto, qualunque sia il suo credo, dovrebbe sentirsi oltraggiato per la grossolana ingiustizia avvenuta nella nostra nazione sorella al di là del Pacifico.

Com’è possibile che così tante istituzioni, tutte concepite specificamente per salvaguardare i diritti individuali e garantire il giusto processo, possano aver fallito contemporaneamente e in modo così disastroso? La risposta sta nel pure e semplice anticlericalismo.

Il corrotto, il decadente e il depravato hanno sempre odiato il santo sacerdozio di Cristo. Questo era già vero ai tempi di san Telemaco, l’eremita del V secolo che si gettò tra due gladiatori per separarli… e fu prontamente lapidato dalla folla! È tuttora vero oggi nel caso del cardinale Pell, che in Australia è stato il difensore più schietto dei bambini non ancora nati, che è stato a lungo ridicolizzato per i suoi sforzi in difesa della famiglia e per l’abrogazione del divorzio senza giusta causa.

L’anti-clericalismo ha avuto un’impennata in termini di virulenza e diffusione dai tempi dell’inchiesta Spotlight pubblicata sul Boston Globe nei primi anni Duemila. Nei Paesi con grandi minoranze cattoliche (come gli Stati Uniti e l’Australia) l’insofferenza nei confronti di chi indossa i colletti romani si è ora fatta tangibile. Nel nostro comune sentire, i sacerdoti cattolici sono da ritenersi colpevoli a meno che non dimostrino di essere innocenti. Questo, letteralmente, è stato il caso del cardinale Pell, dal momento che non c’erano prove per condannarlo, ma solo le non plausibili accuse di un giovane con problemi. Il cardinale è stato condannato perché non è stato in grado di fornire prove concrete del fatto che, venti anni fa, non ha molestato quei ragazzi. Solo se, negli anni Novanta, il cardinale avesse installato telecamere a circuito chiuso nella sagrestia della sua cattedrale, avrebbe avuto oggi qualche chancedinanzi alla corte.

Inoltre, anche se i due giudici che hanno confermato la condanna non fossero degli anticlericali duri e puri, avevano veramente scelta? Il cardinale Pell è stato condannato dal tribunale dell’opinione pubblica molto tempo fa. La sua vita è già rovinata. Perché rischiare di passare alla storia come quelli che hanno lasciato libero un vescovo molestatore di bambini? Perché è giusto? Ma questo è un approccio ritenuto, per quanto ancora suggestivo, del tutto antiquato, tanto che, ordinariamente, ci si guarda bene dal proporlo nei moderni corsi di giurisprudenza.

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Se tali stereotipi maliziosi si manifestassero contro una qualsiasi altra religione, sarebbero naturalmente esecrati da tutti i benpensanti come espressione di spudorata e intollerabile ristrettezza mentale. Vediamo, per esempio, che cosa è successo in aprile, quando il New York Times ha pubblicato nella sua edizione internazionale una grottesca vignetta nella quale un cane con la faccia di Benjamin Netanyahu faceva da guida a un cieco Donald Trump. Il cane portava una stella di David sul collare; il suo proprietario sfoggiava un kippah. Un’ondata di biasimo ha costretto – e giustamente – il Times a scusarsi.

Eppure, dubito che ci saranno ripercussioni verso The Australian, il principale quotidiano di centro-destra del Paese, per l’altrettanto vile vignetta che ha pubblicato il giorno in cui l’appello del cardinale Pell è stato respinto. Mostrava un prete con le corna e un pizzetto nascosto in un confessionale, coperto da un’enorme cerniera, come su un paio di pantaloni da uomo. È vero: l’anti-cattolicesimo è davvero l’ultimo pregiudizio accettabile.

Perché? Perché, in luoghi come Boston e Melbourne, la popolazione nominalmente cattolica lo è, appunto, in gran parte solo di nome. Le persone di sinistra che, a parole, dicono di aderire alla fede cattolica, comunque sostengono che la Chiesa dovrebbe «stare al passo con i tempi» sul «matrimonio» gay, sull’ordinazione delle donne e su cose simili. Questi pseudocattolici consentono ai propri compagni di strada politici di criticare la – diciamo così – «loro» religione in un modo che, se il contesto fosse diverso, verrebbe pressoché unanimemente stigmatizzato (come islamofobo, antisemita, ecc.).

In questi cattolici solo di facciata vive magari il ricordo di una pia nonnina che garantisce loro una sorta di affetto nostalgico per la Chiesa. La nonnina, però, rimane ai loro occhi una contadina polacca analfabeta che, oltre a tenersi stretto il suo rosario e a supplicare san Giuseppe di tenere lontano dalla bottiglia il proprio fratello buono a nulla, non sa fare nient’altro. Poiché non detestano la nonnina (anche se, diciamolo, è stata uno strumento superstizioso e omofobo nelle mani delle gerarchie ecclesiastiche internazionali), non si sentono anticattolici settari e faziosi,  pur odiando il dogma cattolico, il rito cattolico, il clero cattolico e praticamente tutti i cattolici praticanti. E, poi, a loro piace Joe Biden. Non è forse cattolico, lui?

A Louise Milligan, la principale aguzzina del cardinale Pell nei media australiani, questo modello di «cattolico anticattolico» si adatta come un guanto. Guardiamo questi stralci da un’intervista rilasciata in aprile al Financial Times:

«…Viene da una famiglia irlandese così cattolica che sua nonna ha rifiutato di partecipare al matrimonio di uno dei suoi 11 figli perché non si celebrava in chiesa. Quando la Milligan incontra donne della sua stessa età che sono state abusate da suore o sacerdoti, pensa “sarei potuta tranquillamente essere una di loro” …

Milligan non finge di essere distaccata. Porta la rabbia delle vittime della Chiesa come una ferita di guerra. “Sono stata educata nel cattolicesimo più rigoroso e ho fatto la prima comunione nello stesso periodo in cui la fece [la vittima di abusi] Julie Stewart”, dice. “La sua fotografia della prima comunione sembrava la mia. E, per grazia di una divinità che non riconosco più, eccomi qua”…».

Di che vi stupite, signori? Non siamo forse dinanzi a una persona normalissima che si è formata in scuole cattoliche?

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In parte è anche colpa dei cattolici che, come noi, operano nei media. Troppo spesso, nella nostra corsa all’identificazione dei sacerdoti malvagi, dimentichiamo il nostro dovere di difendere i buoni. Ciò è divenuto palese quando l’appartenenza a liste di «preti oggetto di accuse credibili» è stata interpretata come prova incontrovertibile di colpa. Oggi, molti giornalisti cattolici ben intenzionati e devoti contribuiscono alla cultura della diffidenza, e questa sta causando gravi danni al sacerdozio. Anche se rifiutiamo lo stereotipo del prete pedofilo, non facciamo abbastanza per confutarlo.

Eppure abbiamo il dovere di proteggere George Pell così come ci spendiamo per condannare Theodore McCarrick. Il caso di Pell potrebbe persino assumere un significato speciale, proprio perché difficilmente esponenti del mondo laico vorranno esporsi per pretendere un giusto processo per un anziano prete cattolico che viene ingiustamente accusato di crimini atroci contro i bambini. Nel futuro, i giornalisti cattolici dovranno fare molto di più per proteggere i nostri reverendi padri da questi stereotipi malvagi. Dobbiamo assicurarci che sia loro garantito un giusto processo e che sia presunta la loro innocenza. Glielo dobbiamo, come lo dobbiamo ai nostri amici e alle nostre famiglie, la cui stessa fede nel sacerdozio potrebbe essere messa a rischio dalla retorica anticlericale. Lo dobbiamo ai nostri figli, alcuni dei quali diventeranno loro stessi sacerdoti e che soffriranno gravemente per mano dei cacciatori di preti. Lo dobbiamo a tutti i giovani che si rifiutano di accettare la loro vocazione al sacerdozio, temendo sistematiche persecuzioni legali, e a giusta ragione.

Da ultimo ma non perché meno importante, dobbiamo farlo per noi stessi. L’Australia sta usando lo scandalo Pell per costringere il nostro clero a violare il sigillo confessionale ove il sacerdote senta un confratello ammettere di aver molestato bambini. Rammentate che i cattolici in California hanno appena scansato lo scorso giugno una disposizione legislativa che andava in questa direzione.

Sono venuti per i vescovi, ora vengono per i sacerdoti. Chi entrerà nel mirino dopo i sacerdoti? Ma i laici, ovviamente, cioè io e voi.

[1]L’apologo noto come «principio» o «sindrome della rana bollita» segnala il fatto che le minacce alla sopravvivenza derivano sovente non da eventi improvvisi, ma da processi lenti e graduali che sfuggono all’attenzione dei più. Eccone una formulazione:  «Immaginate un pentolone pieno d’acqua fredda nel quale nuota tranquillamente una rana. Il fuoco è acceso sotto la pentola, l’acqua si riscalda pian piano. Presto diventa tiepida. La rana la trova piuttosto gradevole e continua a nuotare. La temperatura sale. Adesso l’acqua è calda. Un po’ più di quanto la rana non apprezzi. Si stanca un po’, tuttavia non si spaventa. L’acqua adesso è davvero troppo calda. La rana la trova molto sgradevole, ma si è indebolita, non ha la forza di reagire. Allora sopporta e non fa nulla. Intanto la temperatura sale ancora, fino al momento in cui la rana finisce – semplicemente – morta bollita. Se la stessa rana fosse stata immersa direttamente nell’acqua a 50° avrebbe dato un forte colpo di zampa, sarebbe balzata subito fuori dal pentolone» [N.d.T.].