Cosa c'è di giusto e di meno giusto nella lettera che accusa Papa Francesco di eresia secondo Edward Feser - Corrispondenza romana
Stampa la Notizia

Cosa c’è di giusto e di meno giusto nella lettera che accusa Papa Francesco di eresia secondo Edward Feser

(Chiesa e post concilio – 16 maggio 2019) Nella nostra traduzione da LifeSiteNews continua la condivisione degli interventi in ordine alla Lettera Aperta ai vescovi. Edward Feser, professore di filosofia al Pasadena City College, se da un lato evidenzia alcuni che considera lati deboli della lettera, mette ben a fuoco anche le problematiche alla base di alcune affermazioni di papa Francesco che hanno mosso i sottoscrittori alla formulazione della stessa.

8 maggio 2019 (Edward Feser) — Che opinione dovremmo nutrire nei confronti della recente lettera aperta – firmata da Padre Aidan Nichols, dal Professor John Rist e da altri sacerdoti e accademici (a cui il Professor Josef Seifert ha manifestato il suo sostegno) – che accusa Papa Francesco?  Come altre persone che hanno espresso i loro commenti su di essa, penso che la lettera esageri la portata di certi elementi nella sua accusa principale e presenti alcuni argomenti deboli, ma che nel complesso colga nel segno su molti punti importanti che non possono essere ignorati per il mero fatto che la lettera non è impeccabile su altri aspetti.

Per quanto riguarda l’accusa principale, è vero che un papa può cadere nell’errore dottrinale, e persino nell’eresia quando non parla ex cathedra. Tuttavia, la possibilità e il modo di accusare un papa di eresia formale e le conseguenze che deriverebbero dal sancire la sua colpevolezza sono elementi trattati in modo molto meno definito dalla tradizione canonica e teologica rispetto a quanto la lettera sostenga. Alcuni dei più grandi teologi della Chiesa hanno speculato sulla questione, e se da una parte sono molti gli argomenti a favore di ogni diversa opinione, non vi è dall’altra un consenso teologico o un insegnamento magisteriale che risolva il caso. Inoltre, un papa che cada nell’eresia formale rappresenterebbe la crisi più drammatica che si possa immaginare per la Chiesa. Quindi, si richiede la massima precauzione prima di avanzare una tale accusa, e a mio modo di vedere accusare il papa in modo chiaro e tondo del “delitto canonico di eresia”, come fa la lettera, è un atto avventato.

Inoltre, alcuni degli argomenti utilizzati sono quanto meno imprudenti. Per esempio, è stato sciocco utilizzare la presunta forma sinistra del bastone che il papa ha usato in una messa particolare come prova di intenzioni eretiche. Certo, la lettera non insiste molto su questo punto, ma non è un buon argomento, e i critici della lettera, comprensibilmente, hanno puntato il dito contro.

Suppongo che questi gravi problemi che la lettera presenta siano una delle ragioni per cui non ha ottenuto un numero maggiore di firme, anche se è significativo il fatto che abbia ottenuto quelle di personaggi esimi come Nichols e Rist. (Con questo non voglio sminuire gli altri firmatari, alcuni dei quali sono studiosi eccellenti. Ma molti di loro hanno firmato varie altre dichiarazioni pubbliche critiche nei confronti di Papa Francesco, e quindi il fatto che abbiano firmato questa lettera è meno notevole rispetto al fatto che abbiano deciso di farlo Nichols e Rist.)

Un’altra ragione credo sia il fatto che non abbia molto senso continuare a pubblicare lettere e petizioni critiche nei confronti di Papa Francesco quando ne sono state pubblicate molte altre che sono state semplicemente ignorate dal papa, dai cardinali e dai vescovi. (Io stesso ne ho firmata una.) Mi rendo conto che i firmatari di quest’ultima lettera aperta non si aspettano di poter realmente indurre i vescovi ad agire, ma che vogliono semplicemente registrare negli annali storici un sommario dei problemi suscitati da alcune delle parole e delle azioni di Papa Francesco e il fatto che studiosi cattolici le hanno criticate. Ma ciò ha senso solamente se la lettera aggiunge qualcosa di nuovo e di significativo alle precedenti lettere e petizioni, e il punto principale aggiunto da quest’ultima è un’accusa che – come ho detto – viene formulata in modo avventato.

Detto questo, non è che i critici della lettera possano semplicemente segnalare i suoi punti deboli e poi tornare a dormire tranquilli. Per quanto sia controversa, la lettera è una risposta ad affermazioni e azioni del papa che sono anch’esse seriamente controverse. E anche se la temerarietà riflette una certa esasperazione da parte dei firmatari, non si può ragionevolmente negare che questo papa sia davvero esasperante.

Per esempio, Papa Francesco ha fatto molte affermazioni che sembrano almeno contraddire l’insegnamento cattolico tradizionale sul divorzio e sulle seconde nozze, sulla coscienza, sulla grazia, sulla diversità delle religioni, sulla contraccezione, sulla pena capitale e su vari altri temi. La lettera aperta fa riferimento proprio a questo. In realtà, almeno per quanto riguarda il numero di affermazioni controverse fatte da Papa Francesco, la lettera sottostima addirittura il problema, perché non menziona per esempio le dichiarazioni del papa sulla contraccezione, sulla pena capitale e su altre questioni. Il mero volume di dichiarazioni controverse è già in sé allarmante, qualsiasi sia l’opinione che si abbia su una sola di esse considerata a parte. È possibile ritrovare affermazioni controverse sparse tra quelle dei papi precedenti, ma nessuno di loro ne ha mai fatte tante.

È vero che gli apologisti del papa hanno cercato per tali affermazioni interpretazioni che le possano conciliare con la dottrina tradizionale, ma il loro tentativo comporta due problemi generali – a parte il fatto che non tutte le interpretazioni proposte sono poi così plausibili.

In primo luogo, come ho sottolineato in precedenza, per difendere l’integrità dottrinale di un’affermazione non è sufficiente uscirsene con interpretazioni stiracchiate e innaturali che smentiscano l’eresia in senso stretto. Si tratta di uno standard molto più basso di quello storicamente applicato dalla Chiesa stessa, e non metterebbe nulla fuori discussione.

Per fare un esempio che ho utilizzato in passato, persino all’affermazione “Dio non esiste” potrebbe essere data un’interpretazione ortodossa se la si stiracchia a sufficienza. Si potrebbe dire: “Affermo che Dio non ‘esiste’ nel senso del semplice possedere o partecipare dell’esistenza nello stesso modo in cui gli altri enti la posseggono e vi partecipano. Piuttosto, Egli è l’Essere che Sussiste in Se Stesso e la fonte dell’esistenza degli altri enti”. Il problema è che la gente comune non comprenderebbe una tale interpretazione ampollosa. La gente comune, udendo un’affermazione del genere, la interpreterebbe in modo naturale come una dichiarazione atea, specialmente se pronunciata durante un discorso alle masse e non di fronte a un pubblico di accademici, e se chi pronuncia quest’affermazione non si prende briga egli stesso di chiarirla offrendo in modo esplicito un’interpretazione non atea.

Una dichiarazione teologica – specialmente quando viene fatta da un uomo di Chiesa alle masse – dev’essere chiaramente ortodossa in base a un’interpretazione naturale, e non in modo presunto e sulla base di interpretazioni creative. È per questo che la Chiesa ha sempre sostenuto che considerare una dichiarazione eretica in senso stretto è solo uno dei vari modi in cui essa può essere considerata dottrinalmente questionabile. Un’affermazione non esplicitamente eretica può anche essere erronea, o prossima all’eresia, o precipitosa, o ambigua, o “offensiva per orecchie pie”, o soggetta a una delle altre censure teologiche con cui la Chiesa ha in passato condannato varie opinioni teologiche.

Per quanto riguarda la questione delle dichiarazioni papali controverse, possiamo prendere in considerazione i casi di Papa Onorio I e di Papa Giovanni XXII, spesso citati come i due esempi più lampanti di papi che possono essere verosimilmente considerati colpevoli di eresia. I loro difensori hanno sostenuto che la formula letterale delle dichiarazioni che li hanno messi nei guai possa essere considerata eretica in senso stretto solo alla luce di definizioni dogmatiche successive e non di quelle già esistenti ai loro tempi. Anche qualora quest’argomento si consideri valido, resta però il fatto che Giovanni XXII, che aveva negato che i giusti godessero dell’immediata visione beatifica dopo la morte, ritrattò questo errore in seguito alle vigorose critiche che ricevette da parte dei teologi dei suoi tempi. E rimane il fatto che Onorio è stato condannato da due suoi successori per le sue dichiarazioni che come minimo prestavano un supporto all’eresia monotelita. Papa San Leone II dichiarò:

 

Anatemizziamo … Onorio, che non si sforzò di santificare questa Apostolica Chiesa con l’insegnamento della tradizione Apostolica, ma permise che la sua purezza venisse contaminata dalle insidie profane.

E:

Onorio… non estinse – com’è doveroso per l’autorità Apostolica – il fuoco dell’insegnamento eretico sin dal suo divampare, ma con la sua negligenza lo alimentò.

Quindi, indipendentemente dal fatto se Onorio e Giovanni XXII siano stati colpevoli di eresia in senso stretto o no, essi furono innegabilmente colpevoli di pronunciare dichiarazioni che cadevano sotto una o più delle censure teologiche minori citate sopra. Analogamente, anche se alle dichiarazioni controverse di Papa Francesco possono essere date interpretazioni che evitino loro la condanna come eresie in senso stretto, ciò non eviterebbe loro di cadere in una o più delle censure teologiche minori.

 

Il secondo problema inerente alle interpretazioni proposte per le dichiarazioni di Papa Francesco è rappresentato dal fatto che è il papa stesso, e non i suoi difensori, che le deve fornire, ma egli si è costantemente rifiutato di farlo. La lettera aperta ha ragione quando critica questo fatto. Innanzitutto, la difesa dell’insegnamento tradizionale e la risoluzione delle dispute dottrinali è il compito principale di un papa. Pertanto il fatto che non abbia ancora risposto agli ormai famosi dubia (per fare solo un esempio) è ingiustificabile. In questo egli ha chiaramente mancato al suo dovere e i suoi difensori sono intellettualmente disonesti quando cercano di affermare il contrario. Se il papa avesse semplicemente riaffermato l’insegnamento tradizionale in risposta a queste domande presentate in modo diretto e rispettoso da vari dei suoi cardinali, la controversia dottrinale principale che ha intorbidito il suo pontificato sarebbe stata rapidamente risolta.

 

Oltretutto, anche ciò che una persona omette di dire e il modo in cui agisce può “mandare un messaggio” tanto chiaro come quel che non afferma esplicitamente. La lettera aperta ha ragione anche nel sottolineare questo punto. Per tornare al mio esempio, si immagini che io non solo affermi pubblicamente che “Dio non esiste”, ma che mi rifiuti anche di confermare o di negare se sto sostenendo l’interpretazione non atea di quest’affermazione proposta per me da alcuni dei miei difensori. Immaginiamo che nelle mie prediche io elogi frequentemente pensatori atei come Nietzsche, Marx, Sartre, etc. e le religioni e i pensatori teisti spesso criticati. Ma immaginiamo anche che, nonostante tutto questo, io negassi di essere ateo. Sarebbe normale che la gente si senta confusa e che molti sospettino che io stia facendo il doppio gioco, ossia che io sia veramente ateo ma che non lo voglia ammettere onestamente.

 

In modo analogo, quando il papa non solo fa delle affermazioni teologicamente ambigue sul divorzio e sulle seconde nozze, sulla coscienza, etc., ma si rifiuta anche di chiarirle e promuove ed elogia persone che hanno la reputazione di essere lontane dall’insegnamento tradizionale in questi settori, criticando e mettendo in disparte allo stesso tempo le persone che sono note per la loro difesa dell’insegnamento tradizionale, non è affatto sorprendente che molte persone temano – a torto o a ragione – che egli non aderisca all’insegnamento tradizionale ma non voglia dirlo esplicitamente.

 

Si immagini cosa sarebbe successo se la lettera aperta avesse denunciato non che il papa sia colpevole del delitto canonico di eresia, ma che le parole e le azioni del papa hanno incoraggiato, sia pure in modo inconsapevole, l’errore dottrinale, o anche che il papa sia stato negligente nello svolgimento del suo compito di difendere la sana dottrina. Sarebbe stato molto più difficile difendere il papa da queste accuse più leggere, come dimostrano chiaramente le prove addotte nella lettera. Queste accuse minori non avrebbero peraltro sollevato la questione della perdita dell’ufficio papale, con tutte le sue irrisolte controversie canoniche e teologiche e con le sue terribili implicazioni pratiche. E in questo caso (contrariamente a quello dell’ipotesi di un papa formalmente eretico) sarebbero stati a disposizione i chiari precedenti costituiti dai casi di Onorio e di Giovanni XXII.

 

È noto che la Chiesa insegna che la legge suprema è la salvezza delle anime. Non insegna che la difesa del papa a tutti i costi è la legge suprema. Alcuni dei difensori del papa sembrano non conoscere la differenza. Ma come mostrano i precedenti del rimprovero di San Paolo a San Pietro, della condanna di Papa Onorio e delle critiche dei teologi del XIV secolo a Papa Giovanni XXII – e come la Chiesa ha sempre riconosciuto – può succedere, sia pure molto raramente, che quanto richiesto per la salvezza delle anime sia esattamente la correzione e non la difesa di un papa. La lettera aperta ha ragione anche su questo punto. Tuttavia, una correzione del genere dev’essere fatta con reverenza filiale e con estrema precauzione.