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Un film, una polemica: il nuovo Sorrentino e il dibattito sull’eutanasia

FONTE IMMAGINE: Multisala Cinema Nuovo (https://cinemanuovo.it/)

La settimana scorsa sono andata a vedere il nuovo film di Paolo Sorrentino La grazia, sia perché apprezzo lo stile di questo regista, sia perché mi interessava il tema: la crisi morale che Mariano De Santis, anziano Presidente della Repubblica alla fine del suo mandato, affronta quando si trova a dover scegliere se concedere la grazia a due persone che hanno commesso un omicidio. Mi aspettavo un’opera capace di coniugare forza visiva e profondità di contenuti. L’impressione, però, è stata di segno opposto.

Dal punto di vista formale, il film soffre di numerose lungaggini che ne appesantiscono il ritmo e ne rendono la visione faticosa. Ma è soprattutto sul piano dei contenuti che emergono le maggiori perplessità. L’opera appare infatti come una grossolana e inaccettabile propaganda a favore dell’eutanasia.

Il tema non è casuale. In Francia, proprio in questo mese di gennaio, il dibattito sulla fine della vita è tornato al centro dell’agenda politica. Il presidente Emmanuel Macron vi ha fatto riferimento anche nel suo discorso di Capodanno, augurando ai francesi un buon anno… e in un certo senso una buona morte. Perché è questo che ci viene promesso: il “morire bene”, o “morire con dignità”, come se attendere la morte naturale non fosse dignitoso! Al momento, il progetto di legge è stato fortunatamente respinto dal Senato, ma il confronto resta aperto. La questione tornerà inevitabilmente al centro del dibattito pubblico, sostenuta da una forte spinta ideologica.

Nel film di Sorrentino, la pressione a favore dell’eutanasia prende forma attraverso il personaggio della figlia del presidente e di un gruppo di sostenitori che promuovono apertamente l’eutanasia. Ciò che soprattutto ferisce è l’allontanamento dall’umanità nei suoi fondamenti etici e la fragilità degli argomenti a favore di questa scelta. Se il regista si permette di mettere in scena l’agonia di un cavallo della guardia presidenziale, utilizzandola per sottolineare l’inutilità della sofferenza e la presunta crudeltà di chi si oppone all’eutanasia, significa che si è perso il senso dell’umano per abbassarsi al livello dell’animale, eludendo pateticamente la dimensione filosofica e spirituale della vita e della morte. Non abbiamo dunque nulla di superiore ai nostri amici animali? Dobbiamo per sempre negare il senso della nostra esistenza e la sua vocazione soprannaturale? La nostra contingenza e la nostra sete di assoluto? C’è un vero disagio filosofico, ancora prima di parlare della dimensione teologica.

Il film propone poi il caso simbolico della richiesta di grazia per due detenuti condannati per l’omicidio dei propri coniugi. Si cavalca l’onda dell’emozione per spiegare che, se la legge sull’eutanasia fosse stata approvata, queste povere persone non avrebbero dovuto scontare la loro pena per aver “aiutato” il loro caro a morire. Così, con un colpo di bacchetta magica, la legge sull’eutanasia ribalta completamente la legge naturale: ciò che ieri era un crimine non lo è più, anzi passa per un atto d’amore.

Ma ciò che il regista non dice è che con questa legge altri finiranno in prigione: non quelli che hanno ucciso, ma coloro che si sono opposti alla morte. In nome della pseudo-libertà di chi vuole uccidersi, viene lesa la libertà di coscienza di tutti coloro che lo circondano e che sono obbligati a farlo: dal medico che prescrive la dose letale, al farmacista che non può rifiutarsi di preparare il veleno, fino alla famiglia e al personale sanitario (infermieri, assistenti alla persona, ecc.). In Francia, il progetto di legge prevede precisamente due anni di reclusione e una pesante multa per quello che viene chiamato il “reato di intralcio”. Con questo reato, tutti rischiano di cadere sotto la scure della legge: sia le famiglie, sia gli ospedali cattolici che si opporranno a far entrare il medico eutanasista. Che cosa dovranno fare? Lasciarsi condannare rischiando di perdere i finanziamenti o arrivare a chiudere le porte? Ci si può permettere questo lusso in un contesto di carenza di personale e di strutture sanitarie?

Il film, ambientato tra le eleganti sale del Quirinale non mostra queste conseguenze normative, né quelle psicologiche sulle persone anziane o malate: già oggi il gesto di darsi la morte viene presentato come coraggioso, ma non si esiterà a definirlo anche generoso, come già avviene nei paesi in cui l’eutanasia è legalizzata, come il Canada, per esempio. Ci sono testimonianze in tal senso: «Benché mio padre avesse espresso fin dall’inizio il suo rifiuto di ricorrere all’eutanasia o al suicidio assistito, gli è stata proposta non meno di sei volte e abbiamo avuto molte difficoltà ad accedere alle cure palliative».

Per finire, il colpo di scena! Il prodotto utilizzato per l’eutanasia è lo stesso somministrato ai condannati a morte negli Stati Uniti, e che ha fatto scandalo perché provoca una morte terribile per soffocamento. L’ultima frase è gelida, ma quanto mai rivelatrice! «A chi appartengono i nostri giorni?» e la risposta cade come una condanna: «A noi stessi».

L’uomo che non sa più guardare verso l’alto ha come unico riferimento la propria persona. Tragico destino di un essere che presume di auto-determinarsi e che ha dimenticato il fine della sua esistenza, escludendo Dio dalla propria vita e dalla società.