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Redenzione e metafisica dell’oblazione

Quando l’Aquinate, nella prima parte della Summa Theologiae, trattando dell’amor di Dio, si chiede se Dio ami le cose migliori risponde: «per Dio amare di più un essere non vuol dire altro che dare a quest’essere un bene più grande, essendo la volontà di Dio la causa della bontà nelle cose. E quindi, proprio per questo vi sono delle cose migliori, perché Dio vuole ad esse un bene maggiore. Di qui la conseguenza che le cose migliori Dio le ama di più» (I, q. 20, a. 4). Abbiamo qui un principio fondamentale del tomismo, che si può sintetizzare in questo modo: Dio non ama le cose perché sono buone, ma le cose sono buone perché Dio le ama. E ciò mostra la sovrana libertà di Dio, che non è mai disgiunta dalla sua Sapienza. 

Ma in questo articolo, l’Aquinate muove un’interessante obiezione – la prima – in cui si chiede come sia possibile che Cristo, pur essendo superiore a tutto il genere umano, essendo Dio e uomo, sia però stato consegnato alla morte e dunque apparentemente meno amato. A questa obiezione egli risponde affermando che, proprio perché era più amato è stato dato «alla morte per la salvezza del genere umano» perché ne uscisse «vincitore glorioso». Come si spiega questa apparente contraddizione? Con quella che potremmo definire la metafisica dell’oblazione o del dono di sé.

Il Padre vuole per il Figlio incarnato, che ama più di ogni creatura, il massimo bene e dunque la massima perfezione. Ora la massima perfezione di un essere consiste nel comunicare il bene posseduto. Scrive ancora l’Aquinate: «Le cose esistenti in natura non solo hanno verso il loro bene l’inclinazione naturale a cercarlo, quando non l’hanno, e a riposarvisi quando lo possiedono; ma anche ad effonderlo sulle altre, per quanto è loro possibile. Per questo vediamo che ogni agente, nella misura in cui ha attualità e perfezione, tende a produrre cose a sé somiglianti». Dunque «le cose, in quanto sono perfette, comunicano ad altre la propria bontà». Ora in natura rinveniamo che, giunta al perfetto sviluppo fisico, la creatura si riproduce; dunque, si comunica nell’ordine della natura. Ma nell’ordine spirituale, ossia della soprannatura, questa comunicazione non è altro che l’amore spinto fino al dono di sé. Orbene, «in Dio, che è la perfezione sussistente e non ha bisogno di nulla per essere sé stesso, l’amore non è che un dono. Perciò offrendo la sua vita per amore, il Figlio incarnato realizza nel modo più eccellente la perfezione propria dell’uomo secondo il cuore di Dio» (S-T. Bonino, Il m’a aimé et s’est livré pour moi, Parigi 2013, p. 141). Si comprende allora perché, permettendo la passione e la morte del Figlio, il Padre lo abbia amato di più permettendogli la massima comunicazione di Sé nel sacrificio della sua vita per il genere umano e ne uscisse così «vincitore glorioso». Infatti, scrive ancora l’Aquinate, Dio Padre ha consegnato il Figlio alla morte, «nella misura in cui gli ispirò la volontà di soffrire per noi, infondendogli la carità» (III, q. 47, a. 3). La sofferenza nel Figlio di Dio, dunque, non è che la conseguenza dell’amore ed ha tanta efficacia non in proporzione del sangue versato o della quantità materiale dei patimenti, ma in forza dell’amore che la informava.

Anche nella vita umana abbiamo, in questo senso, degli esempi analoghi ma eloquenti. La madre dei Maccabei, che esortava i figli a morire, non voleva forse il loro massimo bene, ossia la gloria eterna? Nella storia dei Quaranta martiri di Sebaste (10 marzo), riportata nel Breviario Romano, si narrache, durante il supplizio, morirono tutti, eccetto Melitone, il più giovane. La madre, presente, nel vederlo ancor vivo, così lo esortava: “Figlio, soffri ancora un po’; ecco, Cristo sta alla porta ad aiutarti”. Al vedere poi porre sui carri i corpi degli altri per essere portati al rogo e lasciarsi il figlio suo, la santa madre presolo sulle proprie spalle coraggiosa seguiva i carri che portavano i corpi dei Martiri. Melitone rese l’anima a Dio tra le braccia di lei, e il suo corpo fu posto dalla pia madre sullo stesso rogo degli altri Martiri; affinché quelli ch’erano stati sì strettamente uniti nella fede e nel coraggio, lo fossero ancora nello stesso funerale, e giungessero poi insieme nel cielo. Si racconta ancora che sul campo di battaglia di Loigny, dove nel 1879 gli zuavi pontifici affrontarono i prussiani, i colpi dei nemici si concentrarono su colui che portava la bandiera del Sacro Cuore. Quanto Bouillé padre fu colpito a morte, spontaneamente consegnò la bandiera al figlio, preparandogli così una morte prossima. In tal modo, quel padre non volle far altro che preparare al figlio il massimo bene nel dono di sé che conduce alla gloria (cf ivi, p 141). A queste madri e a questo padre si aggiungono i Santi di tutti i tempi i quali, bramando di soffrire, si mostravano non dei folli masochisti, ma i più sapienti e amanti tra gli uomini.

La perfezione dell’uomo consiste nel dono di sé, cioè nella suprema comunicazione della propria bontà, e tale dono, in regime di natura decaduta, passa necessariamente attraverso il dolore. Nel mondo secolarizzato in cui viviamo, dove il dolore – fisico e morale – è esorcizzato come il peggiore dei mali, l’Aquinate ci esorta ad elevare lo sguardo, ad avere una visione metafisica del reale, a guardare al dolore non come al massimo dei mali ma come al rimedio dei nostri mali se offerto con amore soprannaturale unitamente al Signore Crocifisso, il Quale ha sparso per noi tutto il suo Sangue perché è stato più amato, e per amore ha voluto donare tutto Sé stesso, realizzando così «nel modo più eccellente la perfezione propria dell’uomo secondo il cuore di Dio».