Rivoluzione vs. Tradizione
(Diego B. Panetta, L’intellettuale dissidente) «Il est interdit d’interdire» («Vietato vietare»)fu il motto forse più celebre scandito dai rivoltosi francesi durante il celebre maggio del 1968. Augusto Del Noce allora ricopriva la cattedra di Storia della filosofia all’Università di Trieste. Egli si trovava dinanzi ad uno snodo fondamentale nella sua produzione intellettuale. Dopo le pubblicazioni che avevano accompagnato la sua carriera negli anni del dopoguerra, tra le quali il poderoso volume Il problema dell’ateismo (Il Mulino, Bologna 1964) e Riforma cattolica e filosofia moderna (Il Mulino, Bologna 1965), dedicata a Cartesio, nel 1970, in coincidenza dell’uscita dell’opera L’epoca della secolarizzazione (Giuffrè, Milano 1970), ottiene il trasferimento all’Università di Roma-La Sapienza, dove insegna prima Storia delle dottrine politiche e poi, dal 1974, Filosofia della politica.
L’arco di tempo che va dipanandosi sul finire degli anni ’60 e che trova il suo apice nel decennio successivo, è quello che può considerarsi fra i più rilevanti e fecondi del filosofo piemontese. All’impegno accademico Del Noce affianca quello pubblico, attraverso articoli e contributi che scrive per quotidiani e riviste, tra cui «Il Tempo» e «Il Giornale d’Italia». Sono gli anni in cui il filosofo nativo di Pistoia ingaggia un fervido duello avverso l’egemonia progressista del tempo: dalla battaglia antidivorzista all’impegno nel disvelare la strategia del centro-sinistra allora al governo.
Per comprendere e spiegare la ragione del perché Del Noce costituì un ostacolo di non poco conto per il mondo culturale del tempo, occorre affrontare quello che Roberto de Mattei, autore de La critica alla Rivoluzione nel pensiero di Augusto Del Noce (Le Lettere, 2019) definisce come «il motivo introduttivo alla sua opera», vale a dire la «radicale contrapposizione» alla scuola torinese che da Gobetti a Bobbio deteneva l’assoluta egemonia nell’interpretazione filosofica della storia contemporanea.
Il pensatore piemontese fonda la sua critica appoggiandosi allo scritto di Giacomo Noventa Tre parole sulla Resistenza (Vallecchi, Firenze 1973), al cui volume dedica un saggio introduttivo. Augusto Del Noce ritiene che il contributo fondamentale di Noventa consista sostanzialmente nel leggere l’esperienza fascista come «errore della cultura» e non come «errore contro la cultura», sostenuta invece dalla scuola piemontese. Del Noce conviene con Noventa dell’impossibilità di scindere il momento politico dalla cultura del tempo. Noventa rileva che l’antifascismo, al pari del fascismo, sia figlio della medesima cultura di impronta immanentista. L’immanentismo caratterizza la modernità (assiologicamente intesa) e fa derivare l’essere (la realtà) dall’atto del conoscere. Ne discende pertanto che «l’autocritica dell’antifascismo – scrive Augusto Del Noce – deve consistere (…) nella sua completa separazione dalla cultura immanentistica» (p. 32).
“Autocritica” che deve essere estesa al fenomeno della Resistenza, secondo Del Noce. Il pensatore piemontese andava così a capovolgere la tesi sostenuta da Norberto Bobbio nel suo Il profilo ideologico del Novecento (Garzanti, Milano 1969). La costituzione del Comitato di Liberazione Nazionale (Cln) rappresentò, secondo Bobbio, uno spartiacque fondamentale della storia italiana. Nel Cnl le diverse concezioni del mondo, espressione dei partiti che ne facevano parte, trovavano una sintesi nella comune lotta contro il totalitarismo fascista. Il sostrato che fungeva da collante ideologico era rappresentato dall’azionismo, il quale favorì e velocizzò la transizione verso l’Italia repubblicana.
Il mito resistenziale, che sorregge e traduce l’impegno azionista, deve essere ripensato proprio in virtù di ciò che ha in comune con il suo nemico storico-ideologico: il fascismo. A partire dalla stessa idea di “fascio” che le sta alla base, da intendere come “santa” alleanza tra visioni inconciliabili in nome di un nemico assunto come il male per eccellenza, il quale – sottolinea de Mattei – è «individuato non tanto nel fascismo, quanto in ogni visione della storia fondata su valori tradizionali» (p. 54).
V’è un fil rouge che lega Gobetti a Mussolini e che, secondo Del Noce, dice molto più di quanto non riveli il falso dualismo fascismo-antifascismo. Sia l’intellettuale antifascista che il futuro capo del fascismo, alla vigilia della prima guerra mondiale si schierarono dalla parte di quanti invocavano l’intervento in guerra del Regno d’Italia. Ed è proprio la comune matrice interventista su cui si sofferma Del Noce:
Mussolini e Gobetti hanno in comune l’idea che la guerra debba sbocciare in una rivoluzione e in un rinnovamento radicale, quello della rottura con l’Italia prebellica, il fondamentale anticattolicesimo; entrambi pensano a una rivoluzione che vada oltre la forma marx-leninista
Entrambi quindi esauriscono un ventaglio ideologico che fa agio su di una medesima cultura, che è quella idealistica depurata dalle scorie marxiste, per mezzo della recezione del pensiero di Croce e Gentile. Cultura che andrà a costituire nel dopoguerra la base d’appoggio «del progetto gramsciano di secolarizzazione della società» e che avrà come esito finale il “suicidio”. Come fa notare l’autore del saggio, infatti, «il pensiero di Gramsci dimostra come la filosofia del primato del divenire, dopo aver elaborato il concetto di Rivoluzione totale, giunta al suo punto ultimo lo rovesci in quello di dissoluzione, di processo verso il nichilismo» (p. 56).
Se il nichilismo è l’orizzonte su cui si affaccia la modernità, Del Noce si interroga sul significato del termine che ne ha contraddistinto il cammino: la Rivoluzione. «Rivoluzione – scriverà – è la parola chiave per intendere la nostra epoca» (p. 62). Tale termine nel pensiero dell’accademico piemontese assurge a «categoria ideale» e non a semplice processo storico. Tutte le filosofie ottocentesche, a partire dall’hegelismo e dal marxismo, si sono formate dalla comprensione storica della Rivoluzione francese. L’evento rivoluzionario finisce così con il segnare e rappresentare un dato di fondamentale valore: l’irreversibilità della storia. Sarà questa, prima ancora di qualsivoglia sommovimento, ad assumere un valore “redentivo” per l’umanità.
Il marxismo, a tal proposito, rappresenta un fenomeno paradigmatico poiché opera un ripensamento radicale della funzione filosofica. «I filosofi hanno solo interpretato il mondo in modi diversi: ora però si tratta di mutarlo», recita l’undicesima tesi marxiana su Feuerbach. L’idea filosofica sarà così soggetta al vaglio della prassi, della realizzazione storica in cui si incarnerà. Lo “scacco” però – come si accennava in precedenza – è già dato in quanto l’essenza della Rivoluzione necessita di due “momenti”: il primo, di segno negativo, volto allo smembramento dell’ordine di cose sino ad allora vigente; il secondo, di segno positivo, volto all’instaurazione del nuovo ordine di cose. Secondo Del Noce l’esito della Rivoluzione (per il primato del divenire che gli è sotteso) porta alla scissione dei due momenti, sostanziandosi così in un suicidio, ovvero in un trionfo del nichilismo assoluto.
Dalla constatazione di tale quadro, Del Noce ne fa discendere il seguente giudizio: «I termini ultimi in cui si configura ai giorni nostri il contrasto tra posizioni politiche opposte non sono quelli di “progresso” e di “reazione”, ma piuttosto quelli di “rivoluzione” e “tradizione”» (p. 64).
La tradizione a cui Del Noce allude però non è quella a cui fa riferimento il pensiero cattolico contro-rivoluzionario dei secoli XIX e XX e che trova tra le sue fila, quali suoi esponenti di punta, personalità come Joseph de Maistre (1753-1821), Juan Donoso Cortés (1809-1853) e Plinio Corrêa de Oliveira (1908-1995). Essa, secondo il pensatore piemontese, benché abbia dalla sua rigore filosofico e coerenza indefessa, manca di senso storico nel riproporre un modello ormai superato, rappresentato dalla riproposizione dalla Civiltà cristiana.
Lo storico romano mostra allora come Augusto Del Noce, temendo di situarsi fuori dalla storia attraverso la riproposizione di un modello ormai sorpassato dalla stessa, finisca con il cadere sull’identico punto su cui egli aveva “smascherato” le filosofie moderne, denunziandone l’essenza, ovvero: la considerazione dell’irreversibilità della modernità, cioè della storia. Probabilmente fu la medesima esigenza che portò il filosofo piemontese a tentare una “terza via filosofica”, recuperando l’ontologismo cartesiano, il quale attraverso un lungo itinerario sfocia nella filosofia cattolica del Risorgimento italiano.
Non va dimenticato tuttavia il suo apporto fondamentale nello svelare il carattere rivoluzionario della modernità. Ciò ha permesso all’“allievo” de Mattei di precisare e superare la prospettiva del suo maestro. «L’essenza della Rivoluzione – scrive lo storico romano –, al contrario di quanto sembra pensare Del Noce, non è infatti nel suo aspetto progettuale, ma in quello dissolutorio, in ciò che nega, non in ciò che pretende costruire. In questo senso l’abbandono dell’idea marxiana di Rivoluzione non è evidentemente l’abbandono della Rivoluzione, ma solo della giustificazione concettuale che la Rivoluzione ha voluto dare del suo processo in una data fase storica. Il nichilismo della società permissiva è il tradimento della Rivoluzione marxista, ma non della Rivoluzione tout court che, nella sua essenza, è negazione allo stato puro» (p. 82).
La strada per far fronte ed uscire vittoriosi dall’era nichilista e dal clima dissolutorio in atto sta nel riprendere e far proprio il Magistero dei grandi Papi del secolo XIX e XX. Non dimenticando mai la lezione che l’autore offre ai lettori poche righe prima del termine del saggio: «(…) nulla è obbligato e irreversibile, neppure il tramonto di quella civiltà cristiana, sacrale e anti-moderna che Del Noce, pur salvandone i principi, riteneva definitivamente consegnata al passato. In essa invece io vedo la promessa del nostro futuro».
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