Regnante ed "emerito". L'enigma dei due papi
Ciò non toglie che dal punto di vista sia giuridico che dottrinale non sia affatto assicurato che tale nuova figura comparsa nella gerarchia cattolica abbia un reale fondamento.
“I secoli diranno se è così o no. Vedremo”, ha detto prudentemente Francesco, pur personalmente entusiasta dell’innovazione.
Tra i teologi e i canonisti, infatti, i giudizi continuano a essere molto discordi.
Già due giorni dopo l’annuncio dell’abdicazione, Manuel Jesus Arroba, docente di diritto canonico alla Pontificia Università Lateranense, mise in guardia dall’uso dell’appellativo: “Giuridicamente di papa ce n’è soltanto uno. Un ‘papa emerito’ non può esistere”.
Ma è stato soprattutto un luminare del diritto canonico come il gesuita Gianfranco Ghirlanda, già rettore della Pontificia Università Gregoriana, a confutare la fondatezza della figura del “papa emerito” in un lungo e argomentatissimo saggio pubblicato il 2 marzo 2013 su “La Civiltà Cattolica” e quindi – come per tutti gli articoli di questa rivista – stampato con il previo controllo e l’autorizzazione della segreteria di Stato vaticana:
> Cessazione dall’ufficio di romano pontefice
Al termine del suo saggio padre Ghirlanda tirava questa conclusione:
“L’esserci soffermati abbastanza a lungo sulla questione della relazione tra l’accettazione della legittima elezione e la consacrazione episcopale, quindi dell’origine della potestà del romano pontefice, è stato necessario proprio per comprendere più a fondo che colui che cessa dal ministero pontificio non a causa di morte, pur evidentemente rimanendo vescovo, non è più papa, in quanto perde tutta la potestà primaziale, perché essa non gli era venuta dalla consacrazione episcopale, ma direttamente da Cristo tramite l’accettazione della legittima elezione”.
E quindi escludeva che il dimissionario potesse continuare a fregiarsi del nome di “papa”, sia pure emerito:
“È evidente che il papa che si è dimesso non è più papa, quindi non ha più alcuna potestà nella Chiesa e non può intromettersi in alcun affare di governo. Ci si può chiedere che titolo conserverà Benedetto XVI. Pensiamo che gli dovrebbe essere attribuito il titolo di vescovo emerito di Roma, come ogni altro vescovo diocesano che cessa”.
Poi, però, fu lo stesso Ratzinger ad attribuirsi la qualifica di “papa emerito” e a portarne in un certo senso le insegne continuando a vestire l’abito bianco.
Anticipò enigmaticamente il senso di questa sua decisione nell’ultima delle sue udienze generali da papa, il 27 febbraio 2013, vigilia della sua effettiva abdicazione:
“Chi assume il ministero petrino non ha più alcuna dimensione privata. […] La mia decisione di rinunciare all’esercizio attivo del ministero, non revoca questo. Non ritorno alla vita privata, a una vita di viaggi, incontri, ricevimenti, conferenze eccetera. Non abbandono la croce, ma resto in modo nuovo presso il Signore crocifisso. Non porto più la potestà dell’officio per il governo della Chiesa, ma nel servizio della preghiera resto, per così dire, nel recinto di san Pietro”.
C’è chi ricorda che Pio XII, quando predispose la lettera di dimissioni da far scattare qualora i tedeschi fossero arrivati da lui per arrestarlo, diceva ai suoi più stretti collaboratori: “Quando i tedeschi varcheranno quella linea, non troveranno più il papa ma il cardinal Pacelli”.
Ma per Benedetto XVI non era così. Rinunciando, non pensava affatto di poter tornare ad essere “il cardinal Ratzinger”. Era ed è sua ferma convinzione che della sua elezione a papa c’è qualcosa che resta “per sempre”.
Ed è ciò che alcuni studiosi hanno cercato di individuare e di giustificare.
Come il professor Valerio Gigliotti, docente di storia del diritto europeo nell’università di Torino, nel volume “La tiara deposta” di cui www.chiesa ha dato conto lo scorso aprile:
O come don Stefano Violi, professore di diritto canonico nella facoltà teologica dell’Emilia Romagna, in un saggio sulla “Rivista teologica di Lugano” dal titolo: “La rinuncia di Benedetto XVI tra diritto, storia e coscienza”.
Secondo Violi, abdicando, Benedetto XVI avrebbe sì lasciato l’esercizio attivo del ministero petrino, ma non l’ufficio, il “munus” del papato, irrinunciabile proprio perché affidatogli per sempre con l’elezione a vescovo di Roma e a successore di Pietro.
Chi conosce il Ratzinger teologo sa che egli mai sottoscriverebbe un simile sdoppiamento dell’ufficio papale, che a suo giudizio può essere solo accettato o rifiutato in blocco.
Nulla però egli ha mai detto per chiarire in che cosa allora possa consistere il suo essere “papa emerito” anche dopo l’abdicazione.
L’aggettivo “emerito”, preso in prestito dai vescovi dimissionari, non aiuta a capire.
Un vescovo resta vescovo per sempre, in forza del carattere indelebile del sacramento dell’ordine, anche dopo che non governa più alcuna diocesi.
E anche un successore di Pietro resta vescovo per sempre, dopo le sue dimissioni. Ma come può restare ancora “papa”, dopo che ha rinunciato a tutto, non solo a una parte, di ciò che costituisce lo specifico petrino?
Questo silenzio di Ratzinger lascia libero corso non solo a congetture di dottrina che egli certamente non condivide – come l’invenzione di un carattere indelebile impresso dall’elezione a papa, quasi fosse un atto sacramentale – ma anche al disorientamento di non pochi fedeli, tentati di ritenere che nella Chiesa cattolica possano esserci due papi – magari di diverso grado ma pur sempre più d’uno – e parteggiare per l’uno contro l’altro.
La riflessione che segue entra nel vivo della questione e mette in luce la serietà della posta in gioco, sotto il profilo storico, canonico e dottrinale.
Roberto de Mattei, 66 anni, cinque figli, è professore di storia del cristianesimo all’Università Europea di Roma. Dirige la rivista “Radici Cristiane” e l’agenzia di informazione “Corrispondenza Romana”. È stato vicepresidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche dal 2003 al 2011. È autore del volume “Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta”, già tradotto in inglese, francese, tedesco e polacco.
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