Vicario di Cristo di Roberto de Mattei

vicaro_di_cristo(di Fabrizio Cannone) Il professor Roberto de Mattei, prendendo spunto dalla storica ed inopinata decisione di Benedetto XVI di rinunciare al Sommo Pontificato, espressa (a norma del can. 332) davanti ai cardinali l’11 febbraio 2013, ci propone in questo volume una chiarissima sintesi del ruolo del Papa e soprattutto del Papato nella Chiesa, nel diritto canonico e nella teologia (Vicario di Cristo. Il primato di Pietro tra normalità ed eccezione, Fede & Cultura, Verona 2013, pp. 210, euro 16).

Coloro che hanno attaccato lo storico romano al momento della pubblicazione del volume sul Vaticano II, che gettava una luce intensa sulla crisi delle istituzioni interna al mondo cattolico, dichiarandolo fautore di una «diminutio» dell’autorità del carisma petrino e del suo Magistero, dovranno ricredersi.

Non sappiamo davvero quanti intellettuali cattolici sottoscriverebbero a tutte le asserzioni dello storico in favore del Primato di Pietro nel Nuovo Testamento (pp. 13-21) e nei periodi immediatamente post-apostolici (pp. 21-33), anche mediante il giusto rilievo dato alla scelta di Roma, quale sede del Vicario di Cristo (pp. 30-33), con il caso singolare del «riconoscimento delle reliquie di Pietro» annunciato al mondo da Paolo VI nel 1968 (cf. p. 29). E altresì alla progressiva esplicitazione del Primato pontificio sin nei primi secoli del cristianesimo fino al suo apogeo medievale (pp. 33-60), attraverso la raccolta e il riordino di una massa di citazioni documentali di grande valore probatorio (cf. tra gli altri, Ignazio di Antiochia, Ireneo, Clemente, Eusebio, Leone magno, etc.).

La seconda parte del saggio poi è consacrata al potere e alle prerogative del Pontefice, stante la necessaria dimensione giuridica, pubblica e “politica” della Chiesa fondata da Cristo, comunità in primis religiosa certo, ma non in senso puramente pneumatico ed escatologico, ma altresì reale e storico, avente dei segni indelebili di riconoscibilità (cf. pp. 61-67). Importante e misconosciuta poi la distinzione, che d’ordinario non è separazione, tra le due potestà che compongono il carisma papale: quella di ordine e quella di giurisdizione. La «potestas ordinis è il potere di distribuire i mezzi della grazia divina» e la «potestas iurisditionis (di cui fa parte lo stesso Magistero autentico) è il potere di governare l’istituto ecclesiastico e i singoli fedeli» (p. 69-70). Sono immani le incomprensioni di questi due poteri, del loro autentico significato e dei loro limiti intrinseci: basta dire che, dopo il Vaticano II, nella percezione comune dei fedeli, l’unico momento in cui lo Spirito Santo assisterebbe la Chiesa sarebbe quello del Conclave, che resta invece un fatto raro e tutto umano, sminuendo in parallelo la ben più importante infallibilità dottrinale del Pontefice, condizionata dai 4 elementi decisivi insegnati dal Vaticano I (cf. pp. 85-86).

La terza parte è la parte più spinosa, più attuale ma anche più interessante del saggio. In essa lo storico romano parla dei cosiddetti «casi di eccezione» rispetto al normale svolgimento della vita ecclesiale, specie dal punto di vista giuridico e dottrinale. Questi casi, benchè non frequenti, sono sempre esistiti nella Chiesa, a partire dalla resistenza pubblica di Paolo verso Pietro ricordata nella Scrittura. Tali problemi, già affrontati dai teologi medievali, ma che ritornano in un certo senso di bruciante attualità a causa della confusione teologica post-conciliare, sono principalmente due: «come comportarsi di fronte a un Papa “dubbio” o “eretico”? È lecito “resistere” alle decisioni dottrinali (e disciplinari) di un Papa?» (p. 107).

de Mattei spiega i margini di incertezza che possono presentarsi in alcuni snodi della vita della Chiesa, come «l’elezione del Papa» (p. 107), il momento preciso della collazione dei suoi poteri (pp. 112-114), il caso della «rinuncia al pontificato» (pp. 115-118) e la «perdita delle facoltà mentali» di un Vicario di Cristo (pp. 118-120). Non si può escludere neppure l’ipotesi, classica in teologia, del Papa eretico (pp. 120-125) o di pontefici dubbi (pp. 125-130). Che fare in questi casi? è lecito «disubbidire al Papa?» (pp. 130-136).  Se è certo che esiste «una incompatibilità in radice tra la condizione di eretico e il possesso della giurisdizione ecclesiastica» (p. 124), secondo molti auctores probati (s. Tommaso, Vitoria, il Gaetano, il Bellarmino, Suarez, Billot, Journet, etc.), «in casi estremi è lecito e anzi doveroso resistere pubblicamente a una decisione papale» (p. 131).

In questi casi, possibili anche oggi, e forse oggi più di ieri, vista la natura pastorale, contingente e meramente indicativa di tanto magistero post-conciliare, «un atteggiamento di resistenza (…), dovrà essere inteso non come “disobbedienza” o “irriverenza”, ma al contrario come fedeltà, unione e sottomissione al Papato e alla Chiesa» (p. 135). (Fabrizio Cannone)

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