Vetero-femminismo sulle colonne dell’“Osservatore Romano”?

(di Fabrizio Cannone) Da qualche tempo, con cadenza mensile, l’“Osservatore Romano” propone come allegato, un supplemento di quattro pagine, dedicato, come recita il suo proprio titolo a donne chiesa mondo. L’accento evidentemente è posto sul termine «donne»: chiesa, scritto con la minuscola, e mondo, paiono solo degli accessori, in rapporto alla questione femminile (e femminista) trattata da detto supplemento. Gli articoli redatti nell’inserto hanno esclusivamente autrici del gentil sesso, e la direzione è assicurata da Ritanna Armeni e Lucetta Scaraffia.

La prima, nota soprattutto per la collaborazione con Giuliano Ferrara al programma Otto e mezzo (in onda su La 7) è una storica militante di sinistra. Come giornalista ha collaborato con “il manifesto”, “l’Unità”, “Rinascita”, “Liberazione” e “Il Riformista”. Non nasconde di certo, la sua laicità, né il suo ateismo, e neppure l’essere favorevole a divorzio, aborto ed omosessualità.

La seconda, storica cattolica, e moglie dell’intellettuale laico Ernesto Galli della Loggia, collabora da tempo con l’“Osservatore”, favorendo la comprensione e il dialogo tra femminismo laico e femminismo (?) cattolico. Nell’inserto di ottobre scorso però, si è davvero superato il segno e se non si correrà presto ai ripari si potrà dire che perfino il quotidiano della Santa Sede favorisce l’ermeneutica della discontinuità, ossia la diluizione dell’insegnamento cattolico tradizionale nella caotica e opaca “filosofia della modernità”.

Il numero, essendo uscito a 50 anni esatti dall’apertura del Vaticano II, è dedicato interamente ad esso. L’editoriale di Giulia Galeotti cita un’infelice frase che avrebbe pronunciato il cardinal Suenens il 22 ottobre del 1963, dopo oltre un anno dall’inizio dei lavori conciliari: «Ma dov’è qui l’altra metà del genere umano?» Evidentemente, per il prelato belga, futuro oppositore dell’Humanae vitae, quella frase aveva il senso di inasprire la tensione tra la dottrina tradizionale della Chiesa, che esclude le donne dal sacerdozio, dall’episcopato e dal Papato, e le istanze laiche moderne, recepite da talune chiese della Riforma. Ma è questo un bel modo per commemorare il Vaticano II?

Secondo le giornaliste dell’OR, le “Uditrici” ammesse da Paolo VI al Concilio, con ruolo però giustamente né gerarchico né ministeriale, costituiscono in qualche modo l’inizio di una “rivoluzione” (termine usato più volte nell’inserto dalle summenzionate autrici). Però «la marginalizzazione delle donne nella Chiesa è vera, ma la via per superarla non può essere lo scontro». Qui si svela il vero volto del teo-femminismo.

Di quale imprecisata “marginalizzazione” infatti si intende parlare, per di più usando il presente, e così attaccando sia la Tradizione che l’attuale Pontefice? Della “marginalizzazione” tutta biblica ed evangelica dovuta al conferimento dell’Ordine, con tutto quel che ne consegue, ai soli uomini? Ma volerla superare in futuro, anche senza scontri, significa essere già al presente dalla parte dell’eresia e dello scisma. Secondo la Scaraffia poi, che è redattrice regolare sul quotidiano diretto da Vian, «le donne parlano, sono entrate nella sfera della liturgia, hanno accesso alle facoltà di teologia. Se è vero che parte della gerarchia ha ancora una mentalità misogina, è anche vero però che le critiche e le richieste troppo radicali danneggiano fortemente e impediscono il dialogo».

Sembrerebbe di leggere “il manifesto” o “Liberazione”, e invece si tratta del quotidiano della Santa Sede! La conclusione della studiosa è di affidare un nuovo ministero alle donne, “il ministero dell’ascolto”. Per ora ovviamente, fino a quando non scompariranno del tutto i prelati misogini: poi si avanzeranno, come accaduto nelle chiese più al passo coi tempi, le richieste più radicali. (Fabrizio Cannone)

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