Vere e false immagini di san Francesco

(di Cristina Siccardi) Il 4 ottobre scorso si è celebrata per la Chiesa la memoria liturgica di san Francesco d’Assisi, in realtà in Italia è stata la «Giornata della pace, della fraternità e del dialogo tra appartenenti a culture e religioni diverse», istituita con la legge n. 24/5 del 10 febbraio 2005.

Infatti all’articolo 1 della legge 4 marzo 1958, n. 132, furono apportate le seguenti modificazioni: a) al primo comma, dopo le parole: «solennità civile» sono state inserite le seguenti «e giornata della pace, della fraternità e del dialogo tra appartenenti a culture e religioni diverse»; b) dopo il primo comma, è stato aggiunto: «In occasione della solennità civile del 4 ottobre sono organizzate cerimonie, iniziative, incontri, in particolare nelle scuole di ogni ordine e grado, dedicati ai valori universali indicati al primo comma di cui i Santi Patroni speciali d’Italia sono espressione».

Così il Presidente del Consiglio Gentiloni ha salutato la Nazione dalla Loggia del Sacro Convento dei Francescani di Assisi, dove era presente anche il Ministro dell’Istruzione Fedeli, ben nota per le sue posizioni in favore dell’ideologia gender e di quant’altro contrario allo sviluppo naturale della persona.

Ma San Francesco è un santo della Chiesa cattolica e non un santo della libertà religiosa, dell’omosessualità, dell’ecologismo, dell’animalismo, del socialismo, del pauperismo… San Francesco ha lasciato ben poco di scritto, ma è sufficiente per comprendere per chi visse (Cristo) e quale causa fece sua (quella di Cristo).

Due Regole piuttosto brevi per l’Ordine da lui fondato, qualche biglietto, alcune lettere e preghiere, la lirica il Cantico delle creature, il Testamento, scritto poco prima del suo dies natalis, avvenuto il 3 ottobre 1226. Ed è proprio quest’ultimo ad essere essenziale per recuperare la vera identità di san Francesco d’Assisi, stravolta e sfregiata dal liberalismo, dal relativismo dei “diritti” contro natura e contro la società. Siamo di fronte ad un documento di straordinaria chiarezza dove l’Umile di Assisi dimostra tutta la forza della sua Fede e tutta la sua determinazione nell’arrestare presenti e future interpretazioni del suo pensiero e della sua opera.

Apre le ultime volontà con la gratitudine nei confronti di Dio per avergli concesso di «far penitenza, poiché, essendo io nei peccati» (aveva scritto nel Cantico delle creature: «guai a’cquelli ke morranno ne le peccata mortali; beati quelli ke trovarà ne le tue santissime voluntati, ka la morte secunda no’l farrà male») era giusto emendarsi compiendo assistenza fra i lebbrosi. Poi, lui stesso afferma, pur rimanendo nel mondo, uscì dal mondo, proprio come gli eletti di cui parla Cristo (Gv 17, 9-17).

San Francesco fu chiamato a spogliarsi di tutto per essere libero di salire sulla croce e divenire Alter Christus, una denominazione che gli diedero testimoni a lui coevi e i suoi primi biografi (la biografia ufficiale del fondatore dei Frati minori fu richiesta da Papa Gregorio IX, commissionandola al francescano Tommaso da Celano) e verso la quale si scaglierà l’eresiarca Martin Lutero, che polemizzò violentemente con i i figli di san Francesco, ai quali rimproverò di voler fare del loro fondatore «un altro Dio».

Nel Testamento san Francesco, che fu frate ma non sacerdote, dichiara che il Signore gli diede «tanta fede nelle chiese» e proprio le chiese, lungo i suoi chilometri di predicazione a piedi, furono i suoi rifugi itineranti e privilegiati: «pregavo e dicevo: Ti adoriamo, Signore Gesù Cristo, in tutte le tue chiese che sono nel mondo intero e ti benediciamo, poiché con la tua santa croce hai redento il mondo».

E le chiese esistono perché esiste la Santa Messa e la Santa Messa può essere reiterata grazie ai sacerdoti, ai quali san Francesco esterna tutta la sua venerazione; tanto è grande la loro dignità che in essi non considera i loro peccati «a causa del loro ordine, che se mi dovessero perseguitare voglio ricorrere ad essi. […] voglio temere, amare e onorare come mei signori, e non voglio in loro considerare il peccato, poiché in essi io vedo il Figlio di Dio e sono miei signori. E faccio questo perché, dell’altissimo Figlio di Dio nient’altro io vedo corporalmente, in questo mondo, se non il santissimo corpo e il sangue suo che essi soli consacrano ed essi soli amministrano agli altri». San Francesco sposa «Madonna Povertà» e nulla vuole per sé e per il suo convento, ma si oppone con forza a qualsiasi tipo di povertà nell’accogliere Nostro Signore nelle chiese: «questi santissimi misteri sopra ogni cosa voglio che siano onorati, venerati e collocati in luoghi preziosi».

Il documento prosegue nel descrivere la missione che il Signore gli chiese: «lo stesso Altissimo mi rivelò che dovevo vivere secondo la forma del santo Vangelo». Frate Francesco, il primo stigmatizzato della storia della Chiesa (Monte della Verna, Arezzo, 14 settembre 1224) visse il Vangelo fino in fondo, rispondendo con ardore alla chiamata, a differenza del giovane ricco descritto dall’evangelista (Mc 10, 21-22).

Fare di lui un rivoluzionario di stampo marxista è un’ignominia, così come disegnarlo come un panteista. L’amore suo per i poveri era dettato dal vedere in ognuno di essi, come nei malati, le sembianze di Cristo che così poteva servire direttamente; pertanto l’amore per il prossimo diventava esternazione del fuoco di carità, di squisita impronta paolina, che gli bruciava dentro. Per ogni creatura nutriva rispetto, come si conviene ad ogni battezzato: era il risultato del suo riconoscere in Dio Uno e Trino il Creatore di tutto l’Universo.

La gerarchia di valori, come la gerarchia nella Chiesa era ben presente al Poverello di Assisi. Dio sopra ogni cosa. E tutto il resto veniva posto in adeguata relazione e proporzione a questa massima priorità. Per esempio, quando, come ci racconta la tradizione, egli parlò agli uccelli presso il castello di Alviano (Terni) lo fece per zittirli in quanto rumoreggiavano, non permettendo a coloro che erano andati ad ascoltare la sua predicazione di sentirla in debito modo; perciò non deve trarre in inganno il titolo che Giotto diede al suo capolavoro, Predica agli uccelli (affresco 1290-1300 ca., Basilica superiore di Assisi): egli parlò a queste creature con potere, perché nel nome di Dio, e come tali gli obbedirono.

San Francesco serve la Chiesa, ma non è servile. Lungi dall’opporre l’autorità della Scrittura a quella degli uomini come Lutero e i Protestanti in genere, ha concepito la sua azione esclusivamente all’interno della Chiesa ed in collaborazione con essa. Tuttavia la sua obbedienza alla Chiesa esclude ogni cortigianeria, come dimostrano i fatti: non mancò mai di far valere la missione specifica che Dio gli aveva affidato.

E Papa Innocenzo III, che riconobbe la Regola del suo ordine (1209), proprio per questo gli fu grato, perché con la sua testimonianza, la sua esistenza realizzata in conformità a Cristo, il suo riconoscere l’autorità pontificia, senza velleità ereticali, il suo ricapitolare tutte le cose in Cristo (Ef 1, 10) risanò la Chiesa minacciata dalla corruzione, dalle superbie, dalle eresie.

Risaputa ormai, benché i falsari continuino a diffondere la falsa vulgata del “dialogo interreligioso”, l’azione di san Francesco nei confronti dell’Islam. Nel 1219 partì per la Terra Santa, dove da due anni era in corso la quinta crociata. Durante questo viaggio, in occasione dell’assedio crociato alla città egiziana di Damietta, insieme con Frate Illuminato ottenne dal legato pontificio (il benedettino portoghese Pelagio Galvani, Cardinale vescovo di Albano) il permesso passare nel campo saraceno e incontrare a loro rischio e responsabilità il sultano ayyubide al-Malik al-Kāmil, nipote di Saladino. Lo scopo dell’incontro era quello di potergli predicare il Vangelo, al fine di convertire lui e i suoi soldati, ponendo fine alle ostilità. Ma l’impresa fallì, mentre la sua fama di santità, grazie anche ai miracoli che otteneva, cresceva progressivamente.

Essendo contemporaneo all’ampio sviluppo delle scuole e delle università, intravide i rischi che un’infatuazione per gli studi avrebbe fatto correre alla sua fondazione, che doveva essere basta sull’essenzialità dello stare alla presenza di Dio. Moltiplicò così le ammonizioni ai suoi confratelli su questo tema, ponendo l’accento sugli stretti legami che esistevano fra scienza- ricchezza-potere.

Il primo ritratto esistente di san Francesco si trova al Sacro Speco di Subiaco, opera di un monaco benedettino del XIII secolo che conobbe de visu il giovane santo, infatti l’affresco non riporta ancora le stigmate e neppure il saio marrone, bensì azzurro-cenere, dello stesso colore che sarà ripreso nel XX secolo da Padre Stefano Maria Manelli per i Francescani dell’Immacolata, che nel voler rispettare le origini dei Frati minori e, dunque, la volontà dell’Alter Christus Franciscus, sono stati perseguitati nel XXI secolo. Il loro martirio bianco è prova della loro fedeltà, semplice e pura, a Cristo.

Sta scritto nel Testamento, a prova della ferma decisione di san Francesco di non voler vedere tradita l’impostazione della Regola: «E non stiano a dire i frati che questa è un’altra Regola; poiché questa è un ricordo, un’ammonizione, una esortazione e il mio testamento che io frate Francesco poverello faccio a voi, fratelli miei benedetti, perché osserviamo più cattolicamente la Regola che abbiamo promesso al Signore. E il ministro generale e tutti gli altri ministri e custodi per obbedienza siano tenuti a non aggiungere e a non togliere niente a queste parole. E sempre tengano con sé questo scritto insieme con la Regola. E tutti i capitoli che fanno, quando leggono la Regola, leggano anche queste parole. E a tutti i miei frati, chierici e laici, comando fermamente per obbedienza che non aggiungano spiegazioni alla regola e a queste parole: Così si devono intendere; ma come il Signore mi ha dato di dire e di scrivere la Regola e queste parole con semplicità e purezza, così semplicemente senza commento dovete comprendere e santamente osservarle sino alla fine». Semplicità e purezza che alcuni Francescani dell’Immacolata continuano ad abbracciare. (Cristina Siccardi)

Donazione Corrispondenza romana