“Vera e falsa coscienza” il Rome Life Forum 2018

(di Tommaso Monfeli) Alla vigilia della Marcia per la Vita si è svolto a Roma, il 17 e 18 maggio, presso la Pontificia Università San Tommaso d’Aquino (Angelicum) il Rome Life Forum, organizzato da Voice of the Family e dedicato quest’anno al tema della Vera e falsa coscienza. I lavori seguiti da un numeroso e attento uditorio internazionale, sono stati aperti dal padre Michael Paluch, Rettore dell’Angelicum, mentre John Henry Westen, co-fondatore di LifeSiteNews, ha presieduto e moderato i lavori della giornata.

Ha preso quindi la parola padre Michael Paluch, Rettore dell’Angelicum, che ha rivolto parole di incoraggiamento al convegno, suggerendo importanti spunti di discussione. Il primo relatore, padre Thomas Crean (membro della provincia inglese dell’Ordine dei Predicatori), ha dedicato il proprio intervento al problema della coscienza in san Tommaso d’Aquino ed alla confutazione di due errate interpretazioni del suo pensiero.

L’insegnamento di san Tommaso è oggetto oggi di due tipi di distorsione. La prima è l’idea secondo la quale la coscienza sarebbe un’autorità che autorizza ad agire sempre e in ogni caso. Questa conclusione nasce però da un’interpretazione errata dell’insegnamento di san Tommaso, per il quale il fatto che la mia volontà sia conforme alla mia coscienza, è condizione necessaria ma non sufficiente per giustificare l’azione. Anche il mio giudizio di coscienza deve essere vero.

La seconda distorsione dell’insegnamento di san Tommaso ha a che fare con il problema dell’ignoranza che, per il Dottore Angelico, è un peccato e contiene in sé una mancanza dell’amore di Dio, nella misura in cui l’uomo trascura di imparare quelle cose per le quali può salvaguardarsi nell’amore di Dio. Il cattivo esempio della cultura circostante può certamente ridurre la colpa, ma non può, secondo san Tommaso, convertirlo da mortale a veniale.

Per concludere: come hanno notato diversi autori, l’insegnamento morale di san Tommaso non è una “morale della coscienza”, nel senso che non ritiene che una buona azione significhi azione conforme alla coscienza. Lungi dall’essere sempre la voce di Dio, la coscienza può essere la voce della carne, o persino del diavolo.

La prof.ssa Isobel Camp, membro della facoltà di filosofia dell’Università San Tommaso d’Aquino, ha esposto le sue riflessioni incentrate sull’enciclica di Giovanni Paolo II Veritatis splendor in cui viene combattuta la posizione teologica che vede un’opposizione tra le norme morali universali date all’uomo e la coscienza, la norma morale prossima (nn. 55-56). Questa posizione teologica non solo distorce la visione antropologica dell’uomo creato ad immagine di Dio, ma è pregiudizievole alla ricerca e raggiungimento della felicità eterna. Solo l’uomo può dirigere sé stesso al suo fine conoscendo il bene e facendolo, evitando al contempo il male.

I precetti primari della legge naturale, dati a tutti, sono evidenti, motivo per cui non possiamo mai avere una coscienza errata insuperabile con i precetti primari della legge naturale. I precetti primari sono ulteriormente distinti in positivi e neganti. I precetti positivi, tuttavia, non sono sempre vincolanti mentre i precetti neganti in relazione all’uomo si legano sempre e per sempre, e come tali non possono mai essere ignorati in base alle circostanze.

Con la vera visione antropologica cristiana dell’uomo, la coscienza come dipendente da immutabili norme universali salvaguarda la libertà dell’uomo e la sua vita di virtù e la ricerca dell’eternità. Quindi, libertà è virtù, è la virtù della prudenza in particolare che aiuta e orienta l’aiuto al giudizio di coscienza, nonché il giudizio di scelta per la persona a scegliere bene e con facilità.

John Smeaton, presidente della Society for the Protection of Unborn Children, ha ricordato che tra pochi giorni, il 25 maggio, si terrà in Irlanda un referendum cruciale riguardante l’ottavo emendamento della Costituzione, che parifica la vita del nascituro a quella della madre proibendo a tutti gli effetti l’aborto.

Smeaton ha voluto sottolineare che in occasione dei due precedenti referendum le autorità ecclesiastiche sono purtroppo venute meno al loro dovere di annunciare la verità ed illuminare le coscienze dei fedeli: nel primo caso, lasciando ai cattolici la libertà di coscienza su come votare e nel secondo addirittura esprimendosi a favore di una proposta di legge che, se approvata, avrebbe legalizzato l’aborto, seppur con alcune restrizioni riguardanti la necessità di salvaguardare la salute fisica o psichica della madre.

Aborto e contraccezione – ha aggiunto – sono due mali morali strettamente connessi, la cui gravità è evidente sia nell’insegnamento della Chiesa che nell’esperienza umana. Purtroppo, la loro gravità morale è stata oscurata dal prevalere, ai più alti livelli della Chiesa Cattolica, del silenzio, di politiche ed azioni vergognose, e di false affermazioni riguardanti l’aborto e la contraccezione medesimi.

Di conseguenza, il movimento pro life e pro famiglia, che trae molta della propria forza dalla Chiesa Cattolica, è stato indebolito dai falsi insegnamenti che conducono al diffuso fenomeno delle coscienze erronee, sia all’interno che all’esterno del movimento. Abbiamo bisogno di singoli cattolici che siano testimoni eroici, e di attivisti pro life e pro famiglia che promuovano una vera comprensione della coscienza.

Padre Linus Clovis ha tracciato un parallelo tra le apparizioni mariane di Fatima (1917) e delle Tre Fontane a Roma (1947), con particolare riferimento al “miracolo del sole”, che si verifica nell’ultima apparizione di Fatima e viene ripetuto diverse volte alle Tre Fontane tra il 1980 ed il 1989 nell’anniversario dell’apparizione del 1947 (12 aprile) al veggente Bruno Cornacchiola, testimoniato sia da laici che da religiosi. L’apparizione delle Tre Fontane è altamente simbolica.

Il sole che danza ed illumina i volti e i vestiti della gente è un simbolo delle grazie e delle virtù ottenute tramite l’intercessione di Maria Santissima. Ill fenomeno solare ripetuto in un santuario romano, secondo padre Clovis, suggerisce fortemente che i leader religiosi, piuttosto che i laici, si siano allontanati dalla giustizia e dalla santità. Infatti, la Madonna aveva detto a Bruno «molti dei sacerdoti di mio Figlio hanno perso la dignità dell’ordine, non vivono più nell’onestà, nell’amore, non catechizzano le anime … non hanno fede e non credono». Comunque, il miracolo più grande delle Tre Fontane fu lo stesso veggente Bruno Cornacchiola.

Quest’uomo, un comunista, acerrimo nemico della Chiesa e potenziale assassino papale, è stato salvato attraverso la devozione dei Nove primi venerdì del mese. Che la Madonna possa convertire qualcuno dal profondo del peccato e della depravazione e portarlo alle vette del fervore cattolico e della carità, e ciò in un istante, è un segno ed una promessa di ciò che lei potrebbe e vorrebbe fare per un’intera nazione di persone dominate da quegli stessi errori e stili di vita viziosi.

Mons. Athanasius Schneider, vescovo ausiliario di Astana (Kazakistan), ha ricordato che la vita dei cristiani in terra è una lotta. Quando non c’è battaglia, non c’è cristianesimo. Quando non c’è combattimento non esiste una vera Chiesa di Dio, nessuna vera Chiesa cattolica. La vita cristiana è davvero una guerra.

San Paolo ha scritto che “lottiamo” contro i poteri delle tenebre. «La nostra battaglia non è con la carne e il sangue, ma contro i principati, contro i poteri, contro i governanti delle tenebre di questa epoca, contro le schiere spirituali di malvagità nei luoghi celesti» (Ef 6,12).

Il dovere cristiano di combattere il peccato, gli errori e le tentazioni del mondo include anche la lotta contro gli errori all’interno della Chiesa, cioè la lotta contro l’eresia e l’ambiguità nella dottrina. Sant’Ignazio di Loyola, uno dei più eloquenti maestri della verità circa la Chiesa militante, scrive nel suo libro degli Esercizi spirituali: «Considerate la guerra che Gesù Cristo è venuto a portare dal Cielo sulla terra».

Le persone sono abituate all’idea che Nostro Signore Gesù Cristo sia venuto a portare la pace. Eppure sant’Ignazio con molta naturalezza inizia la meditazione dicendo: «Considerate quella guerra che Gesù Cristo venne a portare dal Cielo sulla terra».

Le nostre armi sono le armi della giustizia, e queste sono le armi in prima linea: le armi della preghiera e della vita santa, le armi dell’aiuto spirituale dei Santi Angeli, le armi della scienza sacra, dell’apologetica sacra, le armi delle rette ed oneste proteste individuali e collettive contro la scristianizzazione e il degrado morale della società. Come soldato di Cristo ogni cattolico dovrebbe essere sempre consapevole del fatto che egli appartiene all’esercito dei vincitori, perché «Christus vincit», e come san Giovanni Crisostomo formulò concisamente: «È più facile cancellare il sole, piuttosto che distruggere la Chiesa» (Hom. In Is. 7).

La seconda giornata di lavori è stata aperta dalla relazione del prof. Roberto de Mattei, presidente della Fondazione Lepanto, che ha dedicato il proprio intervento al tema Obbedienza e resistenza nella storia e nella dottrina della Chiesa. È dalla virtù dell’obbedienza – detto – non dalla disobbedienza, che discende la liceità della resistenza cattolica alle autorità familiari, politiche e religiose, quando esse violano la legge divina e naturale.

L’obbedienza, infatti, come tutte le virtù, ha un fondamento divino e non umano. Ciò significa che essa non è cieca e incondizionata, ma ha dei limiti. In caso di peccato, non solo mortale, ma anche leggero, avremmo non il diritto, ma il dovere di disubbidire. Ciò vale anche nel caso in cui ci fosse comandato qualche cosa di nocivo alla vita spirituale.

Ma chi ci dice che il precetto dei nostri superiori è illecito? Ce lo dice la nostra coscienza, che non è un vago sentimento dello spirito, ma il retto giudizio della ragione sulle nostre azioni; il giudizio ultimo su ciò che si deve fare o non fare. La coscienza non ha in sé stessa la propria norma, ma deve sottomettersi alla legge morale, fondata su quella divina.

Per amore di Dio dobbiamo essere pronti a quegli atti di suprema obbedienza alla sua legge e alla sua volontà che ci sciolgono dai legami di una falsa obbedienza umana. In conclusione, c’è una vera e una falsa obbedienza.

La vera obbedienza è quella di chi, obbedendo, è capace di risalire a Dio, unendo la propria volontà con la sua. La falsa obbedienza è quella di chi divinizza l’uomo che rappresenta l’autorità e ne accetta anche gli ordini illeciti. Molti uomini, nel corso della storia, hanno manifestato un comportamento eroico, resistendo alle leggi ingiuste dell’autorità politica. Più grande ancora è l’eroismo di coloro che hanno resistito alla pretesa della autorità ecclesiastica di imporre dottrine divergenti dalla Tradizione della Chiesa. Una resistenza filiale, devota, rispettosa, che non porta a uscire dalla Chiesa, ma moltiplica l’amore alla Chiesa, a Dio, alla sua legge, perché Dio è il fondamento di ogni autorità e di ogni obbedienza.

Matthew McCusker, di Voice of the Family, ha discusso l’insegnamento del beato John Henry Newman sulla natura della coscienza, con particolare riferimento al rapporto tra coscienza e obbedienza verso l’autorità ecclesiastica (commentando la sua celebre frase «Berrò alla salute del Papa, se volete – ma ancora prima a quella della Coscienza e solo dopo a quella del Papa».

Lungi dall’instaurare una contraddizione tra coscienza e Chiesa, come molti dei suoi “interpreti sbagliati” vorrebbero, Newman spiega che sia la nostra coscienza che la Chiesa, che hanno entrambe origine in Dio, testimoniano l’unica legge divina. In effetti, il vero successo della Chiesa nella predicazione del Vangelo dipende da Dio che ha impiantato la Sua Legge divina nel cuore degli uomini, che sono quindi già predisposti a ricevere il suo insegnamento.

Newman attacca il falso significato che il termine coscienza ha assunto nella mente dell’uomo contemporaneo. «La coscienza» ben formata, afferma Newman, «potrebbe entrare in collisione con le parole di un Papa, e deve essere seguita nonostante quelle parole». Potremmo riassumere la Lettera al Duca di Norfolk suggerendo che Newman ci mette in guardia contro due forme di idolatria.

Prima un’idolatria della coscienza, che solleva il giudizio soggettivo dell’uomo al di sopra di quella legge divina a cui tutti i giudizi di coscienza devono conformarsi. E in secondo luogo un’idolatria del papato, che tratta il papa come il padrone e non come il servitore della verità divina.

Il dott. Stéphane Mercier, dell’Università cattolica di Lovanio (Belgio), ha raccontato la propria vicenda personale che lo ha visto sospeso dall’insegnamento accademico per le sue posizioni contrarie all’aborto e all’ideologia gender, che aveva espresso ai suoi studenti per invitarli a riflettere autonomamente e non essere fagocitati dall’ideologia dominante.

Quando le sue posizioni sono divenute pubbliche, l’Università si è affrettata a dire che non collimavano con quelle dell’istituzione accademica e lo ha sospeso dall’insegnamento. Mercier ha raccontato di non aver trovato solidarietà neppure presso i Vescovi belgi. In effetti, nota Mercier, i vescovi in carica non levano mai una voce forte contro l’omicidio di decine di migliaia in Belgio, perché non vogliono essere percepiti come “nemici” e perché la loro preoccupazione principale è «rispettare i punti di vista degli altri all’interno di una società pluralista».

Questi vescovi sono drammaticamente privi di coraggio, e gli agenti della Rivoluzione che fanno il lavoro del Diavolo lo sanno e ne approfittano. Ecco perché è assolutamente fondamentale essere fermi ed espliciti, ravvivare il fuoco che si sta estinguendo e cercare di risvegliare ciò che è rimasto negli esseri umani di oggi, in modo che tutti noi lo facciamo prima che sia troppo tardi.

Abbiamo bisogno – ha concluso – di un David pronto per affrontare lupi e leoni con la sua fionda e anche molto capace di trasformare quella stessa in arma contro il gigante Golia. Invero, dove sono i David di cui abbiamo estremo bisogno?

Mons. Livio Melina, dell’Istituto Giovanni Paolo II per la famiglia, è intervenuto sul tema del rapporto tra coscienza morale e verità nel magistero del Cardinale Carlo Caffarra (1938-2017).

Il punto forte della concezione del card. Caffarra sulla coscienza morale è che essa ha il suo perno nella dipendenza dalla Verità, verità del disegno di Dio, iscritto nella natura umana e rivelato in Cristo, mediante la Parola di Dio.  

«Se non si percorre questa via, è inevitabile che si imbocchi la via dei farisei, cioè la via della casistica», la via del “caso per caso” e delle eccezioni, che valuta le attenuanti e così riesce a giustificare l’aborto, la contraccezione, l’adulterio. «Se consideriamo l’Humanae vitae principalmente e fondamentalmente una legge morale (da interpretare secondo coscienza) entriamo necessariamente nella logica della casuistica, dell’applicazione cioè dell’universale al particolare».

Ma, assicurava il card. Caffarra, Giovanni Paolo II non l’ha mai vista così: essa è la testimonianza della verità sull’amore coniugale, che chiede di essere vissuto nella dimensione del dono di sé, del rispetto della vita umana e del corpo e non dell’uso della persona dell’altro per il proprio piacere o per il proprio utile.

Ed il Cardinale di Bologna concludeva: «È rimasta solo la Chiesa cattolica a farci sentire il respiro dell’eternità nell’amore umano. E se anche essa rinunciasse a farlo sentire?», per complicità, per paura o per falsa accondiscendenza. L’ultimo suo intervento, che non poté tenere a causa della morte improvvisa, evocava il tradimento di Pietro (cfr. Mc 14, 66-76), che per paura, davanti a una serva, rinnega la verità: «Sappiamo che Pietro ha tradito e piange. Egli è stato autore, vittima e testimone della prevaricazione contro la verità».

Il Card. Caffarra era convinto che oggi il compito fondamentale dei pastori è quello non di blandire con l’illusione dell’autosufficienza, ma di formare la coscienza dei fedeli nella verità, senza cedere alla presunzione dell’autonomia, al relativismo e ai compromessi. Non è un cambio di paradigma ciò di cui abbiamo bisogno, ma una conversione del cuore, perché la nostra coscienza si apra alla verità e la realizzi nelle nostre azioni.

Sua Eminenza il cardinale Raymond Leo Burke ha chiuso il convegno presentando una relazione intitolata Instaurare Omnia in Christo. Il regno di Cristo re attraverso il Suo glorioso cuore trafitto. La ricapitolazione di tutta la realtà in Cristo è lo scopo dell’incarnazione del Verbo.

In Cristo si realizza il giusto ordine di tutte le cose, l’unione del cielo e della terra, come Dio Padre ha inteso fin dal principio. E’ l’obbedienza di Dio Figlio incarnato che ristabilisce, restaura, l’originale comunione dell’uomo con Dio (rotta dal peccato) e, quindi, la pace nel mondo.

La regalità di Cristo nei nostri cuori non è un ideale per pochi eletti, ma una realtà a cui tutti siamo chiamati con l’aiuto della grazia divina. Essa si esercita soprattutto attraverso la coscienza, “la voce di Dio” che esprime la Sua legge scritta nei cuori.

La coscienza, quindi, non è, come falsamente la si intende oggi, formata dai pensieri e dai desideri dell’individuo ma dalla verità che sempre purifica pensieri e desideri personali e li dirige in conformità con la legge dell’amore di Dio e del prossimo.

I diritti fondamentali degli uomini precedono lo Stato, ed hanno la loro ragion d’essere nell’analogia dell’essere, nella partecipazione degli uomini all’Essere di Dio, alla Sua Verità, Bellezza e Bontà. La natura sociale della regalità di Cristo si vede pienamente nel sacrificio eucaristico, con il quale Cristo rende sacramentalmente presente la Sua morte sul Calvario al fine di condividere con gli uomini il frutto incomparabile del Suo sacrificio: il Suo corpo, sangue, anima e divinità, offerti come nutrimento spirituale per il loro pellegrinaggio verso il Regno celeste.

La partecipazione al sacrificio eucaristico è il mezzo più perfetto ed efficace di trasformazione dei cuori degli uomini attraverso l’unione con il cuore di Cristo, con la sottomissione alla Sua regalità di amore puro e disinteressato. 

Quando riflettiamo sulla ribellione contro l’ordine e la pace di cui Dio ha dotato ogni cuore, specialmente attraverso la coscienza, che conduce il mondo e perfino la Chiesa in una sempre più grande confusione, divisione e distruzione, possiamo capire, come fece Pio XI, l’importanza della nostra devozione a Cristo Re del cielo e della terra. Questa devozione è comunione con Cristo Re, specialmente attraverso la Santissima Eucarestia, con la quale la nostra propria missione reale in Lui è compresa, abbracciata e vissuta. È la realtà in cui siamo chiamati a vivere, la realtà dell’obbedienza alla legge di Dio scritta nei nostri cuori e nella natura di tutte le cose. È la realtà alla quale la nostra coscienza infallibilmente ci chiama a conformare il nostro essere e secondo la quale giudica i nostri pensieri, le nostre parole ed azioni.

Il discorso del cardinale, come i precedenti interventi dei relatori, è stato calorosamente applaudito dai presenti. Alle relazioni hanno fatto seguito inoltre molte domande, a cui gli oratori hanno risposto in maniera esauriente, arricchendo il convegno di nuovi spunti e precisazioni. (Tommaso Monfeli)

 

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