Venti di guerra: ombre sul Montenegro

Venti di guerra: ombre sul Montenegro
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Gli eventi nei Balcani sono da monitorare con cura. A inizio 2024 gli Stati Uniti d’America hanno inviato missili Javelin in Kosovo per bloccare l’espansione serbo-russa, e sulla fine di febbraio l’Italia ha dovuto cedere il posto per la protezione del Montenegro a truppe statunitensi.

Ricordiamo che il Montenegro dal 2017 fa parte della NATO e che, come documentato in un precedente articolo su questa agenzia, la Serbia pone la minaccia principale di destabilizzazione filorussa al blocco atlantico. In particolare, per il caso del Montenegro, si deve tener presente che un terzo della popolazione è serba e questo complica la situazione.

La scorsa settimana il presidente del Montenegro ha dichiarato al Financial Times di porsi come obiettivo per l’integrazione nella UE il 2028, posto che il suo Paese ha introdotto riforme del sistema giudiziario, aumentato i salari e ristretto l’uso di denaro contanti nelle transazioni per sradicare la pratica del riciclaggio e combattere il crimine organizzato.

La situazione che si configura oggi nei Balcani rievoca quella di trent’anni fa per l’intreccio di interessi esterni tipico della zona. Angelo Maria Codevilla (1943-2021), politologo americano di origini italiane, scrisse che «la concrezione serba di un piccolo impero malvagio nel cuore dell’Europa potrebbe accelerare il giorno in cui il popolo americano dovrà decidere se entrare in guerra per difendere l’Europa. I comunisti russi, che ora [1993] stanno recuperando il potere a Mosca e hanno già iniziato le guerre di confine in Georgia e in Moldavia, hanno ragione di credere che l’Occidente si terrà in disparte se essi tentassero di riaffermare il controllo sull’Ucraina e sui Paesi baltici – e poi l’Europa li pagherebbe per non venire aggredita. Il popolo americano lascerebbe che l’Europa andasse incontro alle conseguenze della sua impotenza? Probabilmente no».

Anche così si spiega come mai nelle ultime settimane gli Stati Uniti l’America siano entrati pesantemente in Montenegro mentre l’altro “teatro” sul Mar Rosso va incontro a una lenta usura (disinformazione sugli Outhi) e l’Europa si attarda a valutare come finanziare l’agenzia delle Nazioni Unite responsabile in parte di operazioni di Hamas: a proposito, ricordiamo che negli anni ‘50  la maggior parte di quei Paesi che siamo soliti chiamare Terzo Mondo esportavano cibo e cominciavano a godere dei benefici della civiltà occidentale, tra cui sicurezza, proprietà, stato di diritto, medicina, missionari e istruzione. Ma i liberali europei arrivarono a odiare la loro stessa civiltà, fatta di stato di diritto, legge naturale e filosofia classica cristiana. Nel corso del tempo i Paesi alfieri del progresso storico hanno deciso praticamente che gli affari internazionali si gestivano distribuendo merendine e facendo rispettare le agende di agenzie private le quali ascoltano la burocrazia delle Nazioni Unite, con la situazione paradossale che si è venuta a creare, sicché questa agenzia non ha una obiettiva legittimità presso la gente comune, in nessun Paese fuori dal “Sud globale”.

Ecco perché per l’Europa con i suoi budget militari limitati, la difesa di spazi prossimi, come il Montenegro, conta più del cicaleccio mediatico sugli Outhi e il Mar Rosso. L’unica scelta realistica in luoghi simili è, per citare Codevilla, «lasciarli alla loro miseria o ristabilire la loro identità. Ma, al netto dell’economia leninista, tollerare quello che un tempo veniva chiamato ‘il fardello dell’uomo bianco’ ha comportato un dispendio netto di risorse. Il colonialismo fu un atto di generosità e idealismo di cui solo le civiltà in ascesa sono capaci». Per l’Europa, la difesa parte dal “cortile” più vicino: Kiev, Montenegro, Paesi Baltici. Prima che vengano infiammati da una delle tante, indistinguibili scintille accese “oltre Cortina”.

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