Universitari inginocchiati ad Allah. L’alleanza tra Islam e ideologia woke

Universitari inginocchiati ad Allah. L’alleanza tra Islam e ideologia woke
FONTE IMMAGINE: Twitter (https://twitter.com)
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Universitari americani inginocchiati ad Allah: il video del 1° maggio 2024 (https://twitter.com/OliLondonTV/status/1785891276228895152) diffuso da Al Jazeera, è simbolico e ha fatto il giro del mondo. Centinaia di studenti della University of California (UCLA), a Los Angeles, dopo aver pregato Allah hanno protestato contro il “regime sionista”, al grido di “Free, free Palestine!” e “La resistenza [di Hamas] è giusta!”.

La UCLA è una delle capofila di una vasta protesta pro-Hamas che vede coinvolti prestigiosi atenei degli Stati Uniti, come Harvard, Yale e Columbia.  Quali sono le ragioni di questo allineamento di una cospicua parte di studenti e di docenti delle università americane alle parole d’ordine dell’Islam radicale? Una prima risposta è possibile: l’interesse economico. Le principali università americane ricevono massicci finanziamenti da Fondi islamici, in particolare dal Qatar e dall’Arabia Saudita. Il Qatar ha il nono fondo sovrano più grande del mondo e l’Arabia il sesto. Con simili ricchezze non è difficile influenzare le università occidentali. Va sottolineato che quest’opera di condizionamento economico non si svolge in maniera sotterranea, ma legalmente, alla luce del sole, attraverso le facilitazioni fiscali offerte alle organizzazioni che godono dello status giuridico non profit identificato dalla legge Usa 501C3. E molte di queste organizzazioni sono legate direttamente o indirettamente all’Islam.

Secondo Alberto Simoni, su “La Stampa” del 4 maggio, un quarto dei fondi ricevuti dagli atenei americani. provengono da Qatar, Arabia Saudita ed Emirati. In un ampio articolo su “Il Foglio” del 12 maggio, Giulio Meotti documenta a sua volta l’esistenza di una guerra economica tra Qatar e Arabia Saudita non solo per la supremazia del mondo islamico, ma anche per conquistare ideologicamente l’Occidente. Uno dei campi di battaglia è il sistema universitario. Ciò spiegherebbe perché, dopo il 7 ottobre, i canti a sostegno di Hamas sono stati, come scrive, «la colonna sonora di tutte le proteste nei campus americani».

Dal 2001 al 2023, ricorda Meotti, il Qatar ha donato 4,7 miliardi di dollari alle università americane. Una delle più beneficate è stata la Georgetown University, un ateneo che ha un valore strategico non solo perché è la più antica università cattolica d’America, ma anche per la vicinanza alla capitale e la produzione di politici, e diplomatici, attraverso la sua rinomata School of Foreign Service. Tra il 2001 e il 2021, la Carnegie Mellon ha ricevuto dal Qatar 1,4 miliardi di dollari, Harvard 894 milioni, il Mit 859 milioni, la Texas A&M 500 milioni, Yale poco meno di 500 milioni e la Johns Hopkins 402 milioni.

Il denaro saudita, non meno ambiguo di quello del Qatar, fluisce verso tutti i tipi di scuole americane di élite come Harvard, Yale e Stanford; pubbliche come il Michigan e Berkeley, statali come la Eastern Washington University e la Ball State University. I sauditi hanno donato 270 milioni a 144 università americane in un anno. L’Università di Toledo ha ricevuto 23 milioni; la George Washington University, 19 milioni; il Massachusetts Institute of Technology, 16 milioni. A Yale, l’Arabia Saudita ha donato dieci milioni per un “Centro di studi della sharia”. 

In Italia, dove non sono possibili le donazioni private, ci pensano gli accordi pubblici, soprattutto con l’Iran. La Sapienza ha 54 accordi con gli ayatollah iraniani. L’Università di Trieste ha più accordi con l’Iran (cinque) che con gran parte degli altri paesi. L’Università di Torino ha sedici accordi con l’Iran, il doppio di quelli con Israele.

In America, come in Europa, i finanziamenti non sono a fondo perduto, ma legati alla creazione di centri di studi, corsi di laurea e master dedicati alla promozione della cultura islamica e all’assunzione di docenti favorevoli alla religione di Allah, che viene praticata in moschee costruite negli immediati dintorni delle università. La Georgetown University, lo scorso 18 marzo, ha ufficialmente aperto la Yarrow Mamout Masjid, la prima moschea in un campus universitario degli Stati Uniti.      

E tuttavia sarebbe sbagliato fare del problema una pura questione di petrodollari. Andrea Indini, su “Il Giornale” del 9 maggio 2024 osserva che le università americane più islamizzate sono anche quelle dove più radicata è l’ideologia woke e LGBTQ+. La UCLA, ad esempio, è una delle università più woke degli Stati Uniti.  Che significato ha, si chiede il giornalista, unire la bandiera palestinese ai vessilli Lgbt, quando è noto che in terra d’Islam non c’è spazio per la cultura femminista o pro-gay? In realtà la contraddizione è solo apparente e aiuta a comprendere la dimensione ideologica che sottende, come sempre, a quella economica del problema.

Il progetto islamico di conquista dell’Occidente ben si combina con il suicidio della cultura occidentale di cui è espressione l’ideologia woke. Paradigmatico è il caso della docente all’università di Berkeley, Judith Butler, un’attivista LGBTQ+ che ora difende la causa dei terroristi di Hamas sostenendo che l’attacco del 7 ottobre è un atto di “resistenza armata”.  Dopo essere stata una delle fondatrici dell’ideologia del gender, Butler lo ha demolito, in nome di un individualismo assoluto (“Io sono il gender”). Islamismo e nichilismo woke sono accomunati dall’odio per l’impero americano e la civiltà “eurocentrica”. Ciò spiega come allo spazio un tempo occupato dalla sinistra giovanile si sostituisce oggi una presenza “anarco-islamica”, intellettualmente alimentata dal relativismo culturale ed economicamente sostenuta dai paesi islamici. Mohamed Abdou, un sociologo musulmano dell’Università americana del Cairo, ex-visiting professor alla Columbia, parla di un «anarchismo islamico de-coloniale» (Islam And Anarchism – Relationships And Resonances Pluto Press, 2022), che sfida filosoficamente e teologicamente l’Occidente. Dietro le accuse al colonialismo in Africa, alla conquista europea delle Americhe, alle responsabilità del capitalismo occidentale per il degrado ambientale, c’è in realtà il rifiuto per tutta la storia, la cultura e l’identità dell’Occidente.

Il linguaggio utilizzato dagli islamisti, come spiega Lorenzo Vidino, studioso della George Washington University (https://www.hudson.org/node/44718), è quello woke  dell’antirazzismo   e della teoria postcoloniale. Lo stesso Vidino, su “La Repubblica” dell’8 marzo, ci informa che dal 2013, l’Università degli Studi di Palermo ha un accordo di cooperazione scientifica con la “al Mustafa International University”, un’istituzione teologica dell’Islam sciita sanzionata dal governo degli Stati Uniti come longa manus della Forza Quds, il ramo dei Guardiani della Rivoluzione specializzato in intelligence e guerriglia (in sostanza, un tutt’uno di servizi segreti e forze speciali).Ogni giorno a Palermo si svolgono assemblee e laboratori contro gli accordi con Israele da parte di studenti pro-Hamas.Ma, allo stesso tempo, l’Università di Palermo è una delle più “inclusive” e aperte all’ideologia arcobaleno.

Non c’è bisogno di studi approfonditi per comprendere l’esistenza di una “vis destructiva”, che vorrebbe sopprimere tutto ciò che rimanda ai princìpi e alle istituzioni dell’Occidente cristiano. Per contrastare questa forza distruttiva la politica non è sufficiente. E’ necessario un cristianesimo militante che all’odio e al nichilismo contrapponga un profondo amore per la Civiltà cristiana, assumendo come programma le parole del Signore: «Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore» (Gv 15, 9-11). L’amore di Gesù Cristo è inseparabile dall’osservanza dei suoi comandamenti e questi comandamenti, che costituiscono una filosofia e una pratica di vita, sono l’unico fondamento per la rinascita dell’Occidente nel XXI secolo.

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