Università, indottrinamento continuo: ecco l’esame di gender

GenderVerona non è l’unico caso (per leggere, cliccare qui ->). Né forse il primo. Sicuramente non l’ultimo. Non è una bizzarria, né un’anomalia. E’ anzi parte di una strategia globale di diffusione dell’ideologia gender. Che ora punta ai cervelli. Conquistati i tribunali, le scuole, la finanza, i mercati, i media, lo spettacolo, i vip, le lobby Lgbt sentono giunto il momento di darsi un’autorevolezza accademica. Per poter, con questa, indottrinare ancora, indottrinare di nuovo, indottrinare sempre. E chiudere il cerchio.

La Wilkes University è un’Università privata americana, con sede in Pennsylvania. E’ stata fondata nel 1933 ed è stata intitolata a John Wilkes, politico inglese noto per le sue riforme sociali di chiaro stampo progressista, nonché per una condotta di vita votata al libertinismo.

Proprio qui è stato inserito nel piano di studi il «Women’s and Gender Studies»: non si tratta soltanto di un esame, bensì di un vero e proprio programma interdisciplinare. Il gender diviene così una categoria di analisi, da studiare tenendo conto delle sue implicanze con «razza, etnia, classe, età, identità sessuale e (dis)abilità», come è scritto sul sito della Wilkes. Ma anche raffrontandolo con le istituzioni sociali tradizionali quali famiglia, religione, arti, legge ed educazione, tanto in un contesto domestico quanto in un contesto globale. E’ assurto insomma alla dignità di fenomeno sociale e non (quando riferito all’omosessualità e dintorni…) di «grave depravazione», contraria «alla legge naturale», come prevedono invece la Sacra Bibbia ed il Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 2357). Condendolo di femminismo, teoria e metodo, dalle origini ai giorni nostri. Tanto per non farsi mancare nulla…

Ora il «Women’s and Gender Studies» ambisce a sollevare «interrogativi, che spesso sono stati ignorati o marginalizzati». Non solo: vuole ficcare il naso anche sulle «teorie e gli approcci che non tengono conto del gender», per «sviluppare uno sguardo critico» in merito. E qui la Wilkes University diviene piazzista, assicurando come la disciplina introdotta sia «tra le più utili, flessibili e spendibili» e rappresenti «un’eccellente base per qualsiasi carriera» in qualsiasi campo: dall’accademico al sanitario, dalla pubblica sicurezza al no-profit, dalle risorse umane al business, dai servizi pubblici all’arte ed alle relazioni internazionali. Ovunque. Specificando anche come sia in grado di potenziare «le vostre chance coi datori di lavoro»: molte «imprese e aziende – afferma – stanno sviluppando una crescente sensibilità verso queste tematiche», mentre gli specialisti sarebbero sempre più richiesti «come consulenti». A sentir loro, pare che il genderismo sia divenuto la panacea contro la disoccupazione. Il che è talmente esagerato ed irrealistico da porre a rischio la stessa credibilità accademica.

A lanciar l’allarme in merito è l’agenzia on line Kreuz-net. Che mette in guardia: «Università e Scuole di Specializzazione devono adeguarsi al “politicamente corretto”», scrive, bollando l’intera operazione come la «pseudoscienza di un’ideologia totalitaria», per la quale «non esiste sesso biologico». Da qui, la stoccata finale, con cui ricorda come «ai tempi del nazionalsocialismo gli alti livelli accademici fossero stati trasformati in macchine di indottrinamento e di propaganda a spese dei contribuenti». Il rischio è sempre dietro l’angolo…

Donazione Corrispondenza romana