UNIVERSITA’ D’ESTATE: contro il globalismo «sicut miles Christi»

(di Mauro Faverzani) Un luogo di formazione integrale per interpellare intelligenza e volontà in uno stile di serietà e di amicizia, di ordine, di studio e di preghiera: così è possibile in estrema sintesi riassumere il significato della quarta edizione dell’Università d’Estate, promossa dalla Fondazione Lepanto a Subiaco dal 27 al 30 luglio scorsi.

«Oltre la crisi del globalismo. Vere e false identità» è stato il tema generale, attorno al quale numerosi e qualificati esperti si sono confrontati, non solo per fare cultura a livello accademico, ma soprattutto per promuovere una presenza militante nella Chiesa in opposizione alle tempeste del tempo presente: non basta, infatti, «un’affermazione positiva del bene», occorre anche «un’opposizione effettiva al male», denunciandolo per quel che è, come ha osservato, aprendo i lavori, il Prof. Roberto de Mattei.

L’obiettivo è, ad un tempo, urgente ed elevato: costituire un’«embrione di famiglia spirituale, di scuola di pensiero, caratterizzata da una consonanza di idee», da un comune spirito di vita e da una comune militanza. L’iniziativa intende, insomma, rappresentare – come ha aggiunto subito dopo il direttore scientifico dell’Università d’Estate, il prof. Giovanni Turco – un’«adesione alla Verità». «Nella post-modernità la modernità si sta suicidando, compiendo coerentemente le proprie premesse, poste molti secoli addietro», premesse che oggi è possibile cogliere in modo anche più distinto e chiaro in una «prospettiva diagnostica e terapeutica; individuare il dato patologico, ma al contempo anche su cosa far leva» per giungere alla cura prima ed alla guarigione poi: diritto naturale, retta ragione, Rivelazione.

Oggi la «globalizzazione» è lo «strumento intellettuale per accelerare la rivoluzione sociale in una direzione considerata irreversibile» pur non essendolo, come ha osservato il Prof. de Mattei; ancora: la globalizzazione contemporanea, «più che un fatto, rappresenta un progetto» e, all’insegna «del progresso, coincide con la secolarizzazione, a sua volta fase del processo rivoluzionario»: ed allora ecco prima la Società delle Nazioni, poi l’Onu ed il comunismo col suo “appello” al proletariato. Ora si tratta di tornare sui propri passi e di ripercorrere un processo di segno opposto, contrapponendo alla crisi la visione cattolica, già di suo «universale».

La dott.ssa Cristina Siccardi ha individuato nel binomio arte e sacralità uno snodo epocale: «L’arte sacra si è sviluppata in senso anticattolico ed i fedeli se ne avvedono», ha osservato, documentando la propria affermazione con una ricca antologia di immagini, quanto mai esplicite. Non che manchino autori – pittori, scultori e architetti – fedeli ai canoni di sempre, solo che questi vengono esclusi ed emarginati, preferendovi atei ed agnostici: il problema dunque è «di chi commissiona». Così le «chiese si vanno protestantizzando», «non parlano più alle anime, in esse non si trova più Dio», si respira un clima di «panteismo liturgico», che «non trasmette più la fede». Viviamo in un’epoca «di neo-iconoclastia» con una sconcertante rimozione dei «simboli religiosi».

Nella seconda giornata di lavori, Padre Serafino Lanzetta ha analizzato la «rivoluzione luterana» a 500 anni dalla sua fondazione, osservando come Lutero rifiuti il libero arbitrio e definisca la ragione «prostituta del diavolo», confonda peccato e concupiscenza, neghi che si possano compiere il bene e le opere buone, mentre la stessa libertà rappresenterebbe «una minaccia all’onnipotenza di Dio, poiché Egli non sarebbe più necessario» e la «vita non sarebbe un dono, ma una necessità». Col primato del soggetto sull’oggetto, della coscienza sulla verità, della necessità sulla volontà, Lutero segue il nominalismo esasperato di Guglielmo d’Ockham, rifiuta la Scolastica ed anticipa Hegel col suo processo dialettico, immaginando un Dio che «si rivela sotto il suo contrario, che si incontra nella contraddizione»: da una parte Cristo «primo peccatore», dall’altra «il diavolo parte integrante del processo salvifico dell’uomo».

Il prof. Corrado Gnerre ha poi completato il quadro, mostrando quanto la modernità sia impregnata di protestantesimo, perché, certo, Lutero nega la legge naturale intesa «come istanza superiore», ma, così facendo, spalanca le porte ad un razionalismo autocefalo, al laicismo, ad una concezione assolutistica e totalitaria del potere in ambito politico-economico, all’utopismo, all’inestetismo artistico, al modernismo ideologico, all’intellettualismo teologico, persino all’esoterismo. Il Protestantesimo diviene così la prima «radice del liberalismo, dove è la libertà che giudica la verità» e dove «l’opinare diviene criterio di tutto».

Il dott. Ettore Gotti Tedeschi, ha individuato l’origine della crisi economica non nell’«inequità», bensì nel «peccato, miseria morale che provoca la miseria materiale»: non sono dunque la povertà e le guerre la causa dell’immigrazione, mentre a provocare il problema ambientale sono stati quarant’anni fa gli stessi ambientalisti, ha fatto notare l’illustre relatore, lamentando come purtroppo oggi «la Chiesa si occupi solo di economia, non di morale» in un contesto in cui si trasferisce «il risparmio in consumo», senza che il primo vada «alle banche» e senza quindi trasformarsi «in credito per le imprese».

Il dott. Stéphane Buffetaut ha mostrato come il materialismo, inteso quale «riduzione alla mera dimensione economica», «uccide il desiderio spirituale e di Dio. Il globalismo è», in realtà, «un processo ideologico e politico, per creare un ordine mondiale, fondato» sul «multiculturalismo, sul gender, sulla confusione delle culture, sul climatismo, sul nomadismo generale della popolazione». Il relatore, già europarlamentare, analizzando anche figure come quella di Jean Monnet, ha mostrato come l’Unione Europea sia in realtà «divenuta un esperimento internazionale di governo mondiale e relativista», incapace addirittura di riconoscere nella propria carta costitutiva le sue radici cristiane: «Il nostro dovere – ha esortato – è quello di opporci a questa deriva».

Il prof. Andrea Sandri ha individuato le immagini letterarie dell’Anticristo, pensato nella prima metà del XIX secolo come «l’uomo perfetto, mimesi di Cristo». Specificamente, ha mostrato come il card. John Henry Newman lo abbia ritenuto già in azione nella Storia e ne abbia individuato il segno in uno «speciale allontanamento da Dio», negando spazio alla «religione nella vita pubblica», relativizzando tutti i culti e privando la verità di una dimensione assoluta, tutti indici di quell’assolutismo, in cui l’uomo «vuole esser superiore a Cristo». Il relatore ha poi presentato il pensiero della scrittrice Selma Lagerlöf, che individua nell’«amore di sé l’occasione dell’Anticristo», disposto ad accettare solo una Chiesa «senza Cristo», fondata su di un’«ideologia conciliatrice». Robert Hugh Benson ne Il signore del mondo evidenzia, invece, una pace dell’Anticristo fondata sull’umanitarismo ovvero sulla «negazione del sovrannaturale» e sul conseguente collettivismo.

Nella terza giornata il prof. Umberto Galeazzi ha individuato nel Novecento, i caratteri distintivi della post-modernità, dal soggettivismo sartriano che enfatizza il nichilismo morale all’immanentismo marxista con la sua esaltazione della prassi e l’attribuzione all’uomo degli attributi divini, che riducono la teologia a semplice antropologia.

Il prof. Matteo D’Amico ha ricordato come, in Aristotele, per l’uomo, essere socievole, memore e grato del proprio passato, sia naturale condividere «vincoli morali comuni», gli stessi Valori, tanto in famiglia quanto nello Stato, voluto da Dio e ben diverso dalla congerie frammentata di ideologie, conosciuta oggi come democrazia. Il relatore ha quindi fatto emergere l’odierno «rovesciamento anticristico della pietas», che induce a contrapporsi a Dio, nonché ad odiare la Patria e la famiglia: «L’uomo pagano non ha interiorità, non può avere vita spirituale, dissolve l’amore della propria esperienza individuale nel tutto: è gnosi», che induce al ritorno del «comunitarismo neotribale». Per ricostruire, oggi, quanto perduto – ha detto il relatore –, dobbiamo «ripartire dal nostro cuore, che deve accogliere» Cristo.

Il dott. Carlo Manetti ha subito dopo presentato le identità ideologiche di Destra e Sinistra, individuando in Satana il «primo rivoluzionario», come si evince dal Libro della Genesi, ancora oggi all’opera sotto forma di modernismo ed a colpi di grandi proclami sulla «dignità e sui diritti dell’uomo»: «La rivoluzione, che comporta oppressione, è prima di tutto menzogna ed azione tesa a distruggere ed a chiamare libertà l’inferno, è la prevalenza degli istinti e della volontà sulla ragione», ha ricordato. Di contro, «la Tradizione è ragionevolezza, è la presa d’atto di come le cose stiano esattamente come stanno, mentre la morale è un semplice adeguamento delle regole della persona alla realtà oggettiva». 

Nella giornata conclusiva, il prof. Giovanni Turco ha raccolto i frutti del lavoro compiuto, frutti sintetizzabili nell’espressione da lui utilizzata: «Labora sicut bonus miles Christi Iesu», operare come un buon soldato di Cristo Gesù nell’ottica di un realismo integrale, del primato dell’essere e della Verità, individuando in Dio il fine ultimo tanto del singolo quanto della comunità politica.

L’Università d’Estate è molto cresciuta in questi anni, con adesioni in costante e significativo aumento, come ha confermato anche il record di presenze di questa edizione. Un successo, dovuto anche alla sua formula, che alterna conferenze su temi di grande interesse, affidate a qualificati relatori, a proposte spirituali forti, come la S. Messa tridentina ed il S. Rosario quotidiani o la visita al Sacro Speco di San Benedetto, a momenti infine di distesa e fraterna amicizia, a tavola così come davanti ad un film o con intrattenimenti musicali. Segno di come quella «famiglia spirituale», auspicata in apertura dei lavori, non solo sia possibile, ma sia già realtà. (Mauro Faverzani)
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