Un vero missionario: il cardinale Massaja

(di Cristina Siccardi) Quando, nel tardo mattino del 6 agosto 1889, giorno della Trasfigurazione, si diffuse in Vaticano la notizia della scomparsa del Cardinale Guglielmo Massaja, Apostolo d’Etiopia, papa Leone XIII, che gli aveva commissionato le sue monumentali Memorie (I miei trentacinque anni di missione nell’alta Etiopia, iniziate nel 1880 e concluse nel 1886, e pubblicate in 12 volumi, Tip. Poliglotta di Propaganda Fide-Tip. S. Giuseppe, Milano 1885-1895), affermò: «È morto un santo», mentre L’Osservatore Romano di tre giorni dopo registrò: «Con la morte del Card. Massaja sparisce una delle più grandi figure del Sacro Collegio, uno dei campioni più venerabili della Chiesa, uno degli uomini più benemeriti dell’umanità».

Il processo di beatificazione del santo cappuccino ebbe inizio nel 1914 ed oggi, a distanza di 102 anni, papa Francesco ha proclamato la sua venerabilità con la firma del decreto emesso il 2 dicembre scorso dalla Congregazione della Causa dei Santi. I santi, i beati, i venerabili esistono perché essi sono testimoni della Fede, applicatori mirabili delle leggi evangeliche, nonché figure che la Chiesa indica ai fedeli e al mondo come modelli da imitare. Il Cardinale Massaja è un particolare esempio a cui guardare, tanto particolare che la sua causa di beatificazione venne bloccata per diverso tempo… perché, in sintesi, egli fu un missionario, un Vescovo, un Cardinale “politicamente scorretto”.

Il cappuccino, nato a Piovà, oggi Piovà Massaja (AT) nel 1809, fu in Etiopia per ben 18 volte in punto di morte, a causa delle asprezze di un territorio insidioso e le persecuzioni contro di lui scatenate dalle autorità religiose (Chiesa copta) e civili. Avrebbe desiderato versare il suo sangue per Cristo, ma si riteneva indegno di coronare la sua esistenza con la palma del martirio. Per 35 anni rimase in Africa e il suo più grande sacrificio fu quello dell’isolamento.

Parve, per diversi anni, che l’Europa, da lui conosciuta molto bene in qualità di diplomatico apostolico, e lo stesso Vaticano lo considerassero inutile e furono in molti a ritenerlo – meglio sarebbe dire desiderarlo – morto nella terra degli Oromo. Visse sempre in estrema povertà e umiltà, avendo per modelli San Paolo e San Francesco, per maestri Sant’Agostino e San Tommaso. In Etiopia portò luce del Vangelo e sviluppo civile. Sacerdote e padre, fu in grado di svolgere le più disparate mansioni: medico, sarto, calzolaio, falegname…

L’attività apostolica dell’Abuna Messias come veniva chiamato in Etiopia per distinguerlo dal Vescovo copto (Abuna Salama), che più volte tentò di assassinarlo, si articolò in periodi definiti. La Missione Galla dal 1852 al 1863, a cui va aggiunto il periodo della sua permanenza in Europa dal 1864 al 1867, dove riorganizzò i quadri missionari; compose i catechismi oromo e caffino; stilò e pubblicò la prima grammatica oromo e fondò il collegio Galla San Michele a Marsiglia per giovani aspiranti al sacerdozio.

Inoltre ricordiamo la sua Missione nello Scioa, dove re Menelik II lo assoldò come suo consigliere e dove fondò, nel 1868, le importanti stazioni missionarie di Fekerié-Ghemb e di Finfinnì, elevata a capitale dell’Etiopia moderna nel 1889 con il nome di Addis-Abeba (Nuovo Fiore).

Monsignor Massaja marcia a piedi per chilometri e chilometri in condizioni rischiosissime e la notte riposa fra i fuochi per allontanare le belve feroci, udendo i vicini ruggiti dei leoni e dei leopardi. Notti fredde, trascorse con una pelle conciata da stendere per terra, una coperta abissina di doppia tela e per capezzale un piccolo sacco con dentro il cambio delle camicie. Affronta tempeste di sabbia, pugni e schiaffi dai musulmani, febbri gialle e malariche, malattie tropicali e, oltre a indossare i panni del mercante di forbici ed aghi per sviare i nemici che lo cacciano, diventa scienziato e medico nel tentativo di risolvere le tre malattie più diffuse in Etiopia: la lue, la febbre gialla, il vaiolo.

Previene insegnando l’igiene, vaccina migliaia di persone e cura con le erbe, un’arte appresa dai frati a Torino, nel tempo in cui era padre spirituale di Silvio Pellico. Disciplina, rigore e gerarchia. La regola è determinante per il Vescovo Massaja, ecco allora che pone ordine alle giornate di tutti, neofiti, missionari, se stesso con la Santa Messa, la preghiera in comune, il catechismo, la scuola, il lavoro. Di fronte alle avversità non si demoralizza mai perché la sua vita è racchiusa unicamente nella volontà di Dio.

Soltanto la solitudine e l’abbandono del Vaticano lo angosciano, ma non lo disperano perché la sua è una solitudine vissuta sulla Croce di Cristo. Le fatiche e le dure prove del suo episcopato lo invecchiano anzitempo. L’Apostolo in Africa ispirerà numerosi missionari e influirà mirabilmente su fondatori di congregazioni religiose, come san Daniele Comboni e il beato Giuseppe Allamano.

Dall’acuta intelligenza e lungimiranza, conosceva bene il mondo, le sue insidie e le sue trappole e come il beato Cardinale John Henry Newman, che ricevette la berretta cardinalizia da Leone XIII insieme a Massaja (concistoro del 10 novembre 1884), seppe individuare i mali contemporanei, trasmettendo ai posteri i nefasti pericoli del liberalismo. Ma non solo. Egli vide nella Massoneria – «La massoneria ha dichiarato guerra aperta alla Chiesa lasciando in pace tutte le eresie» (Lettere e scritti minori, Anni 1880-1889, vol. V, p. 112) – nel Socialismo e nel Comunismo gli infettanti morbi della malata Europa.

Massaja lamentava la viltà cristiana europea di fronte agli attacchi di governi di stampo massonico che, in nome della sovranità popolare, mettevano da parte Dio e la Sua Legge, come stava accadendo in Francia: «… il nostro partito cattolico, benché di gran lunga più numeroso è divenuto molto debole per mancanza di energia ed operosità. […] io stesso non so darmi pace vedendo la Francia ancor tranquilla, vorrei chiamarla vile, ma l’amo troppo…! […] l’apatia dei cattolici francesi è uno scandalo per i cattolici italiani; noi siamo vecchi e non vedremo forse l’estrema coda di tutti questi movimenti, ma se Iddio non provvederà, la povera razza latina avrà in paga della sua apostasia da Dio una dura schiavitù» (Ibidem, pp. 64-65. Lettera ad Antoine Thomson d’Abbadie, 3 novembre 1880). Il castigo di una schiavitù multiforme, interreligiosa, gnostica, tronfiamente contraria ai principi divini, nella quale si è incagliata la stessa Chiesa. (Cristina Siccardi)

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