Un nuovo martire sugli altari: padre Titus Zeman sdb

 (di Cristina Siccardi) Padre Titus Zeman Sdb è stato proclamato Venerabile. Lo scorso 27 febbraio, infatti, la Congregazione delle Cause dei Santi ha promulgato il decreto sul suo martirio, in odium fidei per aver sacrificato la propria vita per i seminaristi; ciò apre le porte alla sua prossima beatificazione.

Un anno fa, durante il Giubileo dei religiosi, Papa Francesco si era detto «disperato» per la penuria di vocazioni, anche perché, come ha rivelato l’arcivescovo Josè Rodriguez Carballo, segretario della Congregazione per la vita consacrata, in un’intervista apparsa recentemente su L’Osservatore Romano, ogni anno sono 2 mila i religiosi che abbandonano l’abito e oltre 10 mila le suore. Molti istituti non hanno alcuna vocazione e sono già diversi quelli che prospettano una prossima chiusura, così come le parrocchie, dove mancano sempre più sacerdoti. In questa atmosfera avulsa dalla sacralità e dalla dimensione verticale della trascendenza, il giovane non è più messo in condizione di conoscere le altezze dell’identità sacerdotale e di quella religiosa che, prima del Concilio Vaticano II, permettevano di contare sempre nuove e rigogliose vocazioni, come quella di padre Titus Zeman.

Nacque da una famiglia cristiana il 4 gennaio 1915 a Vainory, quartiere, con autonomia di Comune, presso Bratislava, oggi capitale della Slovacchia. Sentì la chiamata sacerdotale a 10 anni, aspirazione che venne alimentata frequentando gli studi ginnasiali e liceali nelle case salesiane di Šaštín, Hronský Svätý Benedikt e a Frištak u Holešova. A 16 anni, nel 1931, intraprese il noviziato e il 7 marzo 1938 emise la professione perpetua al Sacro Cuore di Roma. Studente di teologia presso l’Università Gregoriana di Roma e in seguito a Chieri (Torino), sfruttava il suo tempo libero per prestare opera di apostolato in oratorio.

Fu ordinato sacerdote a Torino dal cardinale Maurilio Fossati (1876-1965) il 23 giugno 1940 e il 4 agosto successivo celebrò la sua prima Santa Messa a Vajnory. Visse santamente il proprio sacerdozio e si espose con eroicità ai rischi del suo ministero in una terra, l’allora Repubblica comunista della Cecoslovacchia, che perseguitava con violenza la Chiesa. Con brutale accanimento quella Chiesa fu vittima di un vero e proprio programma di distruzione della religione cattolica. Per quarant’anni in Cecoslovacchia dominò ogni giorno la propaganda ideologica e la pratica repressiva di una struttura apportatrice di sofferenze atroci e di morte.

Dal punto di vista geopolitico, dopo il 1945, l’Europa centrale diventò la parte esterna dell’impero sovietico, contenendo i Paesi satelliti dell’Urss: Polonia, Cecoslovacchia, Ungheria, Germania Orientale (Ddr). Alla parte interna dell’Urss furono invece incorporate Lituania, Lettonia, Estonia, Ucraina, Bielorussia, Moldova. Il modo di agire del potere di fronte alle comunità dei credenti era diverso nella parte interna o in quella esterna dell’impero. Nelle Repubbliche sovietiche la mancanza venivano applicate soluzioni radicali, rendendo impossibile qualsiasi forma di resistenza.

Le repressioni erano così violente che lasciavano spazio solo a due comportamenti: eroica perseveranza e martirio oppure totale sottomissione e, dunque, l’apostasia.  Al Convegno dei partiti comunisti a Szklarska Poręba in Polonia, dal 22 al 27 settembre 1947, il rappresentante russo Andriej Aleksándrovic Ždanov presentò un piano di eliminazione della Chiesa stessa in tutti i Paesi del blocco sovietico.

Il suo progetto si basava sul modello sovietico applicato negli anni Venti in Urss e consisteva nella distruzione delle gerarchie e delle personalità più eminenti fra il clero e i laici credenti; inoltre il piano prevedeva la creazione di gruppi di laici collaborazionisti, fedeli al partito. Quando il regime, nell’aprile del 1950, fece chiudere le congregazioni e gli ordini religiosi in Cecoslovacchia, deportando consacrati e consacrate nei campi di concentramento, i Salesiani decisero di organizzare viaggi clandestini verso Torino per consentire ai propri membri di completare gli studi: fu proprio don Zeman ad essere incaricato di tale pericolosa mansione.

Organizzò e portò a compimento due viaggi per oltre 60 seminaristi; ma alla terza spedizione venne scoperto, perciò fu catturato ed arrestato insieme ai suoi protetti. Processato, con l’accusa di essere traditore della patria e spia del Vaticano, rischiò la pena di morte. Tuttavia emersero delle attenuanti, perciò il 22 febbraio 1952 fu condannato a 25 anni di duro carcere, dove  rimase 12 anni. Uscì il 10 marzo 1964, irrimediabilmente compromesso nello stato di salute a causa delle sofferenze subite sotto gli aguzzini: morì cinque anni dopo, l’8 gennaio 1969, circondato da una gloriosa fama di martirio e di santità. Aveva detto: «Anche se perdessi la vita, non la considererei sprecata, sapendo che almeno uno di quelli che avevo aiutato è diventato sacerdote al posto mio». (Cristina Siccardi)

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