Un “martire bianco” salesiano: il cardinale Štěpán Trochta

(di Cristina Siccardi) La Chiesa è costituita da uomini degni e da uomini indegni. L’informazione laica, ma pure quella trasmessa dai pulpiti delle nostre chiese, non ci parla più di loro: dei santi e dei martiri, capaci di fecondare le anime, spiritualmente, moralmente, concretamente.

Come è possibile non conoscere, per esempio, la vita del martire bianco Štěpán Trochta, il salesiano ceco, perseguitato prima dai nazisti e poi dal regime comunista della Repubblica cecoslovacca? Eppure il cardinale Štěpán è una gloria per la Chiesa, pronto a seguire le orme del protomartire santo Stefano: uguale forza nella fede, uguale determinazione nel testimoniarla.

Il rogo di Notre Dame è un segno, ma è salva, con la Corona di spine di Cristo, ivi contenuta e il mantello di san Luigi IX: il demonio si scatena, ma non può nulla contro Maria Santissima e la Santissima Trinità. Anche la Sacra Sindone subì più di un rogo, nella sua storia, ma è ancora qui fra noi… anche l’Europa e la Chiesa sono nell’incendio ideologico, ma i Santi e i Martiri, intesi pure quelli del martirio bianco (ci sono i vivi e quelli in attesa del Giudizio universale) agiscono in Dio e per Dio. Altresì il salesiano Štěpán Trochta ha agito e agisce contro il male anticattolico e, dunque, anticristico.

Nacque nella campagna della Moravia orientale, a Francova Lhota, il 26 marzo 1905. Rimase orfano a 8 anni del padre, umile contadino, e già a quell’età desiderava abbracciare la talare. Entrò nel Seminario della sua diocesi, dal quale dovette uscire quando la madre si ammalò di tubercolosi; essendo il primogenito non poté esimersi dal coltivare il piccolo podere, dall’assistere e curare la madre, dall’accudire la sorella e il fratello.

Non poteva più studiare… racconterà anni dopo: «Mi rincresceva perché ormai ero incamminato verso il sacerdozio e desideravo diventare sacerdote di Gesù. Ma la cosa, praticamente, per il momento era impossibile. Dio però avrebbe provveduto come Lui solo può».

Un giorno legge un articolo sulla vita e le opere di san Giovanni Bosco e poi un breve annuncio pubblicato su una rivista salesiana, dove si parla del bellissimo Istituto di Perosa Argentina (Torino), fondato nel 1897 dal beato don Michele Rua (1837-1910), primo successore del fondatore dei Salesiani, e da qui si appassiona alla realtà salesiana, prende carta e penna e scrive all’Istituto piemontese: molto probabilmente apre il suo cuore, già sacerdotale, e confida le sue sofferenze. La risposta non tarda ad arrivare: viene invitato a pregare Maria Auxilium Christianorum.

Štěpán intensifica le sue invocazioni, mentre la Madonna lo chiama fra i Salesiani. La mamma inizia a migliorare e la grazia si avvicina, così lo esorta a riprendere il cammino interrotto, permettendogli di andare dove desidera.

Nell’autunno del 1923 il giovane parte da solo alla volta di Torino, ha 18 anni; è un viaggio burrascoso, a Vienna viene derubato dei suoi soldi, ma raggiunge comunque Mestre; oltre, però, non riesce a proseguire e, sconsolato, sta fermo alla stazione. Si avvicina un ufficiale italiano, reduce della prima Guerra mondiale, era stato prigioniero in Cecoslovacchia, perciò comprende la lingua del ragazzo. Dopo averlo ascoltato e appresa la ragione per cui vuole arrivare a Torino, gli paga il treno: Mestre-Porta Nuova.

A quel tempo il Rettore maggiore dei Salesiani è il beato Filippo Rinaldi (1856-1931) e Štěpán, accolto con gioia dai superiori e apprezzato da tutti, frequenta il corso di filosofia a Torino nel Seminario salesiano e poi quello di teologia nell’Ateneo salesiano di Roma.

Viene ordinato sacerdote a 28 anni e rientra in patria, divenendo uno dei fondatori dell’opera di don Bosco per la formazione cristiana-cattolica della gioventù in Boemia e Moravia. Dapprima è professore di filosofia a Frystak, quindi si trasferisce a Ostrava, centro industriale della Moravia settentrionale, con molte miniere ed altiforni, dove lavorano numerosi giovani operai, che prende sotto la sua ala, mentre a Praga fonda e organizza la «Casa dei giovani».

Il suo apostolato fra la gioventù è prodigioso, ma nell’autunno 1939 la Cecoslovacchia è invasa dai nazisti. Il suo nome entra nella lista nera delle cento persone più influenti di Praga, perciò viene controllato a vista. Nel 1940 subisce lunghi e umilianti interrogatori dalla polizia tedesca e nel 1942 è deportato nel campo di concentramento di Terzin, poi a Dachau.

In questo lager ci sono circa 3000 sacerdoti, provenienti da tutta Europa: massacrati di lavoro, soggetti alle torture, vivono nelle privazioni e nelle malattie, nel dolore, nella fame, nell’umiliazione più invasiva. Qui don Štěpán conosce e collabora con il futuro cardinale, anch’egli cecoslovacco, Josef Beran (1888-1969), del quale abbiamo parlato il 4 aprile u.s. (Corrispondenza Romana). Ogni mattina don Štěpán riceve la Santa Comunione: ad un solo prete è permesso, in tutto il campo, di celebrare il Santo Sacrificio della Messa.

Nei registri del lager di Dachau, il nome di Trochta viene segnato con la sigla RU (Ruckehrunerwunscht), che significa «ritorno indesiderato», destinato, quindi, alla condanna a morte. Per questa ragione viene sottoposto a ritmi impossibili e ai lavori più pesanti, aggregato ad altri condannati a morire. La fede in Cristo gli dà una forza, spirituale e fisica, impressionante.

La vigilia di Natale del 1943 viene trasferito nel lager di Mauthausen. Ma prima di partire organizza una festicciola con i compagni di sventura per innalzare a Gesù Bambino i loro cuori. La sua iniziativa viene scoperta ed è punito crudelmente: battuto in volto con una frusta di fili di ferro. Tuttavia don Štěpán riesce ugualmente ad augurare Buon Natale ai suoi fratelli in Cristo.

La mano di Maria Ausiliatrice è sul fedele sacerdote Štěpán, lo protegge e lo salva. I miracoli sperimentati da san Giovanni Bosco, rivivono, in altro modo, su di lui. Nel nuovo orribile lager la sua salute vacilla. Un giorno, un aguzzino, vedendolo spossato, gli spara. Ma padre Štěpán non muore. Si ritrova su un carro di cadaveri diretti al forno crematorio, gravemente ferito, ma in grado di farsi scivolare sul ciglio della strada, così un medico del campo di Mauthausen lo trova e lo cura.

Finisce la seconda Guerra mondiale e con essa il nazismo, perciò il sacerdote salesiano fa ritorno nella sua terra. A Praga viene accolto come Lazzaro lo fu a Betania, quando venne risuscitato da Gesù. Nessuno pensava più di rivederlo dopo Terzin, Dachau, Mauthausen…Il conflitto dei milioni e milioni di morti è terminato, ma non il dolore per la Cecoslovacchia. Le persecuzioni contro la Chiesa di Roma sono nuovamente all’attacco.

La popolazione vive nella più grande miseria, mentre l’Armata Rossa di Stalin occupa la nazione. Il 29 settembre 1947 Pio XII nomina don Štěpán Trochta vescovo di Litoměřice, la diocesi più devastata della Boemia: il Seminario è distrutto e il 70% delle parrocchie sono senza sacerdoti. Monsignor Trochta, che sceglie come motto della sua consacrazione episcopale «Actio, sacrificium, caritas» («Azione, sacrificio, carità»), si mette all’opera.

Non un lamento nella tempra di questo campione del Vangelo che ha 42 anni e agisce con le capacità di un Generale: riapre il Seminario, ricostruisce l’Azione Cattolica e si appresta a visitare tutta la sua diocesi per rendersi conto delle necessità del suo popolo, affamato materialmente e spiritualmente, nonché impoverito dei suoi sacerdoti, “giustiziati” dai nazisti.

È un martire vivo il Pastore Štěpán, perciò non gli importa che cosa possono fargli i comunisti, con i quali non arriva a nessun genere di compromesso, anzi, addestra al meglio i suoi preti per affrontare i «senza Dio». Viene posto agli arresti domiciliari nella sede vescovile e nel gennaio 1953 viene trasferito nel carcere di Ruzin, condannato, dopo 19 mesi, a 20 anni di galera per spionaggio per conto del Vaticano, per «attività antistatale» e perché reo di aver fondato un circolo cattolico.

Dopo aver peregrinato nelle carceri di Leopoldov, Ruzin, Pankrac, Kartouzy, nel 1960 viene graziato e obbligato a trovarsi un lavoro. Lui lo cerca e lo trova, non demorde mai, è un Miles Christi. Fa il manovale muratore, poi l’addetto alla manutenzione di ascensori e di impianti igienici. Pur in queste mansioni continua ad essere, in pectore, il Vescovo di Litoměřice e nel nascondimento continua a seguire il gregge, i suoi preti e le anime che a lui si affidano.

Il 5 gennaio 1968, quando il riformista slovacco Alexander Dubček (1921-1992) sale al potere, avviene la liberalizzazione politica della nazione e così, dopo 18 anni di assenza, ormai malato di cuore, il Vescovo martire torna sul seggio della sua diocesi: è il 2 agosto 1968. Ma la «Primavera di Praga» dura pochi giorni: il 20 agosto un corpo di spedizione militare dell’Unione Sovietica e degli alleati del Patto di Varsavia invade il Paese con i carri armati. I comunisti vietano ogni azione pastorale. Mai un momento di pace terrena per questo grande santo, che non ha mai perso la pace di Dio.

Il 1° settembre 1968, parla così dal pulpito della cattedrale di Litoměřice: «Molti di voi li vedo per la prima volta, benché io sia il vostro Vescovo da 21 anni. Ho passato anni terribili. Ho visto il fondo della malvagità umana. Ma Gesù Cristo è il nostro Redentore, oggi e sempre. Perseguitati torniamo con coraggio a essere apostoli di Gesù Cristo».

Paolo VI lo eleva a Cardinale in pectore nel concistoro del 1969, creazione che viene resa pubblica il 5 marzo del 1973 e che il vescovo Štěpán riceve il 12 aprile. Il Papa elogia, in quell’occasione, la sua testimonianza di martire di Gesù Cristo ed egli risponde in questi termini: «Tocca a noi diventare nella gioia, come ha detto santa Teresina del Bambino Gesù, un giocattolo docile nelle mani del Signore, pronti a ogni sua chiamata».

Il dies natalis del cardinale Štěpán arriva il 6 aprile del 1974. La sua esistenza è stata una replica perfetta delle parole di san Paolo: «Perciò sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa. Di essa sono diventato ministro, secondo la missione affidatami da Dio presso di voi di realizzare la sua parola, cioè il mistero nascosto da secoli e da generazioni, ma ora manifestato ai suoi santi, ai quali Dio volle far conoscere la gloriosa ricchezza di questo mistero in mezzo ai pagani, cioè Cristo in voi, speranza della gloria. È lui infatti che noi annunziamo, ammonendo e istruendo ogni uomo con ogni sapienza, per rendere ciascuno perfetto in Cristo. Per questo mi affatico e lotto, con la forza che viene da lui e che agisce in me con potenza» (Col 1, 24-29).

La potenza di Dio si è tutta manifestata in questo Principe della Chiesa, sopravvissuto inspiegabilmente, se non attraverso continue grazie e miracoli, all’abominio umano per testimoniare la Fede e la Gloria di Dio. La porpora di cui venne insignito è il pegno per il sangue che versò, cruentemente (quando gli spararono) e incruentemente (torture fisiche, morali e psicologiche), per Cristo e per le anime.  (Cristina Siccardi)

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