Un granellino di sabbia inserito nella macchina abortiva

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(Tommaso Scandroglio) Nel Regno Unito l’aborto è consentito fino alla 24esima settimana e fino alla nascita per motivi legati alla malformazione del feto. La deputata Carla Lockhart, membro del Partito Unionista Democratico dell’Irlanda del Nord, ha presentato una mozione al Governo che potrebbe essere quel granellino di sabbia inserito negli ingranaggi della macchina abortiva capace in futuro di dare qualche serio problema al fronte pro-choice. Ma facciamo un passo indietro. Nel gennaio del 2020 sul Journal of Medical Ethics compare un articolo dal titolo Reconsidering fetal pain (Riconsiderare il dolore fetale) in cui si sostiene che il feto potrebbe sentire dolore anche prima delle 24 settimane, limite temporale oltre il quale usualmente si è certi che il feto percepisca stimoli dolorosi, e in particolare si ipotizza che il feto possa già sentire dolore dalla 12esima settimana. Anche grazie a questo articolo nel marzo del 2020 viene pubblicato il rapporto Fetal Sentience and Pain: An Evidence Review (Sensibilità e dolore nel feto: una revisione delle prove scientifiche) commissionato dall’All-Party Parliamentary Pro-Life Group (APPPG).

Alla luce di tutto ciò la mozione della Lockhart di cui parlavamo all’inizio – mozione appoggiata da 25 parlamentari provenienti dai Tories, dal Scottish National Party e dal Democratic Unionist Party – prevede di somministrare l’anestesia ai nascituri di età gestazionale pari o superiore alla 12esima settimana. Di conseguenza, come ha rilevato la deputata Fiona Bruce, «tenuto conto dell’evoluzione delle indagini e delle ricerche sul dolore fetale, le Linee guida del Royal College of Obstetricians and Gynecologists – che ad oggi hanno quasi dieci anni – su questo problema in relazione all’aborto dovrebbero essere riviste». Infatti tali Linee guida consigliano, in tema di aborto, di dire ai genitori, per tranquillizzarli, che il feto sente dolore solo dopo la 24esima settimana. In breve, nella maggior parte dei casi in cui si effettua un aborto il feto non sentirebbe dolore. Ma sotto accusa non c’è solo il Royal College of Obstetricians and Gynecologists, ma lo stesso Servizio Sanitario Britannico il quale raccomanda l’anestesia per interventi su feti affetti da spina bifida dalla 20esima settimana in su, ma non per interventi abortivi su feti di uguale età gestazionale. Una incomprensibile disparità di trattamento.

Un paio di riflessioni su questa interessante mozione. Innanzitutto, banale a dirsi, un aborto rimane un aborto anche se il feto non sentisse mai dolore. E dunque che il feto percepisca o non percepisca dolore durante la procedura abortiva, l’aborto rimane un atto gravemente immorale. Non diventa un atto lecito se il feto viene prima sottoposto ad anestesia e poi ucciso.

Ma veniamo ad una seconda riflessione: questa mozione è moralmente lecita? La risposta è positiva. Proponendo simile mozione non si appoggia l’aborto, non lo si legittima, ma si cerca di limitarne gli effetti negativi. In merito al primo aspetto – la non legittimazione della pratica abortiva – è però doveroso che i proponenti, come ricorda il n. 73 dell’Evangelium vitae, rendano nota la loro decisa opposizione ad ogni forma di aborto. Infatti qualcuno potrebbe essere così indotto a pensare: «Questi parlamentari non hanno proposto una legge per abrogare la normativa sull’aborto, ma hanno solo proposto di non far soffrire il feto durante l’aborto. Quindi sono a favore di tale pratica seppur nel rispetto di questa procedura volta alla tutela del feto». Pertanto è necessario, per evitare lo scandalo e per non confondere le idee alla gente comune, che i parlamentari dichiarino pubblicamente la loro contrarietà alla pratica abortiva.

Passiamo al secondo aspetto prima menzionato: la mitigazione degli effetti negativi. Partiamo da un esempio: una persona innocente verrà sicuramente assassinata e la morte sopraggiungerà solo dopo atroci sofferenze procurate dal suo aguzzino. Se fosse impossibile evitare la sua morte, ma fosse possibile evitare la tortura, sarebbe moralmente lecito impedire tale tortura (ovviamente l’atto che evita la tortura dovrebbe essere esso stesso moralmente lecito: ad esempio non sarebbe lecito uccidere l’innocente per evitargli la tortura). La mozione di cui stiamo parlando tende proprio a questo scopo: dato che allo stato attuale appare impensabile abrogare la legge sull’aborto, si tende al maggior bene attualmente possibile evitando al nascituro inutili e ingiuste sofferenze. Ma in merito alla limitazione degli effetti negativi della normativa abortista questa mozione potrebbe essere ancor più efficace su un secondo versante. Se l’effetto positivo immediato è quello di evitare inutili e ingiuste sofferenze al povero nascituro, vi sono effetti positivi remoti ben più importanti. Infatti il messaggio culturale che si lancia con chiarezza con questa mozione è il seguente: se il feto soffre vuol dire che è una persona. Richiamare l’attenzione di politici e cittadini sul fatto che il nascituro è un essere senziente vuol dire rivestirlo dei panni di una umanità personale. Mettere l’accento sulla capacità di soffrire del feto significa, nel sentito popolare, farlo uscire dallo stadio di «grumo di cellule» e restituirgli la sua dignità personale. Parlare di dolore del feto tocca dunque alcune profonde corde emotive della collettività, le quali corde possono poi efficacemente illuminare l’intelletto in merito al vero status antropologico del concepito.

Ma prima di questo step ce n’è uno intermedio anch’esso rilevante: se la mozione passasse, sarebbe un apripista per ulteriori iniziative volte alla tutela del nascituro condannato a morte. In sintesi, questa mozione potrebbe provocare una positiva reazione a catena, una cascata di altri provvedimenti che, pian piano, restringerebbero sempre più le possibilità di abortire. Questi due effetti appena menzionati – l’effetto cascata e il risveglio della coscienza collettiva riguardo l’umanità del nascituro – confutano la comprensibile obiezione che vorrebbe bollare tale mozione come una inutile strategia di retroguardia, votata ad un minimalismo politico inconcludente, refrattaria ad affrontare la problematica dell’aborto in modo radicale. Non è così, infatti la vetta si conquista metro dopo metro, gradualmente.

Tutti questi effetti sono stati ben individuati dal fronte pro-choice il quale ha criticato ferocemente la mozione perché ha compreso che la stessa potrebbe seriamente minacciare la pratica abortiva. Nonostante tale accesa contrarietà e, anzi, proprio per questo motivo, viene da chiedere: perché anche in Italia qualche parlamentare non getta il cuore oltre l’ostacolo del politicamente corretto e prova a presentare una proposta simile?

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