Un cardinale eminente, ma non molto prudente

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(Roberto de Mattei) Il cardinale Joseph Zen Ze-kiun è un eminente prelato che ama sinceramente la sua patria e la Chiesa. Nato nel 1932 a Shangai, nel 1961 è stato ordinato sacerdote nell’ordine dei Salesiani; nel 1996 è stato nominato vescovo da Giovanni Paolo II e nel 2006 creato cardinale da Benedetto XVI. Tra il 1996 e il 2009 è stato coadiutore e poi arcivescovo della diocesi di Hong Kong. Nessuno come lui conosce la complessità della situazione politica e religiosa della Cina.

Il 9 gennaio 2016, il cardinale Zen, oggi vescovo emerito di Hong Kong, ha espresso una severa critica della politica vaticana nei confronti della Cina sviluppatasi durante il pontificato di Papa Francesco. Il vaticanista Sandro Magister riassume la situazione in questi termini: «Da quando è al potere, il partito comunista cinese ha voluto dotarsi di una Chiesa sottomessa a sé e separata da Roma, con vescovi di propria nomina, fatti ordinare senza l’approvazione del papa, infeudati a una Associazione Patriottica dei Cattolici Cinesi che Benedetto XVI definì “inconciliabile” con la dottrina cattolica. Una Chiesa “ufficiale”, quindi, al limite dello scisma. Intrecciata a una Chiesa “sotterranea” retta da vescovi non riconosciuti da Pechino e fedelissimi al papa, che però pagano tutti i prezzi della clandestinità: angherie, perquisizioni, arresti, sequestri».

Il cardinale Zen è oggi la voce più rappresentativa di questa Chiesa “sotterranea”. «Sono la voce dei senza voce non solo per protestare contro le autorità comuniste. Lo sono anche per fare certe domande alle autorità romane. In questi anni, continuamente sono stati posti atti direttamente contro la dottrina e la disciplina della Chiesa: vescovi illegittimi e scomunicati che pontificano solennemente, che conferiscono l’ordine sacro anche più di una volta; vescovi legittimi che prendono parte a consacrazioni episcopali illegittime fino a quattro volte e la partecipazione quasi totale dei vescovi della comunità ufficiale all’Assemblea dei Rappresentanti dei Cattolici Cinesi. Non si è sentita la voce da Roma. I nostri fratelli in Cina non hanno forse il diritto di meravigliarsi e fare domande?».

La Chiesa sotterranea cinese è stata, sacrificata sull’altare di una strategia politica che rappresenta il ritorno in auge della Ostpolitik vaticana. In un intervento su Asia News del 13 febbraio 2018, Zen ha affermato che il Segretario di Stato Parolin «adora la diplomazia dell’Ostpolitik del suo maestro Casaroli e disprezza la genuina fede di coloro che con fermezza difendono la Chiesa fondata da Gesù sugli Apostoli da ogni ingerenza di potere secolare».


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In una successiva lettera all’intero collegio cardinalizio del 27 settembre 2019 il porporato cinese ha accusato la Segreteria di Stato di incoraggiare «i fedeli in Cina a entrare in una Chiesa scismatica (indipendente dal papa e agli ordini del partito comunista)», concludendo con una domanda drammatica «possiamo assistere passivamente a questa uccisione della Chiesa in Cina da parte di chi dovrebbe proteggerla e difenderla dai nemici?».

Con queste dichiarazioni il cardinale Zen si è posto sulla linea di tanti coraggiosi testimoni della fede, a cominciare dal cardinale Josef Mindszenty, che il 1 novembre 1973 resistette in faccia a Paolo VI, opponendo un rispettoso rifiuto alla sua richiesta di dimissioni dalla cattedra primaziale di Esztergom. Il 18 novembre dello stesso anno, Paolo VI lo sollevò dall’incarico, ma il cardinale non tacque e denunciò l’Ostpolitik vaticana nelle sue Memorie (Rusconi Editore, Milano 1975). Oggi è in corso la sua causa di beatificazione.

Il cardinale Zen ha però indebolito la logica delle sue affermazioni quando, in una recente intervista alla CNA, ha voluto mettere in guardia contro il “pericolo” di interpretazioni polemiche del Concilio Vaticano II, affermando che, dopo cinquant’anni, «la luce del Concilio conduce ancora oggi la Chiesa nel buio del suo cammino». L’Ostpolitik che il cardinale Zen critica è infatti figlia e frutto del Concilio Vaticano II. E’ questa un’evidenza storica che non ammette smentite.


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Negli anni in cui si tenne il Concilio Vaticano II, dal 1962 al 1965, il comunismo rappresentò una minaccia per la Chiesa e per l’umanità mai conosciuta nella storia. L’assemblea dei Padri conciliari, che si riunì per discutere sui rapporti tra la Chiesa e il mondo moderno, non disse una parola sul comunismo, malgrado centinaia di essi avessero chiesto una pubblica e solenne condanna di questo flagello. Il cardinale Zen ha chiesto di riscoprire i testi del Concilio, che ha definito i veri frutti del Vaticano II. «Attraverso quei documenti si sente la vera voce dello Spirito Santo», ha detto, e «lo Spirito Santo di oggi non contraddice lo Spirito Santo di ieri». Lo Spirito Santo però in Concilio non elevò la sua voce contro il comunismo. Allora hanno forse ragione tanti teologi e storici, da mons. Gherardini al cardinale Brandmüller, secondo cui il valore magisteriale e la autorità vincolante dei testi conciliari è ancora tutta da discutere, senza escludere che molti di quei documenti possano finire un giorno in un cestino. Ma ciò che è più importante è che il Concilio Vaticano II è un evento storico che non può essere ridotto a dei testi farraginosi e ambigui. La sua nota distintiva è lo spirito che lo ha mosso: uno spirito secondo cui, più importante della dottrina era il modo in cui la dottrina doveva essere presentata ai fedeli.

Il cardinale Zen afferma: «Credo che sarebbe molto proficuo leggere il discorso di apertura del Vaticano II di Papa Giovanni XXIII, dove spiega il vero significato di “aggiornamento”: di fronte a tutte le minacce della civiltà moderna la Chiesa non deve avere paura, ma trovare le vie adatte a mostrare al mondo il vero volto di Gesù, il Redentore dell’uomo». Ebbene, in quel discorso, che aprì il Concilio Vaticano II, l’11 ottobre 1962, Giovanni XXIII spiegò che «altro è il deposito o le verità della fede, altro è il modo in cui vengono annunziate, rimanendo pur sempre lo stesso significato e il senso profondo». Il modo diverso era il passaggio “dall’anatema al dialogo”. Nel caso del comunismo bisognava accantonare decenni di condanne, per passare alla nuova strategia della mano tesa. La convinzione era che la collaborazione con il nemico avrebbe dato risultati migliori della lotta contro di esso. E il discorso di Giovanni XXIII che piace al cardinale Zen fu la magna charta della politica di “détente” che a lui dispiace.

La prima espressione dell’Ostpolitik, simboleggiata dall’allora mons. Agostino Casaroli, fu l’“impegno” preso dalla Santa Sede con il governo sovietico di non condannare in alcuna forma il comunismo. Era questa la condizione richiesta dal Cremlino per permettere la partecipazione di osservatori del patriarcato di Mosca al Vaticano II.


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Non c’è bisogno di grande sagacia per comprendere che l’Ostpolitik verso la Russia fu frutto di una precisa scelta politica di Giovanni XXIII e di Paolo VI, così come l’Ostpolitik verso la Cina è frutto della strategia politica di papa Francesco. I segretari di Stato sono esecutori delle indicazioni dei Pontefici e i Pontefici si assumono comunque le responsabilità delle scelte politiche della Santa Sede. Sotto questo aspetto Giovanni XXIII e Paolo VI, come oggi papa Francesco, hanno commesso rilevanti errori pastorali e politici.

Non è la prima volta nella storia che ciò accade. Il ralliement di Leone XIII alla terza Repubblica massonica fu un errore disastroso, di cui oggi gli storici mettono in rilievo le gravi conseguenze. Ma criticare le scelte strategiche e pastorali di un Papa è legittimo e il cardinale Zen lo fa, criticando la politica di ieri e di oggi della Santa Sede verso il comunismo. Se qualcuno gli obiettasse che i Papi sono sempre guidati dallo Spirito Santo, egli potrebbe facilmente replicare che un Papa può sbagliare, come è successo, e potrà ancora succedere nella storia. E anche noi siamo convinti che lo Spirito Santo non assista l’Ostpolitik di papa Francesco, ma illumini semmai la critica all’Ostpolitik del cardinale Zen. Se però un Papa può sbagliare, ciò può a maggior ragione valere per un Concilio, che resta comunque un Concilio valido. Valido sì, ma catastrofico, come fu il ventunesimo Concilio ecumenico della Chiesa. Se invece dobbiamo accettare acriticamente lo spirito e i testi di questo Concilio, saremo obbligati ad accettare anche la politica di Francesco nei confronti della Cina, espressa dalle parole di mons. Marcelo Sánchez Sorondo, Cancelliere della Pontifica Accademia delle Scienze e dell’Accademia Pontificia delle Scienze Sociali: «In questo momento, quelli che meglio mettono in pratica la dottrina sociale della Chiesa sono i cinesi […]. I cinesi cercano il bene comune, subordinano le cose al bene generale». La Cina «sta difendendo la dignità della persona». E con la benemerita Cina è urgente trovare le migliori relazioni.

Mons. Sánchez Sorondo è un uomo di fiducia di papa Francesco, mentre il cardinale Zen è stato duramente criticato dall’establishment vaticano per la posizione che ha assunto sull’accordo tra Santa Sede e Cina comunista. Di fronte a queste critiche, lo scorso 29 febbraio l’arcivescovo Carlo Maria Viganò ha scritto una lettera di appoggio al cardinale Zen, in cui ricorda che «il Vaticano ha fatto di tutto e di più per consegnare nelle mani del Nemico la Chiesa Martire Cinese: lo ha fatto siglando il Patto segreto; lo ha fatto legittimando “vescovi” scomunicati, agenti del regime; lo ha fatto con la deposizione di Vescovi legittimi; lo ha fatto imponendo ai Sacerdoti fedeli di registrarsi presso la chiesa succube della dittatura comunista; lo fa quotidianamente tacendo sulla furia persecutoria che proprio a partire da quell’infausto Accordo è andata inasprendosi in un inaudito crescendo. Lo sta facendo ora con questa ignobile missiva a tutti i cardinali, volta ad accusarLa, a denigrarLa e ad isolarLa. Nostro Signore ci assicura che niente e nessuno potrà mai strappare dalla Sua mano coloro che resistono al nemico infernale e ai suoi accoliti, trionfando su di loro “per mezzo del Sangue dell’Agnello e grazie alla testimonianza del loro martirio” (Ap. 12, 11)».

Mons. Viganò è lo stesso prelato che, con mons. Athanasius Schneider, ha recentemente aperto un dibattito sul Concilio Vaticano II. Se il cardinale Zen non condivide l’utilità di questo dibattito sarebbe stato più prudente che avesse taciuto, perché le sue dichiarazioni di acritica esaltazione del Vaticano II non gli fanno guadagnare nessun sostenitore, ma rischiano di fargliene perdere molti e soprattutto offendono la verità e tolgono credibilità alla sua sacrosanta critica dell’Ostpolitik vaticana. 

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