Un autentico scienziato: il beato Francesco Faà di Bruno

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(Cristina Siccardi) Il 27 marzo ricorrono 133 anni dal dies natalis del beato Francesco Faà di Bruno, del quale la Chiesa fa memoria proprio in questo giorno. Nato ad Alessandria il 29 marzo 1825, morì a Torino il 27 marzo 1888, poche settimane dopo la scomparsa di san Giovanni Bosco, che aveva servito devotamente all’altare. Ufficiale dell’esercito regio sabaudo, matematico, scienziato, inventore e sacerdote, egli ha servito lo scibile umano e Santa Madre Chiesa allo stesso tempo.

Dodicesimo e ultimo figlio di Lodovico Faà di Bruno, marchese di Bruno, dopo aver frequentato l’Accademia militare fu nominato ufficiale, distinguendosi negli studi geografici e nella cartografia. Nel 1848-1849 partecipò alla prima guerra di Indipendenza italiana, quando venne decorato e promosso Capitano di Stato Maggiore. Combatté a Peschiera ed effettuò rilievi topografici del territorio lombardo, realizzando la «Gran carta del Mincio», utilizzata durante la seconda guerra di Indipendenza (1859).
Nel 1857 iniziò ad insegnare all’Università di Torino Matematica e Astronomia, affiancando anche le docenze all’Accademia Militare e al Liceo. A causa del violento attacco dello Stato italiano anticlericale nei confronti della Chiesa, non fu mai, lui, uomo di pubblica fede, nominato professore ordinario. Pubblicò importanti studi sulle teorie dell’eliminazione e degli invarianti e sulle funzioni ellittiche; autore, quindi, internazionalmente affermato di trattati e memorie, nel 1859 diede alle stampe a Parigi la Théorie générale de l’élimination, in cui venne esposta la formula che prenderà il suo nome e la sua fama in campo matematico crebbe con il trattato sulla teoria delle forme binarie.

Si interessò anche di ingegneria, inventando diverse strumentazioni per la ricerca scientifica: nel 1856, per la cecità di sua sorella Maria Luigia, progettò e brevettò uno scrittoio per ciechi, premiato con medaglia d’argento all’Esposizione nazionale dei prodotti dell’industria nel 1858. Vent’anni dopo, avvertendo la necessità di scandire il tempo della giornata, brevettò uno svegliarino elettrico e progettò un barometro a mercurio oltre a mettere in atto altre ideazioni scientifiche e tecniche. Subentrata la chiamata vocazionale, venne ordinato sacerdote il 22 ottobre 1876 e fondò l’Opera di Santa Zita, la congregazione delle Suore Minime di Nostra Signora del Suffragio e un Istituto scolastico a Torino, ancora esistente.

Ardito fu il suo capolavoro ingegneristico-architettonico: progettò e realizzò il campanile stretto e altissimo (oltre 80 metri) della chiesa di Nostra Signora del Suffragio in borgo San Donato, a Torino. A questo proposito, spigolando nello splendido Epistolario (1838-1888) del beato Francesco Faà di Bruno, stampato in due volumi dalla Casa Editrice Studi Piemontesi, a cura di Carla Gallinaro, troviamo una lettera indirizzata al conte di Parigi Luigi Filippo D’Orléans (1838-1894), nella quale emergono fede, speranza, carità e grande umiltà, racchiuse in un uomo geniale, avvezzo a tenere carteggi con i familiari, i docenti d’Europa, le autorità civili e religiose, fino agli Imperatori e ai Pontefici:
«Signor Conte, Io vi prego perdonarmi se il mio comportamento vi sembrerà molto straordinario. Ma il bisogno della vostra carità è così straordinario quanto è stata straordinariamente generosa verso di voi la Divina Provvidenza. Tutto è contro di me; straniero, sconosciuto; non oso neppure sperare che il buon Dio vi ispiri favorevolmente nei miei confronti. Ecco il favore che io imploro dalla vostra bontà. Io ho costruito una Chiesa a Torino, Nostra Signora del suffragio per ricordare tutti i morti di tutte le Nazioni. Ma essa è piena di debiti e piena di bisogni da soddisfare come il campanile e l’organo, ecc. Ora mi sembra che la Divina Provvidenza, mediante il degno strumento che voi siete, potrebbe pensarci tramite voi e attraverso il famoso costruttore Mr. Cavaillé-Coll. Ciò vorrà dire proteggere le Arti e la Religione.


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Il denaro resterà a Parigi e l’industria francese di organi arriverà anche in Italia. Voi diverrete un Mecenate caro alla Francia e all’Italia. S.M. l’Imperatrice dei Francesi, Eugenia, ha donato nel 1861 all’Opera annessa una quota di 2000 fr. per una lotteria perché la casa annessa provveda anche alle giovani francesi senza dimora. Questo precedente mi fa sperare che la mia preghiera, per un aiuto sebbene straordinario, possa trovare presso di voi un’accoglienza favorevole. Il richiamo qui unito vi proverà che noi siamo pieni di debiti. E tuttavia abbiamo inviato in Francia del denaro per pagare i vetri dipinti. Così la Francia, mediante voi, potrà esserci molto utile nell’aiutare Mr. Cavaillé-Coll nel fornirvi un organo di cui vi ha di già fatto un preventivo tre anni fa come voi potrete accertare nella sua fabbrica (Avenue de Maine). Vogliate perdonarmi Signor Conte per il mio ardire, espressione della nostra miseria. Che il buon Dio nell’attesa vi accordi tutte le benedizioni, e soprattutto quelle che il Cielo accorda a tutti coloro i quali hanno soccorso gli indigenti, di cui Cristo ai suoi tempi fu il primo. I miei più sentiti rispetti. Suo Dev.mo Servo, Prof.e Faà di Bruno» (Torino, 4 maggio 1883 – La lettera fu scritta in francese, a fronte la traduzione, pp. 966-968).

Beatificato da papa Giovanni Paolo II il 25 settembre 1988, Francesco Faà di Bruno lascia un vero e proprio patrimonio scientifico e spirituale, sorto in una ottocentesca Torino, divisa fra le travolgenti e plurimi testimonianze di santità e le violente forze liberal-massoniche che portarono 160 anni fa all’Unità d’Italia, dimostrando al mondo intero che la scienza si può unire felicemente alla fede. 


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