Un Angelo che muore

In Inghilterra a un un neonato partorito a 21 settimane e cinque giorni non è stato prestato soccorso come richiesto dalla giovane madre, lo prevede il protocollo.

La colpa di questo piccolo Angelo è stata quella di venire al mondo con 48 ore di anticipo sulle regole ferree stabilite dalla legge inglese, questo mondo di adulti che credono di esseri i padroni del mondo, di avere tra le mani la palla del destino degli uomini.

Uomini che credono che spetti a loro decidere chi e quando si ha diritto a sfidare la morte, a lottare a pugni stretti contro di essa per aggrapparsi alla vita.
In Inghilterra le direttive nazionali sulle nascite premature stabiliscono che se nasci dopo una gestazione di 22 settimane hai diritto a lottare per vivere, ad essere aiutato, se invece non raggiungi le 22 settimane anche per poche ore, anche per pochi giorni, allora questa possibilità ti viene negata.
Non sei un neonato prematuro, ma un feto nato vivo, peggio per te, nessuno ti presterà soccorso.
Non basteranno le lacrime di tua madre o le implorazioni di tuo padre a fare in modo che qualcuno ti soccorra, assista e accompagni il tuo morire o la tua lotta per vivere.
Non ci saranno né albe, né tramonti per te, non ci sarà nessuno che ti tenda una mano, non ci sarà tecnologia al tuo servizio.

Questa vicenda inglese interpella il cuore di tutti noi, di chi si nasconde dietro alle parole, di chi non può guardare a quell’esserino per due ore tra le mani di sua madre in attesa che la vita lo lasci.
Sua madre lo ha fotografato con il cellulare, perché restasse un ricordo, un’immagine di quel piccino chiamato feto, ma che solo e senza soccorso alcuno ha lottato due ore, cullato dalle mani di quella donna che lo aveva custodito in grembo.

Forse sarebbe morto ugualmente, ma non ci possiamo dire uomini, se non siamo in grado di dare soccorso a chi è in difficoltà, se possiamo stare impassibili due ore davanti a questo Angelo che muore.

Mi viene in mente quanto racconta Mario Calabresi nel suo libro, “la fortuna non esiste, storie di uomini e di donne che hanno avuto il coraggio di rialzarsi”. La sua bisnonna aveva partorito una bimba nata morta, mani pietose l’avevano avvolta nella federa di un cuscino in attesa di darle sepoltura. Ma il destino, il fato a volte la vita è così, il medico di famiglia passa da casa a fare visita alla donna che ha appena partorito e posa lo sguardo su quella piccina data per morta e s’accorge che non è fredda, la prende se la porta a casa, la mette accanto alla stufa giorno e notte, se ne prende cura la nutre, è piccola e fragile ma salva, crescerà e darà la vita ad altre creature e i suoi nipoti ancora oggi raccontano il miracolo.

di Nerella Buggio  
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