Ue, Polonia, Ungheria, Malta, Ecuador: è scontro sulla vita

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È ancora battaglia sul fronte della vita. La Corte di Giustizia dell’Unione europea ha appoggiato la decisione della Commissione Ue di subordinare l’erogazione dei soldi del Recovery Fund ad Ungheria e Polonia alla loro adesione al «rispetto dei diritti umani e dei valori fondamentali sanciti dai trattati» ovvero all’ideologia contraria al diritto naturale, soprattutto su vita e gender. Una sentenza plaudita anche dal presidente dell’Europarlamento, Roberta Metsola, che ha così dimostrato coi fatti d’aver ormai tradito tutti i principi pro-life e pro-family proclamati a parole fino all’assunzione dell’attuale incarico: sui social Metsola ha scritto anzi che «lo Stato di diritto per il Parlamento non è negoziabile».

Nel luglio dell’anno scorso la Commissione europea aveva fissato delle sanzioni economiche contro Polonia e Ungheria. Ad ottobre, però, il tribunale costituzionale polacco aveva risposto picche e stabilito che anzi alcuni articoli dei trattati dell’Ue sono assolutamente incostituzionali nel proprio Paese. Ben 12 giudici su 14 hanno ritenuto che far parte dell’Unione non attribuisca alla Corte europea alcuna supremazia sulle decisioni giudiziarie interne, poiché la Polonia non ha mai trasferito la propria sovranità a chicchessia. Già il mese dopo l’Europarlamento ha condannato, in modo per lo più simbolico, la sentenza del tribunale polacco a tutela della vita e della famiglia. Visto che l’imposizione di sanzioni ad entrambi i Paesi non ha funzionato, si è pensato ora ad una sorta di prelievo “alla fonte” ovvero direttamente sul denaro promesso col Recovery Fund. Ciò su cui la Corte europea di Giustizia si è detta assolutamente d’accordo.

Ma anche per l’Ue i problemi non finiscono mai: anche il governo di Malta la scorsa settimana ha respinto la richiesta giuntagli da Dunja Mijatovic, commissario per i Diritti Umani del Consiglio d’Europa, di legalizzare l’aborto e di limitare il diritto all’obiezione di coscienza per gli operatori sanitari. La tutela legale che Malta assicura ai bambini non nati è stata paragonata addirittura alla tortura dal commissario Mijatovic, secondo cui le sue leggi pro-life negherebbero alle donne i diritti umani fondamentali. Tutte pretese immediatamente respinte al mittente dall’esecutivo maltese, per il quale – come riportato dal bisettimanale Malta Today – non v’è alcun «diritto intrinseco» ad abortire, né le leggi pro-life dell’isola mettono in alcun modo a rischio la vita delle donne: «Nella sua risposta alle osservazioni del commissario Ue, il governo ha sottolineato che negli ultimi dieci anni non ci sono state morti di madri o complicanze a seguito di aborti o di aborti illegali». I leader politici alla guida di Malta hanno anche evidenziato come sia competenza di ogni Stato membro decidere se includere o meno l’aborto tra i servizi – cosiddetti – di salute sessuale e riproduttiva.

Purtroppo, dall’altra parte del pianeta, l’Assemblea nazionale dell’Ecuador – con 75 sì, 41 no e 14 astensioni – ha depenalizzato l’aborto in caso di stupro, recependo così una sentenza della Corte Costituzionale: ora potrebbe essere consentito alla donna maggiorenne vittima di violenza di uccidere il proprio bimbo in grembo sino alla dodicesima settimana di gravidanza (sino alla diciottesima, in caso di minorenni, indigene e rurali). Il testo approvato in aula ha comunque posto ulteriori paletti, dato che la proposta iniziale era quella di consentire l’aborto sino alla ventottesima settimana di gravidanza o addirittura senza limiti di tempo, in caso di minorenne o disabile. Le tempistiche al voto sono state invece nettamente accorciate.

Il presidente dell’Ecuador, Guillermo Alberto Santiago Lasso Mendoza, espressione del Centrodestra conservatore, ha subito annunciato comunque di porre il veto alla legge, che dovrebbe regolamentare l’aborto in caso di stupro, ritenendo che la vita vada rispettata sin dal concepimento. Ciò consentirà di tornare alla legislazione precedente, che consente d’abortire solo quando la vita della donna sia in pericolo oppure in caso di stupro di disabili.

Insomma, è evidente come, in un mondo distratto dai riflettori puntati sull’emergenza pandemica, accesa divampi, in realtà, la battaglia sulla vita.

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