UE: mobilitazione senza precedenti contro il divieto del Crocifisso

Dieci Stati membri del Consiglio d’Europa hanno chiesto e ottenuto lo statuto di “parte terza” per sostenere il ricorso dell’Italia contro la sentenza Lautsi del 3 novembre scorso con la quale la Corte Europea dei Diritti Umani (CEDU) ha dato ragione a una madre che si lamentava della presenza di Crocifissi nelle aule della scuola pubblica frequentata nel 2001/2002 dai suoi due figli, all’epoca di 11 e 13 anni.


L’Italia si è mobilitata contro tale divieto in sé sorprendente. Ma questo accanito laicismo, che un gruppo di “giudici della camera” della CEDU ha tentato di imporre, come ha sottolineato Jeanne Smits su “Présent” del 4 giugno 2010, rischia di avere conseguenze più generali, in quanto potrebbe essere utilizzato contro ogni esposizione di simboli religiosi nella sfera pubblica o, addirittura, per mettere in discussione la scelta delle feste cristiane per stabilire le vacanze e i giorni festivi.

I Paesi interessati che hanno annunciato il loro intervento a fianco dell’Italia, pur non essendo direttamente coinvolti, sono Armenia, Bulgaria, Cipro, Grecia, Lituania, Malta, Principato di Monaco, Repubblica di San Marino, Romania e Federazione Russa. Si tratta di una alleanza senza precedenti tra Stati cattolici e ortodossi di fronte all’ideologia laicista, al fine di proteggere il patrimonio cristiano e la libertà religiosa, ha sottolineato il Centro europeo per la giustizia e la legge (ECLJ), il quale interverrà in qualità di terzo partito al fianco di molte altre ONG e delle Settimane sociali (Francia).

«Culturalmente e religiosamente è molto importante», osserva il suo direttore, Gregor Puppinck. È chiaro infatti che i Paesi ortodossi non vogliono essere obbligati ad adottare interamente la cultura occidentale moderna. Essi rifiutano altresì di ritornare, in nome dei diritti umani, al “secolarismo” – come dicono gli anglofoni –, al laicismo estremo dell’era comunista. Bisogna innanzitutto scegliere tra due concezioni di laicità: si tratta di separazione tra Chiesa e Stato (come in Francia) o della distinzione delle competenze che non impedisce l’esistenza di Stati confessionali né il rispetto di usi, costumi e simboli della religione storica? La giurisprudenza della CEDU, fino a Lautsi, favorisce chiaramente la seconda interpretazione.

In secondo luogo: come definire politicamente la libertà religiosa? Il fatto che «nessuno sia costretto, che nessuno sia privato di praticare una religione» risponde a una concezione rispettosa della dimensione spirituale dell’uomo, quella che finora ha avuto il favore della CEDU anche quando questa decide di riconoscere il diritto dei poteri pubblici di uno Stato di vietare, per esempio, il velo islamico a scuola, in nome del rispetto della cultura e delle tradizioni del Paese in questione. In Lautsi contro Italia, viceversa, la libertà religiosa è intesa come diritto attivo contro l’espressione – non vincolante! – di una fede, come una neutralità obbligatoria che non impone niente a livello giuridico.

Un’altra questione sollevata da tale vicenda è ciò che potrebbe essere definito come un abuso di potere da parte dei giudici della camera della CEDU, che si sono arrogati il diritto di dettare un obbligo generale agli Stati, quando invece dovrebbero solo verificare sussidiariamente, in caso di violazione addotta ed esaurimento delle risorse nazionali, che gli Stati membri abbiano rispettato i diritti dei loro cittadini, nella misura in cui questi sono riconosciuti dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. I giudici in questo caso si sono fatti legislatori sovranazionali per imporre la loro concezione militante della laicità.

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