UE: come gli Americani vedono l?Europa

Sono passati solo pochi anni, ma sembra lontanissimo il tempo in cui Jeremy Rifkin annunziava il declino del “sogno americano” e l’avvento del nuovo “sogno europeo”, presentando l’Unione Europea come «la prima istituzione postmoderna» che avrebbe gettato «un fascio di luce in un paesaggio sconvolto» (Il sogno europeo. Come l’Europa ha creato una nuova visione del futuro che sta lentamente eclissando il sogno americano, Mondadori, Milano 2004, p. 391).





Sono passati solo pochi anni, ma sembra lontanissimo il tempo in cui Jeremy Rifkin annunziava il declino del “sogno americano” e l’avvento del nuovo “sogno europeo”, presentando l’Unione Europea come «la prima istituzione postmoderna» che avrebbe gettato «un fascio di luce in un paesaggio sconvolto» (Il sogno europeo. Come l’Europa ha creato una nuova visione del futuro che sta lentamente eclissando il sogno americano, Mondadori, Milano 2004, p. 391).

Oggi, chi entrasse in qualsiasi libreria americana, come quelle appartenenti alle catene Borders o Bar-nes&Noble, troverebbe sugli scaffali una moltitudine di libri che predicono per l’Europa un futuro ben diverso da quello immaginato da Rifkin. Il testo più recente, apparso nel mese di maggio, è significativamente dedicato a «gli ultimi giorni dell’Europa» e si presenta come «epitaffio per un vecchio continente» (The last days of Eu-rope. Epitaph for an old continent, St. Martin Press, New York 2007). L’autore è Walter Laqueur, storico noto in Italia per i suoi studi sul terrorismo, che ora in poco più di duecento pagine, con stile brillante e dovizia di informazioni, si propone di esplorare le cause della odierna crisi europea, a cominciare dal crollo demografico.

«La mia nonna materna, una Miller – scrive – nacque nel 1850 e visse in Alta Slesia. Aveva sei figli, tre dei quali non ebbero a loro volta figli, due ne ebbero due ciascuno, ed uno ebbe un solo figlio. Questa è, in sintesi, la storia dell’ascesa e del declino della popolazione in Europa». Nell’Ottocento, spiega Laqueur, la media familiare europea era di cinque figli. Oggi in Europa, il tasso di fertilità è di 1,37 punti, ben al di sotto del livello minimo di mantenimento della popolazione (2,1 figli per donna). L’Europa, che cento anni fa rappresen-tava il centro del mondo, si appresta ad uscire di scena in seguito a questo vertiginoso declino. Nel 2050, un piccolo Paese come lo Yemen avrà una popolazione più numerosa della vasta Federazione Russa e la Nigeria e il Pakistan avranno ognuno più abitanti dell’insieme dei primi quindici Stati membri dell’Unione Europea.

Al problema demografico, si aggiunge quello dell’immigrazione, soprattutto islamica. Non tutti i futuri immigrati saranno musulmani e, tra questi, non tutti si schiereranno sulle posizioni ideologiche dell’Islam radi-cale. Ma il problema sarà rappresentato dalla mancata integrazione degli immigrati di seconda o terza genera-zione. In Germania e in Inghilterra, ad esempio, molti musulmani dissuadono i loro figli dall’apprendere la lingua del Paese in cui vivono. I ragazzi sono spesso inviati preso le madrasse, le scuole islamiche dove studiano ben poche cose, oltre al Corano. La strada verso la disoccupazione è inevitabile e la disoccupazione porta con sé alienazione e frustrazione. Non c’è da meravigliarsi, se il tasso di criminalità europeo si è ormai allineato a quello degli Stati Uniti e, in qualche caso, lo ha superato.

Il caso di studio esaminato da Laqueur è Bradford, una cittadina di cinquecentomila abitanti nel Regno U-nito, dove la popolazione musulmana, che conta almeno 80.000 pakistani, ha apertamente rifiutato l’idea di una società multietnica basata sull’integrazione, e si è trasformata un una città-ghetto, frammentata in gruppi, sepa-rati da demarcazioni culturali, etniche e religiose. Gli esiti dei sondaggi sono del resto allarmanti. In Gran Bre-tagna, il 26 per cento dei musulmani intervistati, dichiara di non riconoscersi nel Paese che lo ospita, il 40 per cento è favorevole all’introduzione della sharia e il 13 per cento sostiene il terrorismo di Al Qaeda .

La voce di Laqueur non è isolata. Altri autori come Bruce Bawer (While Europe Slept. How Radical Islam is destroying the West from Within), Mark Steyn (America Alone: The End of the World as We Know) e Claire Berlinski (Menace in Europe. Why the Continent’s Crisis is America’s, too), denunciano nei loro libri la gravi-tà di una crisi demografica che si intreccia con una invasione islamica crescente.

Molti di questi autori sono ebrei, alcuni ex progressisti, Bawer è addirittura un omosessuale dichiarato, ma tutti sono aggrediti e sconvolti dalla nuova realtà che si profila. «L’Europa – scrive Bawer – sta cadendo preda di un fondamentalismo allarmante, al cui confronto i protestanti americani fanno la figura dei dilettanti. Come gay non posso chiudere gli occhi davanti a questa dura realtà. Pat Robertson vuole negarmi il matri-monio, ma gli imam vorrebbero lapidarmi. Non mi ha mai entusiasmato l’ipocrita posizione cristiano-conservatrice di odiare il peccato e amare il peccatore, ma è di gran lunga preferibile alla concezione fon-damentalista musulmana secondo cui gli omosessuali meritano la morte».

Non stupisce che, senza compiacimento, un numero crescente di osservatori d’oltreoceano, come ha osser-vato Guglielmo Piombini su “Il Domenicale”, colleghi le cause del prolungato calo delle nascite alla perdita dell’identità cristiana e occidentale del vecchio continente. In molti Paesi europei, ricorda Claire Berlinski, non più del cinque per cento della popolazione assiste alla messa domenicale; in Inghilterra i musulmani che frequen-tano le moschee sono più numerosi degli anglicani praticanti. L’abbandono dei valori tradizionali, porta con sé la mancanza di fiducia  nel futuro, il conseguente declino demografico e la resa di fronte alla forza espansiva dell’Islam.

Il punto-chiave del problema demografico non è dunque economico, ma psicologico e morale: si trat-ta innanzitutto di una profonda crisi di fiducia nel futuro da parte delle nuove generazioni. In un sondaggio svol-to nel 2002, il 61 per cento degli americani si è dichiarato fiducioso nel futuro, contro il 42 per cento degli ingle-si, il 29 per cento dei francesi e il 15 per cento dei tedeschi. In Europa il suicidio è oggi la seconda causa di mor-te tra i giovani e le persone di mezza età, subito dopo gli incidenti stradali, mentre negli USA i tassi di suicidio sono la metà di quelli francesi e rappresentano solo l’ottava causa di morte. Queste statistiche confermano la tenuta morale americana e il nichilismo autodistruttivo delle società europee.

Walter Laqueur cita Seneca: «Ducunt fata volentem, nolentem trahunt. Il destino talvolta cambia direzio-ne, ma chi ha occhi per vedere, deve essere consapevole del fatto che il volto dell’Europa sta cambiando, e non solo nelle città principali. Le enclavi musulmane a Berlino e Milano, Madrid e Stoccolma, Londra e Co-penaghen, si stanno diffondendo». Le previsioni della  Berlinski non sono meno inquietanti: «L’Unione Euro-pea potrebbe disfarsi. I terroristi islamici potrebbero riuscire a distruggere una città europea. Non sappiamo quali saranno le conseguenze di questi eventi, ma è ragionevole immaginare anche uno scenario terribile».

Steyn prevede che gran parte del mondo occidentale «non sopravviverà al XXI secolo, vale a dire a un periodo che è già compreso nei confini temporali delle nostre vite, e gran parte di esso sparirà, inclusi parecchi, se non la maggior parte, dei Paesi europei».
La storia tuttavia, come dimostra la caduta del Muro di Berlino, non segue un corso irreversibile. I valori oggi abbandonati non tramontano e possono essere ritrovati dagli europei di domani che, come tutti gli uomini, conservano la libertà di forgiare il loro destino.

In questa rospettiva, la nuova letteratura americana non ha solo il merito di smentire l’inguaribile ottimi-smo dei falsi profeti progressisti come Jeremy Rifkin, ma anche quello di sfatare l’ossessivo antiamericanismo di una falsa Destra europea che continua a vedere gli Stati Uniti con le lenti di cinquant’anni fa, quando da Berke-ley partì il segnale della Rivoluzione del ‘68. Oggi il segnale che ci giunge dall’America è di segno esattamente opposto. Solo un provincialismo presuntuoso può continuare ad ignorarlo.


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