TURCHIA: invalicabile cortina di separazione tra islamici e Occidente

Con o senza velo, in Turchia e in Europa? È questa la domanda posta da Bassam Tibi nel suo ultimo libro Con il velo in Europa? La grande sfida della Turchia (Salerno, Roma 2008), da poco in distribuzione. La recente decisione del governo turco di fare cadere il divieto del velo, in vigore dai tempi di Atatürk, è per Tibi il simbolo dell’“islamizzazione strisciante” che minaccia l’ingresso di Ankara in Europa. Solo una Turchia laica, scrive Tibi sintetizzando il suo pensiero, può entrare a far parte dell’Europa; mentre la Turchia del velo, una Turchia forgiata dall’islamismo dell’AKP, il partito di Erdogan al potere dal 2002, non appartiene all’Europa.

Bassam Tibi è uno studioso di origine siriana che insegna Relazioni internazionali all’Università di Gottinga. Il suo approccio ai problemi internazionali non è solo geopolitico, ma geoculturale, analogo per certi versi a quello di Samuel Huntington, da cui pure si distacca per molti versi. Per Tibi, la problematica Turchia-Unione Europea va inquadrata, ad esempio, nel contesto di quel conflitto a un tempo strutturale e ideologico di civiltà che ha cominciato a influenzare la politica mondiale nel XXI secolo. Il velo è ai suoi occhi il simbolo non militare, ma ideologico e simbolico, del conflitto di civiltà.

Dagli anni ottanta del secolo scorso la Turchia è divenuta il teatro di scontro tra due visioni del mondo: il kemalismo laico e l’islamismo, che si fonda sulla politicizzazione dell’Islam. Attraverso il velo si manifesta in Turchia il conflitto tra la shari’a e la laicità. I turchi hanno eletto nel 2002, e confermato così il “partito del velo”, il premier Recep Tayyip Erdogan e Abdullah Gül, primo presidente islamista della Repubblica turca.

Essi assicurano di non essere fondamentalisti e di riconoscersi sia nel kemalismo che nell’Unione Europea, ma è inquietante il fatto che pretendano che le loro mogli e sorelle indossino il velo; ragion per cui, nel giugno 2004, entrambi gli uomini politici non hanno portato le rispettive consorti al ricevimento ufficiale, in occasione del vertice Nato, cui erano stati invitati dal presidente Ahmet Sezer.

Tibi osserva come nei grandi centri urbani della Turchia non si vedono tante donne velate quante se ne vedono in Germania, o in altri paesi europei. Nelle società del Sud-est asiatico, per esempio in Indonesia, dove l’Islam è la religione più diffusa, se una donna porta il velo viene etichettata come islamista. In Europa, il velo è un simbolo identitario brandito in nome del rifiuto dell’integrazione, un confine ideologico che proclama l’esistenza di una invalicabile cortina di separazione tra la società islamica e quella occidentale.

La disputa sul velo che ha investito la Turchia a partire dagli anni Ottanta ha dunque implicazioni più ampie della semplice discussione su un capo di vestiario. Queste implicazioni non riguardano soltanto il mondo islamico, perché attraverso la migrazione turca e l’eventuale adesione della Turchia all’Unione Europea, questa conflittualità può divampare in Europa.

Gli insegnamenti delle guerre balcaniche risultano decisivi a questo proposito. Prima della guerra (1992-1995), secondo Bassam Tibi, l’Islam bosniaco rappresentava un possibile modello per l’euro-Islam, una forma di islamismo non fondamentalista, compatibile con i sistemi occidentali. La guerra ha provocato il passaggio da un Islam europeo a un Islam radicale. Dopo il conflitto, a causa dell’influenza esercitata dagli islamisti turchi e iraniani e dai cosiddetti “Afghani arabi” di al Qaida, è iniziato l’abbandono dell’Islam europeo e lo slittamento della Bosnia verso il fondamentalismo.

Quando ancora esisteva la Jugoslavia, i bosniaci si definivano musulmani, esponenti di una specifica comunità religiosa e culturale che era però inserita in una comunità laica, dotata di una identità politica propria, qual’era la società jugoslava. Oggi si è passati ad una nuova concezione dell’Islam, quella ortodossa, che considera ogni musulmano parte della Umma, la comunità universale che raccoglie tutti i credenti musulmani. L’ortodossia islamica, che si coltiva oggi in Bosnia, come in Turchia, si rifà alla shari’a, la legge divina islamica.

Ma la shari’a – ricorda Tibli – prescrive anche l’uccisione di un infedele (per esempio Theo Van Gogh) o di un apostata (vedi le minacce di cui sono stati oggetto Rushdie e il deputato olandese Ayaan Hirsi Ali). La guerra balcanica ha fatto sì che ogni bosniaco che abbia ricevuto un’istruzione religiosa in Arabia Saudita o presso l’Università al Ashar del Cairo possa diventare parte di una sorte di rete turco-araba-islamica. Si tratta, secondo Tibi, di una variante bosniaca dello stesso Islam che domina anche in Turchia, dopo la presa del potere da parte dell’AKP di Erdogan, e che appare inconciliabile con l’euro-Islam, dal momento che quest’ultimo implica la separazione della pratica religiosa da quella politica.

Se la Turchia entrasse a far parte dell’Unione Europea, con il suo sistema di relazioni che la collega ai Balcani, all’Asia Centrale e al Medio oriente, la UE si troverebbe a confinare, sul lato meridionale, con regioni del mondo in cui il jihadismo islamico è in forte crescita, e vedrebbe quindi accrescersi il rischio di infiltrazioni nel proprio territorio di quel nemico.

La Turchia rappresenterebbe la porta attraverso la quale il jihad entrerebbe in Europa. Di fatto, osserva ancora Tibi, la marcia della Turchia verso l’Unione Europea è parallela alla de-occidentalizzazione del paese, favorita dall’indebolimento del kemalismo. La Turchia vive oggi il passaggio dal kemalismo laico all’islamismo politico, spogliato di quella retorica anti-occidentale e neo-ottomana a cui Necmettim Erbakan, il maestro di Erdogan e Gül, attingeva a piene mani.

Questo processo è iniziato negli anni Settanta, come de-occidentalizzazione legata alla politicizzazione dell’Islam. Una politicizzazione che implica un processo di desecolarizzazione, che allontana dalla democrazia e conduce allo Stato fondato sulla shari’a. Tibi è decisamente contrario all’entrata della Turchia nell’Unione Europea, non di principio, ma sulla base dell’evoluzione di questo paese nell’ultimo decennio. Come può diventare membro dell’Unione – si chiede – un paese che occupa militarmente, dagli anni Settanta, il territorio (Cipro) di un paese che fa già parte della UE, e di cui non ha ancora nemmeno riconosciuto l’esistenza? Un paese che non conosce libertà religiosa e che ha portato in tribunale un suo cittadino, l’europeo Orhan Pamuk (che ha ricevuto il premio nobel per la letteratura, ma anche il premio per la pace da parte dei librai tedeschi).

Soltanto perché ha osato parlare del genocidio degli Armeni? Gli interrogativi di Bassam Tibi si aggiungono a quelli di molti storici e politologi contemporanei, come l’egiziana Bat Ye’Or e il francese Alexandre Del Valle. Ma i leader politici europei mostrano disinteresse, se non fastidio, verso questi studiosi, che hanno il torto di guardare troppo lontano.

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