“Troppi pastori scappano all’arrivo del lupo”. Cavalcoli replica a Cottier

(su “L’Espresso” del 25/10/2011) Nella disputa in corso su www.chiesa e Settimo Cielo circa l’interpretazione del Concilio Vaticano II, l’intervento del cardinale Georges Cottier, teologo emerito della casa pontificia, non è passato liscio all’occhio attento di padre Giovanni Cavalcoli, suo confratello nell’ordine di san Domenico, docente di teologia a Bologna.Ecco qui di seguito la sua replica critica.

COMMENTO ALL’INTERVENTO DEL CARDINALE COTTIER

di Giovanni Cavalcoli OP

Mi è sembrato opportuno il richiamo del cardinale Georges Cottier al contributo in Concilio del teologo belga Gérard Philips, che collaborò alla preparazione della “Lumen Gentium”, circa la dottrina della Chiesa come “riflesso” della luce di Cristo. Non è infrequente, infatti, la tentazione di certi ambienti ecclesiali di ingigantire l’autorità della Chiesa nei confronti del suo divino Capo e Sposo, allontanandola con ciò stesso dalla guida che le viene da Cristo.

Mi è parsa buona anche la critica al professor Enrico Morini, simile a quella che gli feci io a suo tempo in questo blog.

Invece – con tutto il rispetto per un porporato così illustre, teologo emerito della casa pontificia, per di più mio confratello nel medesimo ordine domenicano – non condivido la convinzione del cardinale Cottier che oggi la Chiesa “rinuncia ad ogni mezzo di coercizione”.

Se così fosse, essa mancherebbe ad un suo dovere essenziale, per quanto certamente inferiore al dovere della clemenza, della misericordia e del dialogo.

L’enciclica “Ecclesiam suam” di Paolo VI, citata dal cardinale, è esplicitamente e solamente dedicata al dialogo e non rispecchia tutta la dottrina di Paolo VI e della Chiesa stessa. Il medesimo papa, in altra occasione, in un suo discorso ricordò esplicitamente che la Chiesa mantiene a tutt’oggi il suo potere coercitivo, ovviamente nell’ambito della legalità canonica.

Lo stesso diritto canonico, a proposito del potere coercitivo della Chiesa parla di “ius nativum”. Altrimenti che ci starebbero a fare i tribunali ecclesiastici e il diritto penale della Chiesa?

La convinzione di una certa tendenza postconciliare secondo la quale oggi la Chiesa non deve più irrogare pene è sbagliata e viene falsamente fatta risalire al Concilio Vaticano II e a papa Giovanni XXIII, il quale invece disse, per l’esattezza, che oggi la Chiesa preferisce la misericordia alla severità e non – come vorrebbero i buonisti – che usa solo la misericordia e mai la severità. Una misericordia senza giustizia diventa connivenza col crimine e con i criminali, lasciando gli offesi senza compenso e i delitti senza riparazione.

Una delle giuste lamentele che da cinquant’anni sorgono da molti ambienti del mondo cattolico è la denuncia di un’eccessiva indulgenza, per non dire debolezza, in molti pastori, sino al limite della connivenza o della complicità nei confronti di dottrine o costumi a larga diffusione che non sono conformi alla retta fede e degradano il livello morale dei fedeli e in genere della società.

Sono troppi oggi i pastori che scappano all’arrivo del lupo o nemmeno se ne accorgono. Un pochino di energia e di coraggio, pagando di persona, non guasterebbe, anzi sarebbe un’ottima misura, come è dimostrato da tutti i grandi e santi pastori della storia della Chiesa.

Anche tutta la recente chiassosa e bislacca polemica contro il professor Roberto de Mattei a proposito dei castighi divini dimostra che larga parte del mondo cattolico ha perso il concetto della giustizia divina, considerando Dio come un bonaccione cha lascia passare tutto e non chiude solo un occhio ma tutti e due.

È ovvio che certi sistemi penali del passato sono oggi assolutamente improponibli e addirittura ci fanno orrore, perchè – ci son voluti dei secoli, ma questa è la storia – ci siamo accorti (meglio tardi che mai) che erano disumani ed antievangelici.

Ma il rifiutare questi e il pensare di risolvere i problemi dottrinali e morali solo con le cortesie e le dolci parole sono una pericolosa illusione, una tremenda ingenuità ed una nefasta utopia, per non dire un’ipocrisia, che denotano la dimenticanza delle conseguenze del peccato originale e finiscono per dare campo libero ai furbi ed ai prepotenti e lasciare senza difesa gli onesti, vittime delle menzogne e dei soprusi, con grave pregiudizio per il destino eterno di tutti.

Bologna, 24 ottobre 2011

Donazione Corrispondenza romana