Il 25 marzo del 1995 veniva pubblicata l’enciclica di Giovanni Paolo II Evangelium Vitae, sul valore e l’inviolabilità della vita umana. A distanza di 30 anni, l’insegnamento di questo documento del Magistero è ancora attuale e, anzi, merita d’essere ricordato in un tempo dove vige una totale scissione tra le leggi umane e la legge morale naturale. Sono infatti decenni che nel mondo si assiste ad una sempre più ampia legittimazione giuridica degli attentati contro la vita umana innocente: dall’aborto all’eutanasia passando da contraccezione e fecondazione artificiale. L’enciclica approfondisce le cause profonde di questi mali: a partire dall’eclissi totale di Dio nella società fino ad arrivare ad una perversa concezione di libertà, slegata da qualsiasi norma morale.
Ed è così, afferma il Papa, questo inquietante panorama, «lungi dal restringersi, si va piuttosto dilatando: con le nuove prospettive aperte dal progresso scientifico e tecnologico nascono nuove forme di attentati alla dignità dell’essere umano, mentre si delinea e consolida una nuova situazione culturale, che dà ai delitti contro la vita un aspetto inedito e – se possibile – ancora più iniquo suscitando ulteriori gravi preoccupazioni: larghi strati dell’opinione pubblica giustificano alcuni delitti contro la vita in nome dei diritti della libertà individuale e, su tale presupposto, ne pretendono non solo l’impunità, ma persino l’autorizzazione da parte dello Stato, al fine di praticarli in assoluta libertà ed anzi con l’intervento gratuito delle strutture sanitarie» (n. 4).
L’esito di questo processo è drammatico: «è quanto mai grave e inquietante il fenomeno dell’eliminazione di tante vite umane nascenti o sulla via del tramonto, non meno grave e inquietante è il fatto che la stessa coscienza, quasi ottenebrata da così vasti condizionamenti, fatica sempre più a percepire la distinzione tra il bene e il male in ciò che tocca lo stesso fondamentale valore della vita umana».
Dopo aver riflettuto sull’episodio biblico dell’uccisione di Abele da parte del fratello Caino, il Pontefice manifesta l’obiettivo dell’enciclica affermando che la sua attenzione intende concentrarsi «su un altro genere di attentati, concernenti la vita nascente e terminale, che presentano caratteri nuovi rispetto al passato e sollevano problemi di singolare gravità per il fatto che tendono a perdere, nella coscienza collettiva, il carattere di “delitto” e ad assumere paradossalmente quello del “diritto” […]. Tali attentati colpiscono la vita umana in situazioni di massima precarietà, quando è priva di ogni capacità di difesa» (n. 11).
Parlando della diffusione dell’aborto, il Papa sottolinea come «si sono investite e si continuano ad investire somme ingenti destinate alla messa a punto di preparati farmaceutici, che rendono possibile l’uccisione del feto nel grembo materno, senza la necessità di ricorrere all’aiuto del medico. La stessa ricerca scientifica, su questo punto, sembra quasi esclusivamente preoccupata di ottenere prodotti sempre più semplici ed efficaci contro la vita e, nello stesso tempo, tali da sottrarre l’aborto ad ogni forma di controllo e responsabilità sociale».
E, a questo punto, giunge un monito a tutti i favorevoli alla contraccezione: «si afferma frequentemente che la contraccezione, resa sicura e accessibile a tutti, è il rimedio più efficace contro l’aborto. Si accusa poi la Chiesa cattolica di favorire di fatto l’aborto perché continua ostinatamente a insegnare l’illiceità morale della contraccezione». Tuttavia, evidenzia giustamente il Papa, tale obiezione è speciosa: «può essere, infatti, che molti ricorrano ai contraccettivi anche nell’intento di evitare successivamente la tentazione dell’aborto. Ma i disvalori insiti nella “mentalità contraccettiva” […] sono tali da rendere più forte proprio questa tentazione, di fronte all’eventuale concepimento di una vita non desiderata. Certo, contraccezione ed aborto, dal punto di vista morale, sono mali specificamente diversi: l’una contraddice all’integra verità dell’atto sessuale come espressione propria dell’amore coniugale, l’altro distrugge la vita di un essere umano; la prima si oppone alla virtù della castità matrimoniale, il secondo si oppone alla virtù della giustizia e viola direttamente il precetto divino “non uccidere”. Ma pur con questa diversa natura e peso morale, essi sono molto spesso in intima relazione, come frutti di una medesima pianta». Infatti, tali pratiche «affondano le radici in una mentalità edonistica e deresponsabilizzante nei confronti della sessualità e suppongono un concetto egoistico di libertà che vede nella procreazione un ostacolo al dispiegarsi della propria personalità. La vita che potrebbe scaturire dall’incontro sessuale diventa così il nemico da evitare assolutamente e l’aborto l’unica possibile risposta risolutiva di fronte ad una contraccezione fallita» (n. 13)
Giovanni Paolo II non dimentica poi di fare anche un riferimento alle tecniche di fecondazione artificiale, le quali pur ponendosi apparentemente a servizio della vita, «in realtà aprono la porta a nuovi attentati contro la vita. Al di là del fatto che esse sono moralmente inaccettabili, dal momento che dissociano la procreazione dal contesto integralmente umano dell’atto coniugale, queste tecniche registrano alte percentuali di insuccesso: esso riguarda non tanto la fecondazione, quanto il successivo sviluppo dell’embrione, esposto al rischio di morte entro tempi in genere brevissimi. Inoltre, vengono prodotti talvolta embrioni in numero superiore a quello necessario per l’impianto nel grembo della donna e questi cosiddetti “embrioni soprannumerari” vengono poi soppressi o utilizzati per ricerche che, con il pretesto del progresso scientifico o medico, in realtà riducono la vita umana a semplice “materiale biologico” di cui poter liberamente disporre» (n. 14).
Non meno forte è la condanna del Pontefice all’eutanasia. Infatti, minacce non meno gravi «incombono pure sui malati inguaribili e sui morenti, in un contesto sociale e culturale che, rendendo più difficile affrontare e sopportare la sofferenza, acuisce la tentazione di risolvere il problema del soffrire eliminandolo alla radice con l’anticipare la morte al momento ritenuto più opportuno». Certamente si può riconoscere come nel soggetto malato possano nascere un senso di angoscia e disperazione dovuto ad un dolore intenso e prolungato e che la situazione sia aggravata «da un’atmosfera culturale che non coglie nella sofferenza alcun significato o valore, anzi la considera il male per eccellenza, da eliminare ad ogni costo; il che avviene specialmente quando non si ha una visione religiosa che aiuti a decifrare positivamente il mistero del dolore» (n. 15).
Il contesto in cui l’eutanasia e il suicidio assistito prosperano è quello di un materialismo pratico dovuto all’eclissi del senso di Dio. In tale materialismo, «proliferano l’individualismo, l’utilitarismo e l’edonismo. Così i valori dell’essere sono sostituiti da quelli dell’avere. L’unico fine che conta è il perseguimento del proprio benessere materiale. La cosiddetta “qualità della vita” è interpretata in modo prevalente o esclusivo come efficienza economica, consumismo disordinato, bellezza e godibilità della vita fisica, dimenticando le dimensioni più profonde – relazionali, spirituali e religiose – dell’esistenza».
Con questi presupposti, la sofferenza, «inevitabile peso dell’esistenza umana ma anche fattore di possibile crescita personale, viene “censurata”, respinta come inutile, anzi combattuta come male da evitare sempre e comunque. Quando non la si può superare e la prospettiva di un benessere almeno futuro svanisce, allora pare che la vita abbia perso ogni significato e cresce nell’uomo la tentazione di rivendicare il diritto alla sua soppressione» (n. 23).
Passi molto importanti, anche se spesso fraintesi da certi politici cattolici, sono quelli in cui il Papa ribadisce la dottrina sulla necessaria conformità della legge civile con la legge morale (nn. 68-74). In tale prospettiva, leggi che legittimano gli atti sin qui descritti, sono inique e non solo si deve negare ad esse il suffragio del proprio voto, «ma sollevano piuttosto un grave e preciso obbligo di opporsi ad esse mediante obiezione di coscienza».
Ogni buon cattolico dovrebbe continuare combattere perché questi luminosi insegnamenti non cadano nell’oblio.