Trentacinque anni dopo la morte di Aldo Moro

Trentacinque anni dopo la morte di Aldo Moro(di Danilo Quinto) Nella primavera del 1978, durante i mesi che si aprirono con lo sterminio dei cinque uomini della scorta di Aldo Moro, il suo sequestro e il suo assassinio, avvenuto il 9 maggio 1978, venne a saldarsi un “fronte” impermeabile a qualsiasi tipo di trattativa volta alla salvezza del leader della DC, capace persino di evitare che si svolgesse un dibattito trasparente e aperto in Parlamento.

Nonostante i molti processi celebrati, i dissociati e i pentiti delle Brigate Rosse e le commissioni d’inchiesta – in particolare, quella sulla P2, che disvelò come in quegli anni, molti di coloro che erano ai vertici delle forze di polizia e dei servizi segreti, appartenessero alla Loggia massonica di Licio Gelli ‒ ancora oggi non si può comprendere quanto accaduto 35 anni fa, senza richiamarsi alle lettere di Moro. Lo comprese Leonardo Sciascia, che dedicò alla vicenda una memorabile saggio.

Nelle lettere, la descrizione della realtà proviene da un uomo che ‒ come egli scrive ‒ «si trova sotto un dominio pieno e incontrollato», che doveva «resistere in una prova assurda ed incomprensibile». Moro, scrive Sciascia, ha vissuto un «contrappasso diretto»: «ha dovuto tentare di dire col linguaggio del non dire, di farsi capire adoperando gli stessi strumenti che aveva adottato e sperimentato per non farsi capire. Doveva comunicare usando il linguaggio dell’incomunicabilità. Per necessità: e cioè per censura e per autocensura. Da prigioniero. Da spia in territorio nemico e dal nemico vigilata».

I destinatari delle sue lettere non capiscono o fanno finta di non capire. Il linguaggio del “non dire”, però, conteneva chiarissimi segni dello stato d’animo di un uomo che voleva solo salvare la vita e preservarla per la sua famiglia. Ci si affidò anche alle sedute spiritiche, dove – come raccontò Romano Prodi durante una deposizione davanti alla Commissione d’inchiesta – gli “spiriti” di Sturzo e di La Pira, indicarono un luogo: Gradoli. Si pensò fosse una località vicino Roma.

Bastava consultare la mappa della città, per scoprire che si trattava di una via, dove era situato uno dei covi della sua prigionia. Gli “spiriti” avevano scoperto quello che gli apparati di sicurezza dicevano di aver cercato invano per mesi. In una delle sue lettere, Moro scrisse: «E può darsi che si stia, qui, facendo un romanzo (…)». È proprio così: la storia della sua eliminazione sta dentro la trama di un romanzo. Dove tutti i protagonisti recitavano una parte, con un esito finale che si conosceva dall’inizio. (Danilo Quinto)

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