Trapianti d’organi vitali, vent’anni di reticenze ed omissioni

(di Alfredo De Matteo) Il 14 aprile scorso si è celebrata la XXII giornata nazionale per la donazione e il trapianto d’organi e tessuti. Tale ricorrenza è stata inserita all’interno della campagna Diamo il meglio di noi promossa dal Ministero della Salute, secondo cui la promozione della cultura della donazione è al centro della legge 91 del 1 aprile 1999 che ha istituito la Rete Nazionale Trapianti, disciplinato il prelievo di organi e tessuti e regolamentato le attività di trapianto.

Tra gli obiettivi dichiarati dell’iniziativa troviamo lo sviluppo di una corretta informazione in tema di prelievo e trapianti d’organi da parte dei mezzi di comunicazione, l’incremento delle dichiarazioni di volontà positive, la riduzione delle opposizioni al prelievo, l’aumento del numero dei trapianti. In realtà, la legge 91, promulgata esattamente venti anni or sono, più che promuovere la cultura della donazione e la corretta informazione circa i trapianti d’organi vitali ha semplicemente facilitato il procacciamento di organi freschi attraverso l’introduzione del criterio del silenzio-assenso, in base a cui tutti i cittadini italiani sono considerati potenziali donatori, tranne coloro i quali hanno chiaramente espresso il diniego all’espianto. Per di più, alla 91 è seguita la legge 578/1993 che ha introdotto l’obbligatorietà della dichiarazione della morte cerebrale per tutti i pazienti, dunque non solamente per i potenziali donatori.

Pertanto, malgrado il continuo martellamento mass mediatico a favore della donazione d’organi e le sopra citate facilitazioni normative il numero dei trapianti che si effettuano ogni anno è decisamente inferiore a quanto sarebbe lecito attendersi: segno che la cosiddetta cultura della donazione non riesce a far breccia nella popolazione italiana. Finora infatti solo il 10% dei cittadini maggiorenni sono stati inseriti nel Sistema Informativo Trapianti avendo espresso la volontà.

Secondo il direttore del Centro Nazionale Trapianti «I primi 3 mesi del 2019 stanno confermando più o meno il trend dello scorso anno; anche se è troppo presto per fare un bilancio, aumentano gli accertamenti di morte, condizione necessaria affinché si possa eventualmente procedere con la donazione, ma c’è un leggero incremento delle opposizioni; questo è un dato che teniamo sotto controllo e che è necessario abbattere per fare più trapianti. Possiamo incidere su questo intensificando la formazione per il personale sanitario coinvolto ma è necessario anche lavorare sull’informazione per i cittadini (…) E poi, soprattutto, abbiamo bisogno di far calare le opposizioni al prelievo, specialmente nelle regioni del Sud dove sono sopra la media nazionale».

Ora, se il trend relativo al numero dei trapianti si mantiene sostanzialmente costante nel tempo mentre aumentano gli accertamenti di morte cerebrale e le opposizioni ai trapianti, ciò conferma il dato secondo cui la grande maggioranza delle persone tende a diffidare di tale pratica. Inoltre, il dato sull’aumento degli accertamenti fa pensare che le procedure atte a diagnosticare la morte cerebrale tendano a variare nel tempo, soprattutto nel senso di un loro progressivo “affinamento” (che rappresenta tra l’altro uno degli obiettivi del Centro Nazionale Trapianti).

Ciò significa, a rigor di logica, che le diagnosi effettuate in precedenza potrebbero dare risultati diversi se ripetute in tempi successivi. Del resto, con l’introduzione del criterio della morte cerebrale l’accertamento della morte non è più un fatto oggettivo basato sulla cessazione di tutte le funzioni dell’organismo e sull’osservazione dei segni inequivocabili della morte. Al contrario, l’accertamento della morte viene fondato sulla presunta cessazione delle sole funzioni dell’encefalo, attraverso l’utilizzo di parametri clinici aleatori che possono variare da paese a paese e dalla “messa a punto” progressiva di complesse procedure clinico-strumentali.

In effetti, uno dei punti più critici della cosiddetta morte cerebrale è la pretesa di identificare la morte stessa con la cessazione delle sole funzione dell’encefalo: primo, la scienza non è mai riuscita a dimostrare che il principio vitale dell’organismo umano risieda in un organo e nel caso specifico nel cervello; secondo, benché negli ultimi trent’anni le neuroscienze abbiano molto progredito nello studio del cervello, esso resta un insondabile mistero, le cui funzioni e capacità sono in larga parte ancora sconosciute.

Esemplificativo in tal senso il caso di Noah, un bambino che aveva sviluppato una rara condizione chiamata idrocefalo e che nacque con solo il 2 percento del cervello. Grazie alla determinazione dei suoi genitori che non vollero ucciderlo con l’aborto, Noah venne sottoposto a diversi interventi chirurgici e in maniera del tutto inaspettata continuò a crescere e con lui anche il suo cervello, al punto che all’età di tre anni le scansioni mediche mostravano una crescita dell’80 percento delle sue capacità. Ora Noah ha imparato a parlare e può condurre una vita normale.

La propaganda mediatica ci informa che negli ultimi vent’anni sono state salvate circa 60.000 vite umana grazie alla pratica dei trapianti d’organi. Ma omette però di comunicarci a quale prezzo …(Alfredo De Matteo)

Donazione Corrispondenza romana