Tiffany, pubblicità ch’è anima di un commercio senz’anima…

TiffanyNon bastano più la clamorosa marcia indietro di Barilla o gli ammiccamenti di Vodafone, ora l’ideologia gender è sbarcata sul mercato a caccia di un business, che dir “di nicchia” significherebbe esser ancora generosi. Quantitativamente. Senonché l’obiettivo non è questo. Ma ben altro. Si compiace ormai di cavalcare il nuovo “dogma” laicista del “gay friendly” politicamente corretto, contando così di potersi più agevolmente conquistare la simpatia dei media, il consenso della galassia radical-chic che conta – tanto nel mondo dell’economia e della finanza quanto in quello della politica e delle istituzioni a tutti i livelli – e, non ultimo, l’appoggio delle lobby gay, da non sottovalutarsi in termini di influenza sul mercato.

Per la prima volta nella sua storia Tiffany&Co., ritenuta la più esclusiva gioielleria al mondo e la più importante casa di creazioni in America dal 1837, ha scelto proprio una coppia omosessuale, per impostare la nuova campagna pubblicitaria, già nel titolo, “Will you”, tale da render evidente quali corde intenda far vibrare. Nulla è stato lasciato al caso, tutto è stato studiato, pianificato, programmato nel dettaglio, senza badare al prezzo: di grido ed a livello internazionale il fotografo, Peter Lindberg, cui sono stati affidati i sette scatti poi scelti per la promozione del brand, “immortalando” vari momenti (“nozze” comprese) della relazione dei due testimonial, che non a caso un portavoce dell’azienda ha precisato essere “autentici” e non modelli, tanto per dare un tocco “live” a questa sorta di grande circo mediatico. Il media planning è stato gestito direttamente da Mec, quinta potenza al mondo nel settore, con clienti in ogni angolo del pianeta, un fatturato da 20 miliardi di dollari, 4 mila dipendenti, sedi a Londra e New York.

Solo in quest’ottica, quella della strategia di vendita, va dunque letta la nuova operazione, compiuta da una grande Casa, che certo non ha bisogno delle coppie omosessuali per reggersi, né queste sarebbero in grado di garantire introiti sufficienti. No, l’imperativo purtroppo è divenuto ormai un altro: cavalcare le “mode” ed anzi incoraggiarle. Mostrandosi così “moderni”, “aperti”, “à la page” col resto del pubblico, quello che conta e che paga davvero, sperando di conquistarlo anche in tempi di crisi. A costo di estromettere ormai totalmente Valori, morale ed etica dal manuale del “buon” piazzista, calpestando letteralmente la Dottrina cattolica, offendendo quanti (ancora tanti) vi si riconoscano e sperando che i potenziali acquirenti siano abbastanza impregnati di laicismo, ormai, da ricambiare. Se la pubblicità è l’anima del commercio, spiace che viceversa il commercio sia rimasto senz’anima. Ammesso che questo giochetto duri a lungo… V’è da sperare che la gente comune sia di contro più matura, sveglia ed accorta di quanto le ditte credano, e dimostri di non esser disposta a lasciarsi incantare dalle false sirene. Specie quando il loro suono risulti oltre tutto sgraziato…

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