Suor Teresa Benedetta della Croce, dalla filosofia alla santità

(di Giovanni Tortelli) Il 9 agosto 1942 suor Teresa Benedetta della Croce, carmelitana, al secolo Edith Stein, subiva il martirio della camera a gas nel lager di Auschwitz-Birkenau. Nata a Breslavia (Slesia prussiana, oggi Polonia) nel 1891 da famiglia ebrea e convertita al cattolicesimo nel 1922 insieme alla sorella Rosa, fu assistente del celebre filosofo e matematico tedesco Edmund Husserl, ed è nota per aver esplorato un percorso filosofico nuovo che conciliasse il pensiero di Tommaso d’Aquino con la fenomenologia di Husserl.

Fu proclamata beata nel 1987 da Giovanni Paolo II, canonizzata nel 1998 e nel 1999 elevata alla dignità di co-patrona d’Europa insieme a santa Caterina da Siena e a santa Brigida di Svezia.

Nell’omelia di canonizzazione dell’11 ottobre 1998, Giovanni Paolo II così descrisse il cammino terreno di suor Teresa Benedetta: «All’inizio il suo ideale fu la libertà. Per lungo tempo Edith Stein visse l’esperienza della ricerca. La sua mente non si stancò di investigare ed il suo cuore di sperare. Percorse il cammino arduo della filosofia con ardore appassionato ed alla fine fu premiata: conquistò la verità, anzi ne fu conquistata. Scoprì, infatti, che la verità aveva un nome: Gesù Cristo, e da quel momento il Verbo incarnato fu tutto per lei».

Giovanni Paolo II coglieva così i due distinti momenti nei quali si completava la sua breve vita: l’iniziale fervore intellettuale mirato a un vago ideale di libertà alimentato dall’appassionata ricerca filosofica; e poi l’approdo alla verità, ma non come coronamento del suo impegno scientifico, nel quale peraltro essa si applicò anche da religiosa, ma perché fu catturata dalla grazia di Dio che la condusse a quella verità che aveva sempre cercato con tutte le sue forze.

Quel discorso filosofico iniziato dalla Stein all’ombra del suo maestro Edmund Husserl e poi continuato all’interno del Carmelo di Colonia, prese forma in un primo breve trattato del 1929 La fenomenologia di Husserl e la filosofia di Tommaso d’Aquino, tentativo di confronto e poi trovò ulteriori spunti nel saggio La struttura ontica della persona e la problematica della sua conoscenza pubblicato in Italia nel volume Natura, persona, mistica. Per una ricerca cristiana della verità(a cura di A. Ales Bello, Città Nuova 1999) e in Essere finito e essere eterno, uscito postumo nel 1950.

Nella sua prima opera, ma il tema è comune anche alle altre, la giovane ricercatrice tentava coraggiosamente un possibile quanto impervio percorso per trovare tratti comuni fra il pensiero di Tommaso d’Aquino e quello di Husserl, per conciliare tomismo e fenomenologia, come se quei due maestri avessero parlato dei temi della filosofia perenne – Dio, anima, mondo – in modi e tempi diversi ma con la stessa ratio.

Individuava un primo punto d’incontro fra Tommaso e Husserl nel riconoscimento di entrambi della filosofia come scienza rigorosa, fondata nel rintracciare quel lógos che è una necessità interna a tutte le cose, sottraendola quindi a tutto ciò che è sensazione, emozione e sentimento.

Ma il discorso si arrestava già su questo primo punto: perché mentre per Husserl la ricerca della verità è tutta terrena e non si esaurisce mai perché si rigira nella materia come una vite senza fine, per Tommaso la ragione naturale indica una strada verso una verità ancora allo stato imperfetto, ma che corre parallela a una conoscenza soprannaturale, per fede, che è anche la via più completa e più sicura perché garantisce dagli errori dovuti alla fragilità umana (la stessa Stein riconosce la distanza fra i due filosofi proprio su questo punto: cfr. La fenomenologia di Husserl e la filosofia di San Tommaso d’Aquino, in La ricerca della verità, Città Nuova, p. 67). Senza contare che per Husserl la filosofia era proprio un’altra cosa dalla religione, in quanto la filosofia doveva sempre rispettare una via di ricerca «atea» (E. Stein, La fenomenologia di Husserl, cit., Introd., p. 9).

La Stein individuava un secondo punto in comune nell’idea di verità oggettiva ed indipendente dal soggetto conoscente, cioè di una realtà mondana esterna al soggetto conoscente. Anche questa affinità appare però poco probabile, perché per Tommaso la sola verità prima è Dio e la filosofia ha come oggetto innanzi tutto il progressivo chiarimento dell’idea di Dio e le caratteristiche del suo essere e del suo conoscere (teocentrismo); mentre Husserl fa partire la ricerca filosofica dall’uomo, anzi dal soggetto conoscente:la sua causa prima è dunque la coscienza dell’uomo che con la sua attività spirituale «costruisce il suo mondo in molteplici atti» ( E. Stein, La fenomenologia di Husserl, cit., p. 75).

Siamo agli antipodi:in Tommaso vi è una conoscenza «data» per Rivelazione mentre in Husserl è semplicemente «costruita» dall’attività spirituale dell’uomo, che nulla garantisce. Va poi da sé che il metodo conoscitivo tomasiano è quello induttivo-astrattivo mentre per Husserl la chiave conoscitiva è l’intuizione.

Anche riguardo al tema delle essenze la Stein vedeva una concordanza e riteneva che fra i due pensatori “la posizione dell’esistenza fattuale (…) fu sempre valida” (E. Stein, La Fenomenologia di Husserl, cit., p. 77). Ma questa «esistenza fattuale» ha significato ben diverso nell’uno e nell’altro:è noto infatti che per Tommaso nella creazione, come in ogni causa, si attua una processione dal non-essere all’essere.

La condizione perché un essere venga prodotto è che sia in potenza ad essere e quando viene creato riceve l’atto di essere, che è la causa prima dell’esistenza (Summa Theologica I, q. 4, a. 1, ad 3).

Husserl invece parla di «fattualità» come esperienza fattuale «creativa» dove la volontà dell’individuo è tesa a creare, a realizzare il migliore dei mondi possibili e il solo – vago – punto che si possa avvicinare a Tommaso sta nell’idea che l’«Io trascendentale» (cioè l’Io come universo delle possibilità) sia ispirato da un Qualcuno che ha creato le cose con la loro finalità, e che questo Io trascendentale non sarebbe possibile senza l’io fattuale (cfr. A. Ales Bello, Husserl. Sul problema di Dio, Studium, Roma 1985).

Tutto ciò fa prendere una strada diversa all’ontologia husserliana rispetto alla metafisica tomista.

Una cosa importante Edith Stein apprese dal suo maestro, il metodo, cioè la «gradualità» dell’indagine filosofica, che Cornelio Fabro colse con grande finezza scorgendola proprio nel percorso di conversione di Edith: «Dobbiamo al severo metodo di Husserl la graduale consapevolezza che prese in quest’anima verginale il problema di Dio senza improvvisi colpi di scena, ma anche senza infedeltà quasi attirata da progressive irradiazioni di uno stesso filo di luce che s’ingrandiva a ogni tappa. E con la consapevolezza, la fedeltà a questa rivelazione interiore: una fedeltà che portò la Stein alla accettazione incondizionata della Croce, ch’essa presentiva fin dai suoi primi passi nella fede».

Tralasciando piuttosto i temi specifici del difficile confronto fra l’Aquinate e Husserl, il neotomista Cornelio Fabro preferiva illustrare la conversione della Santa soffermandosi sull’amore che ella dedicava alla liturgia cattolica e alla pratica dell’umiltà e della carità: «La vita carmelitana le infondeva una pace di spirito, una pienezza di vita, una gioia del cuore inesprimibile che s’irradiava su quanti poterono in rare occasioni avvicinarla: colpiva, nell’aspetto chiaro e giovanile, una dignità di semplicità, una caritatevole affabilità, una fraterna comprensione che dava quel gaudio e quel pungolo insieme da cui siam colpiti ogni volta che in questa grama esistenza ci tocca qualche autentico raggio del Bene infinito» (C. Fabro, Edith Stein, dalla filosofia al supplizio, in Ecclesia, IX, 7 ,1949, pp. 344-346).

E abbiam visto sopra l’elogio di papa Giovanni Paolo II al momento della sua canonizzazione, quando indicava la grazia divina come la vera protagonista dell’ascesa alla Verità di suor Teresa Benedetta alla quale essa rispose prima con la vocazione carmelitana e poi con la vita.

È su questo piano spirituale e mistico, per la sua ascesa al Monte Carmelo, per le virtù esercitate in grado eroico e per la suprema prova del martirio, per una Sapienza che le venne dall’alto, che piace ricordare soprattutto questa grande Santa. (Giovanni Tortelli)

 

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