Sulla Vita la battaglia è ancora tutta da combattere

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Meglio non farsi troppe illusioni: la battaglia per la Vita è solo all’inizio ed è ancora tutta da combattere. In questa fase particolarmente delicata a livello internazionale, non è certo il caso di dormire sugli allori o di accontentarsi di successi parziali. Perché, certo, anche lo Stato dell’Indiana ha varato una legge per limitare l’aborto, dopo la nota sentenza emanata dalla Corte Suprema americana. Ma non basta. La normativa, che entrerà in vigore il prossimo 15 settembre, prevede delle eccezioni quali stupro, incesto, anomalie del feto o pericolo di vita per la madre, purché entro la decima settimana dalla fecondazione. Nel Kansas, però, oltre il 60% degli elettori, chiamati a referendum, ha votato a favore dell’aborto legale, offrendo così un imprevisto assist ai Democratici in vista delle elezioni di midterm di novembre.

Ed i Democratici non mollano… A partire dall’amministrazione Biden, che, senza fornire motivazioni – come evidenziato dal Texas Tribune –, ha deciso di negare al programma federale Medicaid l’estensione dei fondi da due a sei mesi per le neo-mamme, garantendo loro per tale periodo maggiore assistenza sanitaria, così da cercare di ridurre, tra l’altro, la mortalità materna. Washington ha preferito spingere piuttosto per il finanziamento dell’aborto. Una scelta, che il governatore del Texas, Greg Abbott, repubblicano, sarebbe intenzionato ad impugnare in tribunale. Da qui il suo ultimatum a Biden: o revoca la «misura inconcepibile o si prepari ad una battaglia». Da tener presente che il finanziamento pubblico dell’aborto è alquanto impopolare negli Stati Uniti: un sondaggio promosso lo scorso gennaio dall’Università Marist di Poughkeepsie, New York, ha confermato come il 73% degli americani non sia assolutamente d’accordo col fatto che, per uccidere i piccoli nel grembo materno, si utilizzino i soldi delle tasse.

Intanto, in Australia l’eugenetica continua ad imperversare: le recenti statistiche condotte hanno evidenziato come vengano uccise con l’aborto più femmine che maschi. Quella che viene attuata è una vera e propria selezione, promossa convintamente per motivi sessuali, cercando di corrispondere così ai desideri delle giovani coppie, specie di quelle appartenenti alle comunità indiane e cinesi.

Un fenomeno isolato, regionale? Assolutamente no. Fiorella Nash, nel suo libro The abolition of woman, già nel 2018 ha denunciato come nel mondo oltre 160 milioni di bambine siano state eliminate a causa dell’aborto selettivo del sesso; in India, secondo lo SPUC-Society for the Protection of Unborn Children, tra il 1987 ed il 2016 sarebbero state uccise nel grembo materno ben 13,5 milioni di femmine. Anche nel Regno Unito un’inchiesta condotta dal quotidiano The Independent ha rivelato come l’aborto selettivo abbia ridotto la popolazione femminile, specie tra le comunità delle minoranze etniche, di una cifra compresa tra le 1.500 e le 4.700 unità. Numeri sconcertanti, numeri che rivelano come in certi ambienti si abbia e si promuova una concezione della famiglia ormai disumana.

Ciò non induca ovviamente a perdere la speranza, tutt’altro: la sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti ha aperto una nuova stagione pro-life ancora tutta da scrivere. E le buone notizie non mancano anche altrove, come a Porto Rico, dove il disegno di legge n. 693 ripropone di vietare l’aborto almeno dopo la 22ma settimana, anziché, come prima, considerarlo legale per l’intera durata della gravidanza. Il testo normativo è già stato approvato dal Senato di Porto Rico con 16 sì, 9 no, un’astensione ed un assente, prima di essere trasmesso alla Camera dei Rappresentanti.

Insomma, i germi di speranza ci sono, quanto avviene Oltreoceano dimostra anche come cancellare l’aborto sia tutt’altro che impossibile, ma proprio per questo è tempo di rimboccarsi le maniche e di combattere la buona battaglia per la Vita.

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