Sudan, la paura dei missionari: “A rischio le nostre povere comunità”

(di Davide Demichelis su Vatican Insider del 16-09-2012) Il Papa a Beirut parla di pace e di dialogo, ma nel Sudan del nord i pochi cristiani sono costretti al silenzio dopo gli attacchi dei fondamentalisti alle ambasciate tedesca, inglese e americana
Bocche cucite a Khartoum. I cristiani preferiscono non fare commenti, non esporsi a ritorsioni da parte del governo. Esprimere valutazioni sugli attacchi alle ambasciate tedesca, inglese e americana, avventurarsi in congetture sui mandanti e gli esecutori, può irritare la suscettibilità di politici e funzionari pubblici. E così, anche fra i missionari, la parola d’ordine è: silenzio.

I cristiani ed i loro luoghi di culto negli ultimi anni sono stati rispettati dalla popolazione, che al 95 per cento è di religione islamica. “I manifestanti hanno attaccato le ambasciate, non le chiese”, commenta un missionario, che chiede di non essere citato. “Ancora una volta, secondo me, la religione è stata strumentalizzata. Io da anni giro per le strade con il crocifisso al collo, eppure mai nessuno mi ha insultato né attaccato”.

Ma allora chi potrebbe avere armato la mano dei 10mila manifestanti? Negli ultimi anni la tensione in Sudan è cresciuta, soprattutto a causa della crisi economica e delle divisioni con il Sud Sudan, che ha proclamato l’indipendenza dal nord, il nove luglio dell’anno scorso.

La gran parte dei cristiani sudanesi proviene dal Sud. Molti erano emigrati a nord, ma sono dovuti tornare nelle loro regioni natali dopo la separazione fra i due Stati. E così, nel Sudan settentrionale, i cristiani sono notevolmente diminuiti: oggi sono fra il quattro e il cinque per cento della popolazione.

Il generale Omar Al Bashir, presidente e leader del Partito del Congresso, è a capo di questa dittatura militare dal 1989. Un lungo periodo in cui sono cambiate molte cose. Fino a 15 anni fa il suo più stretto alleato era il politico e religioso Hassan al Turabi, leader del Fonte Islamico Nazionale. Poi l’alleanza fra il presidente e il religioso si è spezzata, fino a condurre il leader dei fondamentalisti islamici sudanesi in prigione, era il 2004. Al Bashir ha continuato a governare il Paese nonostante la condanna del Tribunale penale internazionale per i crimini contro l’umanità di cui si è reso colpevole nella regione del Darfur, (i soldati governativi hanno ucciso da 200 a 400mila persone). Il Presidente non dovrebbe uscire dal Paese, per evitare di cadere nelle maglie della giustizia internazionale. In Sudan però, non corre rischi.

Gli attacchi alle ambasciate dei Paesi occidentali potrebbero causare gravi problemi al governo. Molti cristiani però, temono che queste difficoltà possano contagiare anche i rapporti fra le diverse confessioni religiose: “Speriamo di non piombare nuovamente nella spirale del fondamentalismo islamico”, commenta un religioso. E chiede, anche lui, di restare anonimo.

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