“Sua madre è morta, anzi no”. I miracoli della morte celebrale

(Alfredo De Matteo) Una donna di 80 anni viene dichiarata morta cerebralmente dai medici dell’ospedale dov’era stata ricoverata in seguito ad un ictus e i familiari firmano il consenso per la donazione degli organi, ma il giorno dopo vengono a sapere che la loro congiunta è ancora viva, anche se è ricoverata in rianimazione e le sue condizioni sono gravi. Succede a Uri, un paesino dell’hinterland sardo, dove le campane della chiesa avevano già suonato a morte e tutto era pronto per il funerale, con bara e loculo già acquistati. Secondo i responsabili del Santissima Annunziata, il nosocomio dov’è ancora ricoverata l’anziana signora, si è trattato di un terribile equivoco dal momento che la diagnosi di morte cerebrale riferita dal medico era solo una possibile evoluzione della condizione clinica della paziente, non un dato di fatto già acquisito. La procedura per la richiesta di disponibilità alla donazione, spiega l’Azienda Ospedaliera Universitaria, può essere fatta solo in presenza di diagnosi di morte cerebrale e tale diagnosi deriva da un percorso di accertamento che vede impegnata una apposita commissione composta da tre medici che eseguono un esame clinico e strumentale. Secondo quanto dichiarato da un responsabile dell’ospedale, «c’è una tutela anche del malato e la tutela viene dal fatto che l’osservazione di morte cerebrale che viene fatta in una rianimazione deve portare non solo la certezza della morte cerebrale ma anche la sicurezza dei parenti che danno la disponibilità alla donazione d’organo che questo paziente effettivamente è morto» (unionesarda.it, 14 novembre 2018)

Ora, al di là della consueta mancanza di informazioni precise e tra di esse concordanti su casi inquietanti come quello accaduto ad Uri, indice di un sistema di informazione veicolato dai mass media per nulla chiaro e trasparente, quel che ci preme sottolineare è la sostanziale inaffidabilità scientifica del criterio della morte cerebrale. Esiste realmente quella tutela del malato tanto sbandierata dai fautori dei trapianti?  Sembra proprio di no. Primo, perché tale tutela non si fonda sui riscontri oggettivi che derivano dall’osservazione dei segni della morte bensì su parametri clinici aleatori e non completamente condivisi da tutta la comunità scientifica (l’esame EEG è fondamentale per l’accertamento della morte cerebrale negli ospedali italiani ma non in altri paesi europei come ad esempio l’Inghilterra); secondo, perché anche qualora vi fosse un unanime consenso circa i criteri atti a determinare la morte cerebrale essa non è comunque garanzia dell’avvenuta morte del paziente. Il punto fondamentale infatti non è la rigorosità del processo che porta alla diagnosi di morte cerebrale bensì arrivare a stabilire con assoluta certezza scientifica che la (presunta) cessazione delle sole funzioni cerebrali sia di per sé un dato sufficiente a dichiarare morta una persona, dunque sottoponibile ad intervento di espianto degli organi e/o lasciata priva dei sostegni vitali necessari alla sua sopravvivenza.

Resta il fatto che il criterio della cosiddetta morte cerebrale ha sottratto l’evento della morte stessa dal campo dell’osservazione oggettiva dei segni inequivocabili che da essa conseguono, per trasferirla in quello soggettivo dell’osservazione di parametri clinici stabiliti a priori a tavolino e con l’ausilio di complessi macchinari. Ma quel che più lascia perplessi è la riduzione dell’essere umano ad un valore (indicato nel suo tracciato cerebrale) al di sotto del quale egli non sarebbe più.  È forse anche per tale motivo che in un certo numero di casi che emergono dalle cronache le stesse diagnosi di morte cerebrale finiscono per essere fatte con superficialità e frettolosamente comunicate ai parenti del paziente…

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