Striscioni abortisti alla convention democratica di Charlotte

5 settembre 2012
Yes, we plan”, Sì, noi pianifichiamo (le nascite) era uno degli striscioni filo-abortisti presenti alla convention dei democratici di Charlotte nel North Carolina, soprannominata la “convention delle minoranze”. Lo slogan fa riferimento al “Yes, we can” della campagna politica di Barack Obama del 2008, ma aggiunge un significato preciso alle intenzioni di alcuni dei sostenitori dell’attuale Presidente.

Lo striscione non era improvvisato da gruppi indipendenti, ma sponsorizzato dalla più importante associazione americana pro-aborto, la “Planned Parenthood” che si può tradurre scomodamente con “Genitorialità Pianificata”. Il nome dell’associazione, attentamente studiato per evitare il termine “famiglia”, concentra l’attenzione sulla condizione dei genitori che non desiderano avere figli.

La Planned è una sofisticata macchina produttrice di eufemismi e sensi equivoci, a partire dalla fornitura di servizi di “salute riproduttiva” (formula che definisce l’aborto) per finire con il “Yes, we plan” che riecheggia il Club of Rome dei neo-malthusiani. La stessa home page della Planned sottolinea sin dall’inizio una preoccupazione particolare per la salute della donna, conferendo enfasi al problema del tumore al seno: “A una donna su otto verrà diagnosticato il cancro al seno. Planned Parenthood è qui per te”. Di fianco, ma in piccolo, e in tutto il resto del sito, continui collegamenti all’aborto, al controllo delle nascite e a tutti i sistemi di contraccezione. Non da ultimo un forum ben studiato con le storie in prima persona di donne che sono state aiutate dalla Planned.

Un meccanismo interessante di costruzione del senso, già rilevato più volte da Girolamo Amato per le pubblicità abortiste inglesi e per le campagne contro l’obiezione di coscienza a favore del medical care (cura medica, ma in realtà aborto). [Amato, I nuovi Unni, pp. 98-101 e 132-135].
Le pubblicità di questo tipo, infatti, fanno uso di un ampio story telling, ovvero di racconti di storie personali, per aggirare i problemi di coscienza che sorgerebbero negli spettatori, se la questione fosse descritta per quella è: l’aborto. Le campagne, inoltre, mirano a determinare un’incerta confusione intorno alla salute della donna, collegando fra di loro aspetti diversi ma di sicuro impatto emotivo. Cura del tumore e aborto, accostati, appaiono entrambi come una cura sanitaria, anche se la prima è determinante per la salute, mentre il secondo è pianificazione delle nascite.

Va da sé che chiunque, compreso questo articolo, che critichi la campagna abortiva della Planned verrebbe tacciato di mostruosità, ignoranza e via dicendo proprio per la falsa equivalenza aborto = salute generale della donna.
A dimostrazione di quanto poco c’entri la medicina, la richiesta presso la convention è stata di togliere “ogni limitazione del diritto di scelta della donna, compresa la pratica dell’aborto tardivo, vietato in quasi tutto il mondo”. Se un governo dovesse realmente prendere in seria considerazione proposte del genere, ci si troverebbe di fronte al più completo e strutturato programma che Wannsee ricordi.

Ecco perché è così importante cogliere il fatto che gruppi di pressione simili alla Planned partecipino ad una campagna elettorale. Secondo l’articolo di Christian Rocca de Il Sole24ore, al quale facciamo riferimento: “Non c’è via d’uscita: aborto e diritti delle donne sono il centro emotivo del Partito democratico”. Intendiamoci, non il lavoro, il bene comune, la guerra, la povertà, la discriminazione, ma l’aborto.
Come sempre più evidente, il concetto di elezione democratica in America fa costante rima con “prendere i voti delle lobby più potenti”. E ormai non si guarda più né alle motivazioni morali, né agli atti di coerenza, ma solo alla consistenza del bacino di voti.

Redazione

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