Assisi: indagine sul passato. Messori e Magister.

(fonte: http://blog.messainlatino.it/)Dopo aver seguito le polemiche molto aspre, per lo più da destra (!), contro l’appello al Papa da parte di un gruppo di cattolici sul pericolo che i media e certi settori progressisti del mondo cattolico utilizzino una nuova Assisi 1986 per rilanciare il relativismo religioso, condividendo l’appello stesso, ho pensato di indagare sul passato: cioè sulle reazioni che proprio la conduzione di Assisi 1986 destò in alcune personalità cattoliche.

E’ risaputo che quell’incontro trovò critici personaggi come mons. Alessandro Maggiolini, don Baget Bozzo, il cardinal Giacomo Biffi, il cardinal Ratzinger, don Divo Barsotti, “l’ultimo mistico del Novecento” e molti altri. Così ricorda Andrea Riccardi , tra i gestori dell’evento:
“…Nel 1986 ci sono state polemiche pretestuose sul sincretismo, perché in realtà le preghiere si svolgono in luoghi diversi. I tradizionalisti di monsignor Lefebvre denunciano la perversione della «vera religione». Don Divo Barsotti, figura spirituale italiana, scrive al Papa sul rischio di sincretismo. Giuseppe Dossetti è piuttosto preoccupato sugli aspetti sincretici. Il teologo valdese Ricca parla di «spettacolarità della preghiera». Gianni Baget Bozzo osserva come ad Assisi «l’unità e la divisione si sono manifestate contestualmente». Si chiede: «Un grande spettacolo o un evento storico?»….” http://www.santegidio.com/index.php?pageID=64&id=8009&idLng=1088

Tra i critici si possono rammentare anche due osservatori speciali, come Vittorio Messori e Sandro Magister.
Riporto anzitutto due articoli.
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1) QUESTO PONTEFICE COSì “GUERRIERO” È LO STESSO DI ASSISI
di Vittorio Messori (Dal “Corriere della Sera” del 4 febbraio 2002)

“Una fede debole e una morale forte, anzi fortissima? E´ questa la “cifra” del presente pontificato? No, non è così: una simile formula sarebbe del tutto abusiva. Eppure, va riconosciuto che – al di là delle intenzioni ecclesiali – potrebbe essere questo il messaggio che giunge a chi sbircia giornali e telegiornali, senza voglia né mezzi per analisi più approfondite. Tre, in effetti, le notizie che si sono succedute: l´incontro interreligioso di Assisi; il discorso per l´inaugurazione dei tribunali ecclesiastici, con il richiamo ad avvocati e giudici per una sorta di “obiezione di coscienza” in tema di separazioni; infine, l´appello di ieri per il riconoscimento giuridico dell´embrione. Ebbene: c’è il sospetto che, nell´impressione della gente, i due appelli papali – contro il divorzio e contro l´aborto – siano entrati in corto circuito con quella adunata assisana il cui programma era strutturato per farne un grande spettacolo televisivo.
Si è voluto, dunque, la maggiore platea, la folla indifferenziata, alla quale è però giunto un messaggio brutalmente semplificato. Che il rischio di una parvenza di sincretismo, cioè di una mescolanza tra diverse religioni, fosse reale l´ha mostrato Giovanni Paolo II stesso che, la domenica prima, ha ritenuto opportuno parlarne, naturalmente per escluderlo. Si sono ripetuti i giochi di parole del 1986, primo raduno di Assisi (“non pregare insieme ma insieme per pregare”) e si sono precettati dei teologi per fare sottili distinguo che fugassero equivoci e malintesi. Non entreremo, qui, nelle loro argomentazioni. Qui restiamo, umilmente, sul piano dell´esperienza. Quella di chi conosce l´impossibilità, per il media system, di “far passare”, a livello di massa, messaggi complessi e sfumati, che esigano impegno di riflessione. Ogni giornalista sa che, per la maggioranza dei suoi utenti, ogni notizia si riduce al titolo che, sbrigativamente, la riassume. Il mezzo televisivo, poi, è ancor più semplificatore.
E´ indubbio, dunque, che (al di là, com´è ovvio, delle generose e limpide intenzioni papali) ciò che è stato recepito è un messaggio del genere: Dio si manifesta in molti modi, così che ogni religione ha pari verità e dignità; ciascuno militi, al meglio, nella tradizione religiosa in cui si trova; la si smetta con apostolati e missioni che non rispettano le credenze degli altri e neppure il piano divino che non esige una sola Verità; ciò che conta non è il nome del Dio nei Cieli ma l´impegno sulla terra di tutti quelli che credono in Lui, quale che sia il suo volto; il bene supremo non è la salvezza eterna, ma una realtà terrena come la pace tra le nazioni.
Tutto questo è lontanissimo dal magistero di Giovanni Paolo II e sarebbe assurdo sospettare un simile Pastore di un penchant per una “fede debole”, variante teologica del laico “pensiero debole”. Eppure, com´era del tutto prevedibile, questo l´effetto concreto del grande raduno dove, tra l´altro, gli animisti africani, invocando pace dai loro Dei, hanno sacrificato un pollo sull´altare.
Ebbene: dopo avere dato l´impressione, seppure abusiva, che ogni idea del divino valga l´altra, ecco il richiamo agli irrinunciabili cardini morali della Chiesa.

Ecco il ribadire l´indissolubilità del matrimonio e la sacralità della vita sin dal concepimento. Ma queste due convinzioni sono unicamente cattoliche: non solo per islamici ed ebrei, ma anche per tutte le altre confessioni cristiane il divorzio è, in qualche modo, ammesso. E la condanna così radicale dell´aborto non unisce di certo tutte le religioni.
Da qui, lo spuntare di inquietanti domande: se la dottrina di ogni religione è accetta a Dio, perché ostinarsi a seguire quella cattolica che, tra tutte, è la più severa e rigida? Perché debbo tormentarmi la coscienza e magari temere l´inferno se divorzio o abortisco, mentre tutti gli “altri” di Assisi no?
“Fare il cattolico” non è, per caso, inutilmente gravoso? Domande sbagliate, ovviamente. Ma che, forse, non circolerebbero tra la gente se non si fosse rischiato di dimenticare che la Prudenza è la prima tra le virtù cardinali cristiane.
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2) MA AD ASSISI “SACRIFICAVANO” ANCHE I POLLI
Intervista a Vittorio Messori di GIACOMO GALEAZZI (La Stampa, intervista. 21 novembre 2005)

«La Chiesa ha la memoria lunga. E’ dal meeting interreligioso del 1986 che Joseph Ratzinger aveva un conto da saldare con i frati di Assisi. Ora le cose sono a posto». Vittorio Messori, lo scrittore cattolico italiano più letto nel mondo (unico ad aver scritto un libro con gli ultimi due Papi) svela cosa c’è dietro il «commissariamento» pontificio del Sacro Convento e racconta di
quando il futuro Benedetto XVI si indignò per i sacrifici pagani compiuti sull’altare di Santa Chiara, a ridosso della cripta gotica che conserva i resti terreni della fondatrice dell’ordine delle
Clarisse.

Sacrifici pagani ad Assisi?
«Ratzinger non ha perdonato alla comunità francescana gli eccessi della prima giornata di preghiera dei leader religiosi con Karol Wojtyla. Una carnevalata, a detta di molti, che forzò la mano al Papa e furono proprio i frati ad andare molto aldilà degli accordi presi. Permisero addirittura agli animisti africani di uccidere due polli sull’altare di Santa Chiara e ai pellerossa americani di danzare in chiesa. Ratzinger aveva fortissime perplessità dall’inizio, non volle andare ad Assisi e le sue riserve limitarono i danni».

In che modo?
«La notte prima del meeting limò il testo del discorso frenando Giovanni Paolo II. E divenne nitido nella sua mente che l’enclave francescana, sganciata da ogni collegamento con il vescovo di Assisi, era un’anomalia da sanare. Andava limitata e riportata sotto il pieno controllo giuridico della Chiesa. Il conto per quelle basiliche cristiane cedute ai culti pagani è stato saldato 19 anni dopo».

Troppa autonomia?
«I frati hanno abusato del cosiddetto spirito di Assisi. In realtà loro venerano e diffondono illegittimamente un santino romantico e di derivazione protestante, ossia il San Francesco del mito, uno scemo del villaggio che parla con lupi e uccellini, dà pacche sulle spalle a tutti. Una vulgata falsa, che ne svilisce il messaggio. Il Francesco della storia, infatti, è il figlio più autentico della Chiesa delle crociate».

Ora, dunque, il Pontefice vuole ristabilire l’ortodossia?
«Certo. Anche a San Giovanni Rotondo i francescani avevano sfilato il santuario dal controllo della diocesi. Adesso sia lì che ad Assisi le iniziative dei frati andranno concordate con l’episcopato. Ed è un bene anche per il Sacro Convento, così la smetteranno con la demagogia del politicamente e teologicamente corretto. Stop all’artificio di pace, ecologia, ecumenismo e alle velleità pseudo- coraggiose che poi fanno stringere le mani dei dittatori e violare le chiese».

Il Pontefice «normalizza»?
«Lo spirito di Assisi non è come lo hanno inteso i frati del Sacro Convento e Joseph Ratzinger è pienamente consapevole di questo colossale errore dalla giornata mondiale di preghiera del 1986. Tanto che tre anni fa riuscì ad attenuare la deriva sincretista dell’ultimo meeting interreligioso di Assisi. Il tradimento della figura storica di Francesco andava corretto. Ed è sconcertante che finora il vescovo di Assisi sapesse delle iniziative dei frati solo dai giornali».
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Di seguito, invece, riporto alcune considerazioni di Sandro Magister:

GIOVANNI PAOLO II e LE RELIGIONI. Da Assisi alla “Dominus Iesus”
di Sandro Magister (Tokyo, 18 giugno 2003)

Ci sono eventi che Giovanni Paolo II ha voluto, e lui solo. Li ha voluti e li ha posti in essere, unico nella storia dei papi e contro molti della stessa Chiesa del suo tempo, cardinali, vescovi, preti, fedeli. È verosimile che dopo di lui nessun altro papa li riproporrà più. Almeno nel suo stesso modo.

Il primo di questi suoi atti specialissimi lo compì ad Assisi il 27 ottobre 1986. Chiamò attorno a sé rappresentanti delle più varie religioni del mondo e chiese loro di pregare per la pace. Ciascuno il proprio Dio. Potentemente simbolica era la visione, sulla piazza di san Francesco, di quella fila multicolore di uomini religiosi, con il papa biancovestito allineato tra loro.

Simbolo pericoloso, però. Anche se Giovanni Paolo II era lontanissimo dal volerlo, il messaggio che ne usciva per molti era quello di una Onu delle fedi. Di una coesistenza multireligiosa nella quale ciascuna fede valeva l’altra. E alla quale anche la Chiesa cattolica si iscriveva, alla pari.

Anni dopo, infatti, il 6 agosto del 2000, papa Karol Wojtyla e il cardinale Joseph Ratzinger si sentirono in dovere di emettere una dichiarazione che facesse da antidoto a questo veleno relativista. Era intitolata “Dominus Iesus” e richiamava un’elementare e fondante verità cristiana: quella secondo cui è solo in Gesù che tutti gli uomini hanno salvezza. La dichiarazione generò un terremoto. Da fuori, i paladini della laicità accusarono la Chiesa di intolleranza. E da dentro scattarono accuse di antiecumenicità. Segno che la “Dominus Iesus” aveva centrato un reale malessere della Chiesa. Che ad Assisi era stato portato allo scoperto. E che aveva il suo elemento scatenante in Asia, e ancor più nel subcontinente indiano. Ma andiamo per ordine.

Assisi, 1986

Il primo atto, dunque, di questo percorso accidentato va in scena nel 1986 nel borgo di san Francesco. Giovanni Paolo II ne diede l’annuncio il 25 gennaio e le reazioni critiche furono immediate, specie nella curia vaticana. Ma il papa non se ne fece imbrigliare, affidò la regia dell’evento a un cardinale di sua fiducia, uno dei pochissimi concordi su questo con lui, il francese Roger Etchegaray, presidente del pontificio consiglio per la giustizia e la pace. Della parte rituale si occupò il cardinale Virgilio Noé, già maestro delle cerimonie del papa. E per gli aspetti scenografici e organizzativi fu dato mandato alla comunità di Sant’Egidio e al movimento dei Focolari, l’una e l’altro sperimentati costruttori di eventi mediatici e già al centro di una rete internazionale di rapporti con esponenti di religioni non cristiane.

Il 27 ottobre, le televisioni trasmisero così in tutto il mondo le immagini di quell’evento fortemente voluto dal papa: pellegrinaggio, digiuno, preghiera, pace tra i popoli e le religioni. Giovanni Paolo II rinverdì anche una tradizione medievale invocando per quel giorno una “tregua di Dio”, un arresto nell’uso delle armi su tutti i fronti di guerra del globo. Risultò poi che quasi nessun combattente vi si attenne, ma il simbolo sovrastò la realtà e la visione del papa orante a fianco dei capi di tante religioni diverse si impose da quel giorno come uno dei marchi più forti dell’intero pontificato.

Ma insieme presero corpo anche le riserve critiche, su quello stesso evento. La giornata di Assisi non mancò di darvi alimento, in alcuni suoi gesti eccessivi. A buddisti, a induisti, ad animisti africani furono concesse per le loro preghiere alcune chiese della città, come fossero involucri neutri, privi d’irrinunciabile valenza cristiana. E sull’altare della locale chiesa di San Pietro i buddisti sistemarono una reliquia di Buddha. L’assenza da Assisi del cardinale Joseph Ratzinger, prefetto della congregazione vaticana per la dottrina della fede, fu interpretata non a torto come una presa di distanza del cardinale che per ufficio è il custode della retta dottrina cattolica. Lo stesso papa non sfuggì alle critiche. Vi fu chi ricordò che quel medesimo anno, in febbraio, durante un suo viaggio in India, aveva fatto discorsi di inaudita apertura verso le religioni del luogo e a Bombay s’era persino fatta ungere la fronte da una sacerdotessa di Shiva, con un segno di forte simbolismo sacro induista. A brontolare erano stati anche alcuni vescovi indiani. Uno di essi, dell’Andra Pradesh, disse: “Il papa conosce l’induismo dai libri, ma noi che ci viviamo dentro e vediamo i danni che produce nel buon popolo, non faremmo mai certi discorsi”. ..

“Redemptoris Missio”, 1990

Delle critiche Giovanni Paolo II era consapevole. Ma non solo. Di quelle di un Ratzinger o di altri della sua levatura coglieva e condivideva il senso profondo. La conferma è in un’enciclica che il papa mette in cantiere poco dopo l’incontro di Assisi e che vedrà la luce nel 1990: la “Redemptoris Missio”.. (http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/19632)

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