SPAGNA: no al crocifisso a scuola

Non è religiosamente “neutrale” un crocifisso alla parete di un’aula scolastica: in sintesi, è questa la motivazione con la quale il tribunale di Valladolid ha ordinato, per la prima volta in Spagna, a una scuola pubblica, di togliere tutte le croci e i simboli religiosi dai locali frequentati dagli studenti (“Corriere della Sera”, 24 novembre 2008).

La sentenza ha dato ragione, dopo tre anni di battaglia giudiziaria, all’“Associazione Culturale Scuola Laica” e ha provocato l’indignazione dell’arcivescovo di Toledo, Antonio Cañizares, che ha parlato di “cristofobia”. Ma il gruppo socialista del parlamento di Castiglia a León già rilancia, chiedendo alla giunta di governo che la decisione del giudice si estenda automaticamente a tutti gli istituti e gli uffici pubblici della comunità autonoma: secondo la portavoce, Ana Redondo, i simboli cristiani resistono alle pareti di molti spazi pubblici, soprattutto nelle zone rurali della regione.

L’anticrociata è partita nel 2005 per iniziativa di un gruppo di genitori della scuola Macías Picavea, di Valladolid, infastiditi da quello che reputavano un arbitrario indottrinamento dei loro bambini, nonostante i crocifissi fossero al loro posto dal 1930. La direttrice della scuola aveva sottoposto la richiesta alla votazione al consiglio scolastico, che aveva optato per lasciare i crocifissi religiosi dov’erano. La richiesta di laicizzare le aule, dunque, era stata respinta.

Ma nel marzo scorso, l’associazione dei laici di Valladolid è ricorsa al tribunale, ottenendo l’appoggio della procura e l’opposizione del governo della comunità autonoma, che ora dovrà eseguire la sentenza del giudice Alejandro Valentin Sastre. Con la possibilità però di riappendere i crocefissi, se il giudizio dovesse essere annullato in seconda istanza. La motivazione della sentenza, emessa il 14 novembre, è lunga e articolata: il tribunale riconosce che il crocifisso «ha una connotazione religiosa, sebbene ne abbia anche altre». Ma quelle di una fede in particolare sono prevalenti e quindi «la presenza di questi simboli nelle zone comuni del centro educativo pubblico, dove ricevono istruzione minorenni in piena fase formativa dell’intelletto e della volontà, può provocare in loro la sensazione che lo Stato sia più vicino alla confessione correlata ai simboli religiosi presenti nel centro pubblico che ad altre confessioni».

Insomma, un rapporto preferenziale, per il giudice, inammissibile in uno stato aconfessionale e religiosamente «neutro» come la Spagna. Contro la sentenza si sono sollevati l’Associazione dei padri cattolici, quella delle scuole cattoliche e l’Osservatorio per la libertà religiosa e di coscienza, secondo cui «così si trasforma una questione culturale e di abitudine sociale in uno strumento di contesa».

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