Sinjar e Telkef nelle mani dell’Isil, altre chiese distrutte

MosulDopo Mosul, Sinjar, 126 chilometri più a nord-ovest: sono decine le famiglie cristiane fuggite anche da questa cittadina, dopo l’intervento lo scorso 3 agosto delle milizie dell’Isis, il sedicente Stato islamico dell’Iraq e del Levante. Nelle cui mani sono cadute anche Zummar e Wana, tutte nella provincia di Ninive.

Il prezzo è stato altissimo: secondo fonti locali, una settantina i morti, molte le donne sequestrate. La situazione, ora, è drammatica: gli esuli si sono rifugiati in una zona montuosa. Sono privi di tutto, anche di un tetto per ripararsi. Altri han trovato rifugio nei vicini villaggi cristiani di Dayraboun e di Vichabour.

Intanto, dalla chiesa i miliziani dell’Isis hanno già rimosso la croce. All’interno del tempio sono stati bruciati i libri ed i registri parrocchiali, adibendo il luogo di culto ad ufficio. I pochi cristiani rimasti sono stati costretti a pagare la jiza, una tassa per gli “infedeli” pari a circa 80 dollari pro capite.

Prosegue intanto l’offensiva islamica nella zona settentrionale dell’Iraq: lunedì è stato bombardato il villaggio di Telkef. I colpi lanciati hanno provocato la morte di un giovane cristiano, Lujaim Hikmat Franci, freddato mentre cercava un riparo, assieme ad altri suoi coetanei ed al sacerdote.

L’Isis, intanto, ha preannunciato di voler, dopo Siria e Iraq, conquistare anche il Libano, servendosi dei kamikaze. Una guerra su vasta scala, dunque, per rispondere alla quale il leader curdo Massoud Barzani ha ordinato alle forze Peshmerga di scatenare la controffensiva e di annientare i miliziani islamici. Le mosse dei paramilitari sono state confermate anche dal Presidente del Krg, il governo regionale curdo, mentre il premier iracheno Nouri al Maliki ha, dal canto suo, offerto la propria aviazione in supporto. Un’escalation di violenza, che non pare destinata a ricomporsi. Almeno non a breve. Altri lutti, altri dolori, altre sofferenze dovranno essere pianti.

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