Silvia Romano e la disfatta diplomatica del governo italiano

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(Luca Della Torre) La notizia della liberazione di Silvia Romano, la cooperante sequestrata nel novembre 2018 nel villaggio di Chakama, in Kenya, da parte dei miliziani dell’organizzazione terroristica somala di ispirazione religiosa islamista “al Shabab” non può che rallegrare il lettore e l’Italia intera: i diciotto mesi trascorsi in cattività nelle mani di una delle organizzazioni politiche di fede islamica più feroce e criminale in Africa, responsabile di una serie infinita di omicidi, violenze, e soprattutto legata organicamente alla “internazionale islamista” di Al Qaeda e dello Stato islamico dell’ISIS, sono stati sicuramente un’esperienza traumatica che la giovane cooperante italiana non potrà rimuovere dal suo vissuto personale. Al netto delle doverose considerazioni di solidarietà per la connazionale che ha recuperato la libertà, tuttavia si profilano lunghe ombre sull’equivoca condotta del governo italiano nella gestione della vicenda in un quadro geopolitico molto fragile e pericoloso come quello africano e mediorientale, in cui l’interlocutore principale è la componente religiosa fondamentalista islamica che da oltre vent’anni si salda a movimenti politici criminali in una logica strategica di pervicace sovversione della libertàe dei diritti dell’uomo contro l’Occidente. In questo quadro il governo Conte ha dimostrato purtroppo di essere un autentico “vaso di coccio” in politica estera, assoggettandosi di fatto ai diktat diplomatici di Paesi limitrofi dell’area mediterranea e peggio ancora, alle esigenze propagandistiche massmediatiche della galassia terroristica islamica che ha gestito il rapimento ed il rilascio di Silvia Romano.

Tre sono i punti nodali su cui il governo italiano del Presidente Conte ha dimostrato pochezza, insipienza, mancanza di visione strategica del ruolo politico, culturale e militare di un Paese come l’Italia nei confronti dell’asse del male islamista che circonda l’area mediterranea.

In primo luogo si pone la questione del pagamento del riscatto per la liberazione di Silvia Romano: per quanto il governo italiano, con dichiarazioni contraddittorie, si sforzi di negare se non ignorare il fatto, è oramai assodato che un’ingente somma è stata pagata per il riscatto, somma che oscillerebbe tra i 2 milioni e 4 milioni di €; somma che ha senza dubbio arricchito l’attività terroristica del gruppo jihadista. Le critiche manifestate sia in seno all’esecutivo che presso l’opinione pubblica su questo punto sono più che giustificate. Vale la pena di pagare ingenti somme per il riscatto di cittadini italiani che decidono di operare volontariamente in aree geopolitiche ad alta densità di rischio e criticità bellica? La questione non è polemica, quanto piuttosto impone la necessità di valutare con debita attenzione le gravi conseguenze nelle relazioni diplomatiche e per la sicurezza dello Stato che derivano da tali eventi.

In Italia il legislatore impone il divieto assoluto di pagamento di riscatti a seguito di rapimenti (legge nr.82/1991), e ciò, oltre alla introduzione di rigorose pesanti misure detentive nei confronti dei rapitori, ha permesso allo Stato di sconfiggere negli scorsi decenni una piaga gravissima, economicamente molto fruttuosa, tanto è vero che la cosdidetta “industria dei rapimenti” fu appannaggio della Mafia e della N’drangheta.Ciò non è avvenuto nel caso Romano, anzi: la politica di acquiescenza prona del governo Conte ai diktat delle organizzazioni politiche islamiche che hanno rapito la cooperante italiana non fa che incentivare l’aggressività dell’attività terroristica, mettendo in serio pericolo la libertà dei cittadini italiani impegnati all’estero. E’ molto istruttivo leggere quanto scrive al riguardo il giornalista del Corriere della Sera Massimo Alberizzi, inviato di guerra nei fronti caldi africani, a sua volta vittima di un tentativo di sequestro anni orsono. Alberizzi riconosce che il rapimento dei cooperanti è senza dubbio un “business” per le organizzazioni terroristiche, ma ancor più denuncia come le organizzazioni di volontariato non siano in grado di garantire tutela per i loro membri.La necessità di una maggiore responsabilizzazione personale di chi si esponga a imprudenti missioni umanitarie contro gli indirizzi dello Stato si rende sempre più impellente, al fine di evitare che tali condotte possano ricadere sul bene comune della sicurezza dello Stato, costretto non di rado a pericolosi compromessi in scenari geopolitici ad alta tensione.


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Secondo capo di accusa nei confronti del governo Conte: la liberazione di Silvia Romano è avvenuta per il tramite del coinvolgimento dei servizi segreti turchi. Infatti, il ruolo della Turchia del Premier Recep Tayyip Erdogan nella gestione dell’affaire Romano è confermato dai maggiori organi di stampa, senza smentita alcuna da parte del governo. L’immagine diffusa dall’agenzia di stampa turca Anadolu, che ritrae la giovane italiana dentro un veicolo militare turco con addosso un giubbotto antiproiettile, ripresa dal Corriere della Sera è un duro colpo all’immagine del premier Conte: il ruolo dell’intelligence turca è assai pericoloso, in quanto la Turchia appare sempre più come una “scheggia impazzita” in seno al sistema di sicurezza e politica estera occidentale della NATO, determinando forti criticità nelle relazioni con USA, Gran Bretagna, Germania.

Lo Stato turco da anni ha sviluppato una propria geopolitca molto temeraria ed aggressiva, mirata a divenire nuovamente il principale “global player” regionale nel Mediterraneo, sulle orme dell’imperialismo ottomano, il cui collante ideologico è la comune fede islamica come strumento di “revanche” contro l’Occidente.Il tentativo politico militare di estendere la propria influenza sulla Libia, su Cipro, oltre che su Siria e paesi turcofoni dell’ex Unione Sovietica da parte della Turchia ha suscitato molto malumore in seno alla NATO, che considera oramai Erdogan un convitato molto scomodo se non pericoloso. La stessa Cancelliera Merkel, solitamente molto prudente e cauta, non ha esitato a qualificare la politica turca come antieuropeista.Gli USA hanno manifestato esplicito disappunto nei confronti della diplomazia italiana per l’appoggio richiesto ai servizi segreti turchi in questa vicenda, in quanto nei territori somali e kenioti si trovano ad operare le forze armate speciali USA che combattono il Jihad islamico, le cui milizie che hanno rapito la cooperante Silvia Romano spesso hanno collaborato con il governo di Erdogan in territorio libico, siriano, nel Corno d’Africa. Insomma, qual è la linea diplomatica di politica estera del govenro giallorosso? Il Premier Conte oscilla da parecchio, troppo tempo tra Pechino e Washington, tra la NATO e i Paesi arabi islamisti, in un quadro di stolta e pericolosa incertezza strategica, che rischia di porre in crisi scelte storichepolitiche, economiche, militari atlantiche stabili. Le oscillazioni puerili da dilettanti allo sbaraglio usate nelle ultime dichiarazioni ufficiali da parte della diplomazia italiana pongono il nostro Paese in un rischioso ambiguo limbo, in cui l’oscillazione sembra pericolosamente propendere verso regimi totalitari, fondamentalisti, terroristici.

Infine, last but not least, terzo capo d’accusa, nei confronti del governo italiano, forse il più grave in termini di ricaduta di consensi, ma soprattutto di coerenza morale nella lotta al terrorismo di matrice islamica, sono le modalità di comunicazione delle immagini, del rimpatrio della cooperante, che paiono aver ignorato del tutto la dannosissima valenza profondamente strategica della simbologia cerimoniale utilizzata. L’arrivo della Romano, vestita con un abbigliamento somalo di donna musulmana, con il capo coperto, è risultato uno straordinario successo propagandistico per il rafforzamento del Jihadismo. Gli analisti di intelligence e politica estera denunziano da tempo in reports ufficiali quanto potente sia l’effetto distorsivo della propaganda terroristica presso le masse nel mostrare una pretesa superiorità religiosa, ideologica e morale. I criminali terroristi islamici traggono dunque dal rapimento della cooperante Romano un duplice vantaggio a causa della sciagurata condotta diplomatica tenuta dal governo Conte: un notevole introito finanziario a sostegno delle operazioni militari del Jihad, e l’enorme successo mediatico presso i popoli di fede islamica e occidentale, presentando una giovane italiana “infedele” che, nonostante sia stata segregata per diciotto mesi, mostra formalmente di aderire con gioia ad un ripugnante modello di fede imposto in regime di privazione della propria libertà personale. Al riguardo la deprecabile “sceneggiata” mediatica, accettata dalla diplomazia italiana, si scontra violentemente con le regole oramai adottate da anni nei Paesi anglosassoni, i cui governi non trasmettono assolutamente più immagini e filmati del rientro in patria di ostaggi liberati onde evitare proprio strumentali tattiche pubblicitarie psicologiche a vantaggio dei sequestratori. Tutte codeste cerimonie hanno un indubbio valore di messaggio politico, militare, ideologico della debolezza dell’Occidente, e di questo le cancellerie e le diplomazie dei principali Paesi, occidentali e non, ne sono ben consapevoli. Ben altra cosa sarebbe stata il rientro della connazionale se gestito con understatement, in forma riservata, senza clamori, trombe e folklore massmediatico, per il rispetto del supremo interesse nazionale e dei cittadini tutti.


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La superficialità, la leggerezza, l’inettitudine della Presidenza del Consiglio e del Ministero degli Affari Esteri italiani non sono una novità purtroppo in questa stagione di profondi cambiamenti politici internazionali: comprendere e definire quale sia la strategia politico economica e militare del nostro Paese è esercizio che purtroppo pare al di sopra delle capacità di questa arruffata maggioranza. 

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