Siamo in piena crisi di fede: intervista a don Nicola Bux

Pubblichiamo l’intervista di Edward Pentin a don Nicola Bux apparsa ieri, 21 giugno, sul National Catholic Register (qui l’originale in lingua inglese).

(Edward Pentin) Quali implicazioni ha l’”anarchia dottrinale” sulla Chiesa e, ancora di più, sulle anime dei fedeli e dei sacerdoti? 

La prima implicazione dell’anarchia dottrinale sulla Chiesa, è la divisione, a causa dall’apostasia, che è l’abbandono del pensiero cattolico, così definito da san Vincenzo di Lerins: quod semper, quod ubique, quod ab omnibus creditur (il credo professato sempre, dovunque e da tutti). Sant’Ireneo di Lione, che definisce Gesù Cristo ‘maestro dell’unità’, aveva fatto notare agli eretici, che tutti professano le stesse cose, ma non tutti le intendono alla stessa maniera. Ecco la funzione del Magistero, fondato sulla verità di Cristo: ricondurre tutti all’unità cattolica. San Paolo esortava i cristiani a essere concordi e unanimi nel parlare: che direbbe oggi? 

Quando i Cardinali tacciono o accusano i confratelli; quando i Vescovi che avevano pensato, parlato e scritto – scripta manent! – in modo cattolico, per qualsiasi motivo, dicono il contrario; quando i sacerdoti contestano la tradizione liturgica della Chiesa, si configura l’apostasia, il distacco dal pensiero cattolico. Paolo VI aveva previsto che «questo pensiero non cattolico all’interno del cattolicesimo diventi domani il più forte. Ma esso non rappresenterà mai il pensiero della Chiesa. Bisogna che sussista un piccolo gregge, per quanto piccolo esso sia» (Conversazione con J. Guitton, 9.IX.1977). 

Quali implicazioni ha l’ “anarchia dottrinale” sulla Chiesa e, ancora di più, sulle anime dei fedeli e dei sacerdoti?

L’Apostolo esorta a essere fedeli alla dottrina sicura, sana e pura: quella fondata su Gesù Cristo e non sulle opinioni mondane (cfr Tito 1,7-11; 2,1- 8). La perseveranza nell’insegnare e nell’obbedire alla dottrina, guida le anime alla salvezza eterna. La Chiesa non può cambiare la fede e ad un tempo chiedere ai credenti di rimanere fedeli ad essa. Essa è invece intimamente obbligata verso la parola di Dio e verso la Tradizione.

Dunque, la Chiesa ricordi la sentenza del Signore: «E’ per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi» (Gv 9,40). Non dimentichi che, quando è applaudita dal mondo, vuol dire che gli appartiene. Infatti, il mondo ama ciò che è suo e odia ciò che non gli appartiene (cfr Gv 15,18). La Chiesa cattolica ricordi sempre di essere formata soltanto da quanti si sono convertiti a Cristo, sotto la guida dello Spirito Santo; tutti gli esseri umani le sono ordinati (cfr Lg 13), ma non ne fanno parte finché non si convertono.

Come si può risolvere al meglio il problema?

Il punto è: che idea ha il Papa del ministero petrino, come descritto in Lumen gentium 18 e codificato nel diritto canonico? Di fronte alla confusione e all’apostasia, il Papa dovrebbe operare la distinzione – come fece Benedetto XVI – tra quello che pensa e ha detto come dottore privato, e quello che deve dire come Papa della Chiesa cattolica.

Sia chiaro: il Papa può esprimere sue idee, come dottore privato, sulle materie opinabili e che non sono definite dalla Chiesa, ma, nemmeno come dottore privato, può fare affermazioni eretiche. Altrimenti sarebbe egualmente eretico. Ritengo che il Papa sappia, che ogni fedele – il quale conosca la regula fidei o dogma, che fornisce a ciascuno il criterio per sapere qual è la fede della Chiesa, che cosa ognuno deve credere e a chi deve dare ascolto – può accorgersi se lui parla e opera in modo cattolico, oppure sia andato contro il sensus fidei della Chiesa. Anche un solo fedele potrebbe chiedergliene conto.

Quindi, chi ritiene, che esporre dubbi al Papa non sia segno di obbedienza, non ha compreso, dopo 50 anni dal Vaticano II, il rapporto che intercorre tra lui e tutta la Chiesa. L’obbedienza al Papa, dipende unicamente dal fatto che questi è vincolato alla dottrina cattolica, alla fede che egli continuamente deve professare davanti alla Chiesa. 

Siamo in piena crisi di fede! Pertanto, per fermare la divisione in atto, il Papa – come Paolo VI nel 1967, dinanzi alle teorie erronee che circolavano subito dopo la conclusione del concilio – dovrebbe fare una Dichiarazione o Professione di fede, con la quale affermi ciò che è cattolico e corregga quelle parole e quegli atti, suoi e dei vescovi, ambigui o erronei, che sono interpretati in senso non cattolico.

Sarebbe altrimenti grottesco che, mentre si cerca l’unità con i cristiani non cattolici o addirittura l’intesa con i non cristiani, si favorisse l’apostasia e la divisione all’interno della Chiesa cattolica. Per molti cattolici, è incredibile che il Papa chieda ai vescovi di dialogare con quanti la pensano diversamente, ma non voglia confrontarsi innanzitutto con i Cardinali che sono i suoi primi consiglieri.

Se il Papa non custodisce la dottrina, non può imporre la disciplina. Come ricordava Giovanni Paolo II, il Papa deve sempre convertirsi, per poter confermare i suoi fratelli, secondo le parole di Cristo a Pietro: Et tu autem conversus, confirma fratres tuos.

 

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