Si può parlare di “Bergoglismo”?

 (di Nicodemo Grabber) La preoccupazione e lo spaesamento di molti buoni cattolici per quanto avviene oggi nella Chiesa sono come il segnale d’allarme, espresso da quel sensus fidei che ogni battezzato riceve dallo Spirito Santo. Tutti i fedeli avvertono che qualcosa di non cattolico sembra essersi insinuato nella Chiesa, nella sua predicazione, nella sua disciplina.

Non mancano poi gli studi teologici, filosofici, storici, canonistici dedicati da autorevoli studiosi a questo o quel punto controverso, a quel documento, a quella nota, al tal gesto, a una certa intervista, ad un evento piuttosto che ad una decisione di governo dei vertici ecclesiastici. Si fatica persino a tenere il passo delle quotidiane novità provenienti dalle massime gerarchie della Chiesa e delle altrettanto quotidiane analisi critiche dedicate a tali inquietanti innovazioni.

Il processo rivoluzionario in atto è solo approssimativamente identificabile come “bergoglismo”, in quanto che, se è vero che papa Bergoglio, appare attivamente impegnato nel condurre la rivoluzione ecclesiale in atto e il suo pontificato rappresenta un fattore di catalizzazione delle novità, è anche vero che le idee in campo e i dinamismi operanti nella Chiesa precedono e trascendono la persona di papa Francesco, risalendo a prima dello stesso Concilio Vaticano II e proiettandosi idealmente oltre la stessa esperienza bergogliana. E se il cambiamento trova il suo punto di maggiore visibilità nella azione magisteriale e comunicativa del Papa e dei suoi collaboratori. ciò non deve portare a concludere che la rivoluzione in atto coincida con il pontificato di Bergoglio e neppure che la cabina di regia sia necessariamente a Casa Santa Marta.

Fatta questa doverosa precisazione, adottiamo per utilità d’espressione il termine evocativo di “bergoglismo”, non per intendere quanto Jorge Mario Bergoglio ha detto o scritto prima e dopo l’elezione a Romano Pontefice, quanto per connotare una corrente ideologico-pastorale che oggi ha de facto in papa Bergoglio la sua più visibile espressione ma che parla attraverso mille voci riconducibili a nomi noti come quelli dei cardinali Kasper, Marx, Coccopalmerio, dei vescovi Paglia, Forte, Sánchez Sorondo e Fernández, di padre Spadaro, di padre Sosa Abascal, solo per fare alcuni nomi tra i molti. Una simile corrente ideologico-pastorale, pur nella varietà dei singoli attori, presenta almeno due punti qualificanti e unificanti: il pastoralismo e l’approccio ermeneutico.

È necessario precisare entrambi i punti onde evitarne una comprensione inadeguata. Pastoralismo non va inteso come una accresciuta attenzione alla pastorale, ovvero all’arte di condurre alla meta eterna il gregge dei fedeli, ma invece all’affermazione del primato della prassi sulla dottrina, o addirittura della estinzione dialettica di verità e dottrina per loro sussunzione nella prassi. Visto in questa prospettiva, il termine di “pastoralismo” nulla ha a che vedere con la cura d’anime del Pastore, ma ne è piuttosto la radicale negazione in quanto sarebbe la vita del gregge, nel suo dinamismo vitale, e non la dottrina insegnata dal Pastore, l’unico vero luogo teologico di riferimento.

Con “approccio ermeneutico” intendiamo l’assunzione della filosofia ermeneutica contemporanea a meta-teologia così che tutta la teologia e la dottrina cattolica vengono, in un colpo solo, capovolte. È il primato dell’interpretazione sull’oggetto, anzi più radicalmente della estinzione dell’oggetto nella interpretazione. La vita è la verità e la verità è interpretazione, così che l’interpretazione è vita e la vita è l’interpretazione, in un circolo nihilistico senza uscita. È questa la radicalità rivoluzionaria di quello che abbiamo definito “bergoglismo”.

Il pastoralismo si presenta dunque come un radicale prassismo declinato variamente tanto  nel senso individualistico della singolarità irriducibile di ogni esperienza di vita, quanto in senso collettivistico, assumendo come soggetto il “popolo di Dio”, la cui vita diviene l’unica verità. La sola dottrina buona è quella che nasce e vive nella prassi del popolo di Dio, che è storia in atto perché l’unica verità è la vita stessa. Il pastoralismo è però principalmente metodo o, meglio, è il metodo che si fa contenuto. Il “bergoglismo” infatti non si presenta come un insieme di proposte teologiche aventi un contenuto preciso, fosse pure l’affermazione che la vita (del singolo cristiano come del popolo di Dio) è il luogo teologico e la sola verità.

Il “bergoglismo” semplicemente vive tali sue “verità” e vivendole le afferma, con le relative implicazioni. È questo il pastoralismo nel suo senso più coerente. Non una teoria teologica, fosse pure una teoria che afferma il primato della prassi, ma una prassi pastorale, di azione liturgica, di esercizio del governo, di predicazione, di insegnamento, di comunicazione che fattualmente si impone indifferentemente al dato dottrinale. Una prassi pastorale assoluta (in quanto non vincolata a nulla di altro da sé) per una radicale trasformazione del popolo di Dio, del credere e dei credenti, della Chiesa.

Rispetto al vecchio modernismo e allo stesso neo-modernismo, che conservavano una dimensione speculativa, fosse pure per argomentare il superamento del dogma, rivelando così ancora una certa ingenuità, il “bergoglismo” appare immanenza vitale non teorizzata, ma vissuta, e quindi, in un certo senso, si rivela come modernismo nella sua assoluta purezza. Ecco perché l’Enciclica di san Pio X Pascendi sorprende il lettore d’oggi nell’offrire una fotografia quasi più precisa del “bergoglismo” che del vecchio modernismo.

Il “bergoglismo” rappresenta la completa assunzione del principio d’immanenza nella Chiesa, nel Cattolicesimo. Principio d’immanenza che è l’anima della modernità filosofica e che si compie nella radicale negazione della filosofia come sapere metafisico. Prassismo ed ermeneutica sono la più radicale espressione del principio d’immanenza, ne costituiscono la realizzazione, che oltrepassa la modernità “metafisica” nella post-modernità. Il “bergoglismo” è tutto post-moderno come modernità realizzata, è post-modernismo come modernismo vissuto, indipendentemente da ogni riferimento dottrinale.

Il più grande studioso del principio d’immanenza è stato sinora il padre Cornelio Fabro, il quale lo ha riconosciuto come l’essenza della modernità filosofica. In molti studi, in particolare nel suo monumentale lavoro Introduzione all’ateismo moderno del 1964 al quale rimandiamo, il filosofo stimmatino ha dimostrato essere il principio d’immanenza l’anima di quell’ateismo assoluto che è l’ateismo moderno. L’ateismo moderno non è semplicemente l’affermazione dell’inesistenza di Dio, e dunque una forma ancora ingenua di ateismo come credenza nella non esistenza di Dio.

L’ateismo moderno consiste nell’impossibilità di pensare Dio come Dio, nell’estinguere la stessa nozione di Dio. Lo stesso padre Fabro rileva come l’ateismo radicale del principio d’immanenza possa darsi in autori che soggettivamente credono di credere in Dio, in autori dunque soggettivamente teisti, anche se oggettivamente atei. L’ateismo della moderna filosofia dell’immanenza può combinarsi con una credenza teistica soggettiva, semplicemente, perchè, una volta adottato il principio d’immanenza, l’oggetto della credenza indicata dal nome Dio non sarà Dio. Il Dio dei modernisti è semplicemente inattingibile nella gabbia dell’immanenza in cui l’uomo si è auto-imprigionato.

Il pastoralismo e la meta-teologia ermeneutica intesi come espressione del principio d’immanenza sembrano i capisaldi di quella concezione e di quella prassi che abbiamo definito “bergoglismo”. Resta da chiarire, in che misura papa Francesco sia consapevole del suo “bergoglismo”. (Nicodemo Grabber)

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