Si può essere devoti e insieme cattivi? La risposta di san Francesco di Sales

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Un giorno san Francesco di Sales, rivolgendosi al Vescovo di Belley, mons. Giampietro Camus, suo ammiratore, estimatore e figlio spirituale, cui aveva anche imposto le mani per l’ordinazione episcopale, disse queste parole: «Guardate bene di non ingannarvi, perché si può essere molto devoto e insieme molto cattivo». 

«Quelli – rispose il Vescovo di Belley – non sono devoti ma ipocriti». «No – proseguì il Santo –, io parlo della vera devozione». Non sapendo come sciogliere l’enigma, mons. Camus chiese spiegazioni. «La devozione da sé e di sua natura – disse il Santo – è solo una virtù morale ed acquisita, non divina ed infusa, altrimenti sarebbe una virtù teologale, il che non è vero. […] Ora voi sapete bene che tutte le virtù morali, anche la stessa fede e la speranza, che sono virtù teologali, sono compatibili col peccato mortale, ed allora sono del tutto sfigurate e morte, perché sono prive della carità, che è la loro forma, la loro anima e la loro vita. E siccome si può avere la fede fino a trasportare le montagne senza avere la carità; si può esser vero profeta e insieme uomo malvagio, come sono stati Saul, Balaam e Caifa; si può far miracoli, come si crede ne abbia fatti Giuda, e ciò nonostante essere cattivi come lui; si può distribuire tutti i propri beni ai poveri e sopportare il martirio senza avere la carità; così molto più facilmente si potrà essere molto devoto e insieme molto cattivo, poiché la devozione è una virtù di sua natura assai meno pregevole di quelle di cui abbiamo parlato. Non vi deve dunque parere strano se vi ho detto che si può essere molto devoto e molto cattivo nello stesso tempo, poiché si può avere la fede, la misericordia, la pazienza e la costanza fino ai gradi sopraddetti, e con tutto questo essere intaccato e guasto da molti vizi capitali, come la superbia, l’invidia, l’odio, l’intemperanza e altri simili».

 «Qual è allora il vero devoto?», chiese il Vescovo di Belley. «Vi ripeto – rispose il Santo – che con questi vizi si può essere veramente devoti, ed avere la vera devozione, benché sia morta». «Ma la devozione morta è una vera devozione?», domandò mons. Camus. «Sì, è una vera devozione – fu la sorprendente risposta del Santo –, come un corpo morto è veramente un corpo, benché sia privo di anima». «Ma questo vero corpo non è un vero uomo!», riprese il Vescovo di Belley. «Certo – rispose il Santo –, non è un uomo intero e perfetto, ma il corpo di un uomo vero ma morto. Così la devozione senza la carità è una vera devozione ma morta […]. La carità fa l’uomo buono e la devozione lo fa devoto. Se si perde la carità si perde la prima qualità e non già la seconda; quindi, vi dissi che si può essere devoto e cattivo». Anzi, aveva detto, molto devoto e molto cattivo.  

Quest’affermazione potrebbe suonare sorprendente sulle labbra del Santo che alla vita devota aveva avviato una pletora di anime attraverso un’illuminatissima direzione spirituale, e ad essa aveva dedicato un intero volume dei suoi scritti, rimasto immortale tra le opere di spiritualità cristiana. Ma è proprio nel primo capitolo della Filotea, ossia l’Introduzione alla vita devota, quasi per dare il la al suo insegnamento, che il Vescovo di Ginevra mette in guardia contro la falsa devozione. E ne dà la spiegazione: «Ognuno – scrive – si rappresenta la devozione conforme alle sue tendenze e fantasie. Chi è dedito al digiuno, si crederà, digiunando, di essere un gran devoto, quand’anche abbia il cuore pieno di risentimenti; sicché mentre per sobrietà non osa bagnare la lingua nel vino e persino nell’acqua, non ha poi scrupolo di immergerla nel sangue del prossimo con la maldicenza e la calunnia. Un altro si immaginerà di essere devoto perché recita ogni giorno una sfilza di preghiere, sebbene poi la sua lingua si lasci andare a parole dure, arroganti e ingiuriose […]». E la sequenza di esempi continua per giungere all’impietosa conclusione: «Tanti si ammantano di certe esteriorità che sogliono accompagnare la santa devozione, e subito il mondo li piglia per gente devota e spirituale, mentre in realtà non sono altro che simulacri e fantasmi di devozione». 

Tra i peccati più comuni che inficiano la vera devozione vi sono quelli di parole, che il Santo riteneva estremamente dannosi per il prossimo e pericolosi per chi li commette. Si pecca con le parole soprattutto giudicando gli altri. Il Santo diceva, a questo proposito, che l’anima del prossimo è come «l’albero della scienza del bene e del male», che Dio comanda di non toccare – sotto pena di grave castigo –, poiché Egli se ne è riservato il giudizio. Invece, uno dei peccati più comuni è proprio il giudizio temerario. Per evitare questo disordine, il Santo dava una regola eccellente, ed è che se un’azione del prossimo può avere cento facce, deve sempre guardarsi alla più buona. Se non si può scusare un’azione, si può però scusarne l’intenzione, e se non si può scusarne neppure l’intenzione, bisogna almeno incolpare la violenza della tentazione, o l’ignoranza, o l’umana debolezza da cui nessun essere umano va esente. Il Santo sosteneva anche che di norma il formulare giudizi temerari è il «mestiere degli oziosi», che non pensando a sé stessi trascorrono il tempo a considerar le azioni altrui, e l’esperienza insegna che chi è curioso di informarsi della vita altrui è molto negligente nel correggere la propria. Al contrario, scriveva il Santo, «la carità teme il male: immaginiamo se deve andare a cercarlo!».

San Francesco di Sales riteneva altresì la maldicenza come un peccato perniciosissimo, e peggiore dei peccati di pensieri e di opere. I peccati di pensieri, infatti, sono nocivi solo a chi li commette, e non danno né scandalo né cattivo esempio, mentre i peccati di parole avvelenano il cuore del prossimo, in modo talvolta irrimediabile. I peccati di azione, se sono gravi, sono soggetti al pubblico castigo, mentre lo sono raramente i peccati di parole, il che contribuisce a che si commettano. Infine, i peccati di parole, specie la maldicenza e la calunnia, raramente vengono riparati, e anche quando lo sono, lasciano sempre tristi ed indelebili effetti negli uditori. Perciò ad una sua diretta scriveva: «Vi scongiuro di non dire mai male del prossimo, né dire cose che possano offenderli anche in cose piccolissime». 

A tal punto il Santo custodiva l’altrui reputazione che era circospetto anche nelle burle più lecite. Una volta che, in sua presenza, si rideva di un uomo con una grossa gobba, il Santo disse subito che le opere di Dio sono perfette e che quel gobbo aveva una gobba perfetta! Al cardinal de Bérulle, cui lo legava un’intima amicizia, il quale aveva scritto in termini non troppo composti contro i carmelitani di Francia, il Santo scrisse: «Vorrei che la vostra dolcezza e la vostra umiltà conservassero sempre e in tutto la loro superiorità nei riguardi dei vostri avversari» e perciò lo esortò a depennare nel suo scritto quel «particolare un po’ urtante».

Anche nella difesa della verità il Santo affermava il primato della carità. Nella sua prestigiosa missione nello Chablais il santo vescovo convertì ben 70.000 calvinisti, ma affermò che le dispute non vanno fatte durante le prediche, neppure sotto pretesto di confermare i fedeli nella verità della Chiesa cattolica, e ne dava questa sapiente ragione: «In queste ardue contese l’umano intelletto per la corruzione della natura è tanto propenso verso il male che in lui ha più forza l’opposizione che la risposta, e così prende il serpente in luogo del pane». Perciò nelle prediche come anche nelle sue conferenze con i protestanti evitava le dispute, ma circondava di carità altissima la sua loquela, poiché «chi predica con amore – diceva – predica abbastanza contro l’eretico, benché non dica una parola di disputa contro di lui».  

Il Vescovo di Belley, al quale san Francesco di Sales aveva aperto il suo cuore, dieci anni dopo la morte del Santo fu elegantemente redarguito dalla Madre di Chantal e richiamato ad una più stretta sequela del suo maestro e padre. «Voi che amate così teneramente lo spirito di questo Beato – gli scrive la Chantal –, imitatelo nella sua pazienza, capace di sopportare tutto, e in quella sua caritatevole prudenza che lo rendeva attento a non dire e non scrivere nulla che potesse ferire sia in generale sia in particolare… e a non screditare assolutamente nessuna persona, per quanto essa fosse da poco e meschina». È questa una delle sintesi più complete della carità del vescovo di Ginevra.

La carità, specie nelle parole, è certamente uno dei segni distintivi più inconfondibili della vera devozione. Alla fine della vita, san Giovanni apostolo non potendosi più reggere, si faceva portare in chiesa per predicare, ma non ripeteva che queste parole: «Figliolini miei, amatevi l’un l’altro». Stanchi di udire sempre le stesse parole, i fedeli ne chiesero il motivo: «È questo il gran precetto del Signore: fate questo e avrete fatto abbastanza». 

La modernità sembra aver smarrito questa suprema carità, che è l’anima della vera devozione. Uno sguardo anche superficiale ai mezzi di comunicazione cattolici – dove sfortunatamente pullulano insinuazioni, sospetti, giudizi, calunnie fake news e quant’altro – si trova spesso davanti a un Vangelo rovesciato: si amano i nemici e si odiano gli amici, e assai difficilmente si può dire di essi ciò che si diceva dei primi cristiani: «Guardate come si amano!». 

In questo quarto centenario della morte, il grande Vescovo di Ginevra, maestro della vera devozione, ci ottenga il vero spirito evangelico, poiché alla sera della vita saremo tutti giudicati sulla carità.

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